Quando tu, mia poesia, leggi poesia… – J. Rodolfo Wilcock

Clarence H. White, Julia McCune (Flory) reading by window, 1896

6.

Quando tu, mia poesia, leggi poesia,
si oscura il cielo di una luce verde,
la gente sfugge la riva del mare 
per un senso remoto di tempesta
o di contrasto tra gli elementi,
vampe si inalberano sui fili dei tram,
e un gran silenzio cala sulla città:
è la poesia che contempla se stessa.
Leggi parole di un tempo scomparso,
di un presente che crolla senza sosta
velocemente nell’informe passato,
leggi di re e corone, giardini e guerre,
tu che sei la corona di ogni impero
e il giardino del mondo conosciuto
e la guerra dei sensi della natura,
leggi, « chi crederà i miei versi in avvenire
se dico adesso tutto il tuo valore? »
e accade in quel momento che quei versi
come una freccia scagliata nei secoli
raggiungono chi un giorno li ha ispirati.
E allora il buio verde si fa totale,
la gente si rintana, sopraffatta,
e in un silenzio come di terremoto
si alza la luna sui Castelli Romani
e lentamente volge tutto all’azzurro,
mentre tu, mia poesia, leggi poesia.

J. Rodolfo Wilcock

da “Italienisches Liederbuch”, 34 poesie d’amore, in “J. Rodolfo Wilcock, Poesie”, Adelphi Edizioni, 1980

Si sappia insomma che verso metà secolo… – J. Rodolfo Wilcock

Roberto Nespola, Roma, Cimitero acattolico, maggio 2016

11.

Si sappia insomma che verso metà secolo
la terra ebbe un sussulto e si decise
a fare il meglio che poteva fare
per una volta, forse per l’ultima volta.
Chiamò a raccolta le maree oceaniche,
i venti più famosi delle montagne,
i metalli preziosi, i fiori rari,
il Nilo, il Gange, il Plata e il Mississippi,
i ghiacciai e i deserti e i pachidermi,
e non sapendo che farsene di un tutto
tanto imponente e tanto imbarazzante,
chiese al primo dormiente che passava
per il lago del sogno universale
come vedeva lui la perfezione.
Lo chiese a me, e così fece te.

J. Rodolfo Wilcock

da “Italienisches Liederbuch”, 34 poesie d’amore, in “J. Rodolfo Wilcock, Poesie”, Adelphi Edizioni, 1980 

Sto seduto come un invalido nel deserto del mio desiderio di te – Juan Gelman

Foto di Cristina Venedict

 

Mi sono abituato a bere la notte lentamente, perché so
che la abiti, non importa dove, popolandola di sogni.

Il vento della notte abbatte stelle tremanti fra le mie mani,
che ancora non si adattano, vedove inconsolabili della tua chioma.

Nel mio cuore si agitano gli uccellini che in lui hai seminato
e a volte gli darei la libertà che esigono per ritornare a te
con il gelido filo del coltello.

Ma non può essere. Perché sei tanto in me, tanto viva
in me, che se morissi io, ti morirei.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Estoy sentado como un inválido en el desierto de mi deseo de ti

Me he acostumbrado a beber la noche lentamente,
porque sé que la habitas, no importa dónde, poblándola de sueños.

El viento de la noche abate estrellas temblorosas en mis manos,
que aún no se conforman, viudas inconsolables de tu pelo.

En mi corazón se agitan los pájaros que en él sembraste
y a veces les daría la libertad que exigen para volver a ti,
con el helado filo del cuchillo.

Pero no puede ser. Porque estás tan en mí,
tan viva en mí, que si me muero a ti también te moriría.

Juan Gelman

da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956

1950 anno del Libertador, ecc. – Julio Cortázar

E se il pianto ti viene a cercare…
da un tango

 

E se il pianto ti viene a cercare
affrontalo, bevi fino in fondo
il calice di lacrime legittime.
Piangi, argentino, piangi finalmente un pianto
di verità, faccia a faccia con il tempo
che manipolavi abilmente,
piangi le disgrazie che credevi altrui,
la solitudine senza remissione ai piedi di un fiume,
la colpa della pace immeritata,
il riposo di pance piene di pandolce.
Piangi la tua infanzia svilita dal cinema e dalla radio,
la tua adolescenza negli angoli del disgusto, la cricca, l’amore senza ricompensa,
piangi la gerarchia, il campionato, la bistecca al sangue,
piangi la tua nomina o il tuo diploma
che ti hanno rinchiuso nel benessere o nella disgrazia,
che nella pianura più immensa ti hanno legato al palo
di un piccolo terreno pagato
a rate trimestrali.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

1950 Año del Libertador, etc.

Y si el llanto te viene a buscar…
(de un tango)

Y si el llanto te viene a buscar
agarralo de frente, bebé entero
el copetín de lágrimas legítimas.
Llorá, argentino, llorá por fin un llanto
de verdad, cara al tiempo
que escamoteabas ágilmente,
llorá las desgracias que creías ajenas,
la soledad sin remisión al pie de un río,
la culpa de la paz sin mérito,
la siesta de barrigas rellenas de pan dulce.
Llorá tu infancia envilecida por el cine y la radio,
tu adolescencia en las esquinas del hastío, la patota, el amor sin recompensa,
llorá el escalafón, el campeonato, el bife vuelta y vuelta,
llorá tu nombramiento o tu diploma
que te encerraron en la prosperidad o la desgracia,
que en la llanura más inmensa te estaquearon
a un terrenito que pagaste
en cuotas trimestrales.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

da «Albero di Diana» – Alejandra Pizarnik

Foto di Lillian Bassman

 

9

Queste ossa che brillano di notte,
queste parole come pietre preziose
nella gola viva di un uccello pietrificato,
questo verde amatissimo,
questo caldo lilla,
questo cuore solo misterioso.

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Claudio Cinti)

da “La figlia dell’insonnia”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

da «Árbol de Diana»

9

Estos huesos brillando en la noche,
estas palabras como piedras preciosas
en la garganta viva de un pájaro petrificado,
este verde muy amado,
este lila caliente,
este corazón sólo misterioso.

Alejandra Pizarnik

da “Árbol de Diana”, Buenos Aires, Sur, 1962