Il secondo Inno alla notte – Novalis


Friedrich Eduard Eichens, Portrait of Novalis, 1906

 

Ritornerà, dunque, in eterno il sole?
E non avrà mai fine
il prepotente giorno?
Una dannata attività distrugge
il sacro volo della Notte santa.
Non arderà perenne,
nel suo mistero avvolto,
l’olocausto d’amore?
Fu misurato, all’alma Luce,
il tempo.
Ma senza tempo e senza spazio
è della Notte il regno;
e sempiterno il Sonno.
Sonno divino! Troppo raramente
oh, non bear, nel travaglio terreno,
quelli fra noi mortali
che la Notte iniziava ai proprii incanti!
I folli solamente, ti rinnegano:
non conoscono Sonno,
se non quell’ombra
che tu spandi pietosa su di noi
nei tornanti crepuscolari
della notte verace.
Non ti avvertono, no, nei flutti d’oro
dei grappoli premuti,
nell’olio prodigioso delle mandorle,
nel succo dei papaveri.
Non sanno che sei tu che aleggi al seno
della tenera vergine,
e che converti in cielo il grembo suo.
Non han sentore
che fuor dai mondi delle storie antiche
avanzi aprendo i cieli,
ed hai le chiavi dei soggiorni elisii
in cui stanno i Beati,
o taciturno Araldo
dei misteri infiniti!

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

***

Die zweite Hymne an die Nacht

Muss immer der Morgen wiederkommen?
Endet nie des Irrdischen Gewalt?
Unselige Geschäftigkeit verzehrt
den himmlischen Anflug der Nacht.
Wird nie der Liebe geheimes Opfer
ewig brennen?
Zugemessen ward
dem Lichte seine Zeit;
aber zeitlos und raumlos
ist der Nacht Herrschaft.
Ewig ist die Dauer des Schlafs.
Heiliger Schlaf!
Beglücke zu selten nicht
der Nacht Geweihte,
in diesem irrdischen Tagwerk.
Nur die Toren verkennen dich
und wissen von keinem Schlafe,
als dem Schatten,
den du in jener Dämmerung
der wahrhaften Nacht
mitleidig auf uns wirfst.
Sie fühlen dich nicht
in der goldnen Flut der Trauben,
in des Mandelbaums
Wunderöl,
und dem braunen Safte des Mohns.
Sie wissen nicht,
dass du es bist
der des zarten Mädchens
Busen umschwebt
und zum Himmel den Schoos macht;
ahnden nicht,
dass aus alten Geschichten
du himmelöffnend entgegen trittst
und den Schlüssel trägst
zu den Wohnungen der Seligen,
unendlicher Geheimnisse
schweigender Bote.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

Il primo Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Zwei Männer am Meer, Gemälde von 1817

 

Qual mai vivente dotato di sensi
non ama,
sovra tutte le splendide apparenze
dello spazio che intorno gli dilaga,
la Luce giocondissima
con le sue tinte, i raggi, i flutti;
e con la dolce onnipresenza sua,
squillante giorno?

Come la piú riposta
anima della Vita,
la respira il cosmo immane
delle insonni costellazioni
che nuotano danzando
in quell’azzurro oceano.
La respira la pietra, che brilla
in sua quiete eterna;
la pianta sensitiva, che risucchia;
il selvaggio focoso animale
d’innumerevoli forme.
Ma, sovra tutti,
il Viandante superbo:
gli occhi ricolmi di sensi profondi;
librati i passi leggieri;
dolcemente socchiuse le labbra
ricche di suoni.

Della Natura fulgida sovrana,
tutte costringe le forze terrestri
a trasmutarsi interminabilmente;
annoda e scioglie vincoli infiniti;
ogni creatura avvolge
nel suo divino ammanto.
La sua presenza sola,
svela (stupefacente meraviglia)
i reami del mondo.

Pure, io mi volgo altrove:
verso la santa inesprimibile
misteriosa Notte.

Giace lontano il mondo,
come sepolto in un profondo avello.

Squallida solitudine
vaneggia là dove prima splendeva.
Malinconia profonda
per le corde dell’anima mi vibra.
In gocce di rugiada
io voglio giú disciogliermi,
mescermi con la cenere!
Lontananze della memoria,
fervide brame della giovinezza,
sogni beati della dolce infanzia,
gioie fugaci e inutili speranze
della trascorsa vita,
vengono in veste grigia,
come labili nebbie vespertine
quando caduto è il sole.
In altri spazii, trapiantò la Luce
le sue tende gioiose.
E non ritornerà, dunque, piú mai
ai figli che l’aspettano
con innocente fede?

Ma che cosa zampilla, ora, repente
di sotto al cuore, in émpito presago,
ad inghiottir le brezze
della malinconia?
Prendi, a tua volta, gioia
dagli esseri terreni,
o tenebrosa Notte?
Che cosa celi mai sotto il tuo manto,
che sí mi giunge all’anima
con impeto invisibile?

Prezioso balsamo
un fascio di papaveri
dalle tua mani stilla.
Le gravi ali del cuore, in alto trai.
Una passione oscura, inesprimibile,
lo invade in ogni fibra.
Raggiante e spaurito,
un vólto grave io scorgo
che dolcemente pio su me si china,
per mostrarmi, fra riccioli conserti
in vaghi avvolgimenti multiformi,
la giovinezza della Madre vera.

Come infantile e grama,
ora, mi appar la Luce!
Come consolatore e benedetto,
l’addio del Giorno!
Solo perché la Notte ti sottrae
i fedeli adoranti,
tu seminasti per gli spazii immensi
le rifulgenti sfere,
ad annunciar l’onnipotenza tua,
(il tuo ritorno, o Luce!)
nell’ore in cui ti assenti.

Piú divini degli astri che lampeggiano
lassú nel cielo,
ne appaion gl’infiniti occhi interiori
che in noi la Notte ha schiusi.
Scrutano in piú remote lontananze
che non i piú pallenti astri remoti
di quelle schiere innumeri.
Senza l’ausilio di veruna luce,
esploran quelli
nel piú profondo un’anima che ama;
e d’ebbrezza indicibile riempiono
un piú sublime spazio.

Divino premio,
la Regina dei mondi,
l’Annunziatrice delle sfere etèree,
custode eccelsa del divino Amore,
mi manda te, soave Amante,
o vago sole
della notturna tenebra.
Ed ora, io veglio:
ché tuo mi sento come sono mio.
Ecco: ritorni, Amata!
È sorto il regno della Notte; e l’anima
mi ritrabocca d’infinita ebbrezza.
Sparve per sempre dalla terra il giorno,
e  mia novellamente, ora, tu sei!
E se lo sguardo affondo
entro gli abissi del tuo sguardo buio,
altro non scorgo che beato Amore!
Sovra l’altare della Notte immensa,
cadiamo avvinti come in molle talamo.
Cade da noi l’involucro terreno:
e, fatta ardente dall’ardente amplesso,
brucia la pura vampa
dell’olocausto dolce.
Consuma nell’ardore dello Spirito
questo mio corpo, Amata,
a che, vanendo, in piú intimo amplesso
con Te mi mesca; e duri eternamente
la notte nuziale.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

***

Die erste Hymne an die Nacht

Welcher Lebendige,
Sinnbegabte,
liebt nicht vor allen
Wundererscheinungen
des verbreiteten Raums um ihn
das allerfreuliche Licht,
mit seinen Farben,
seinen Strahlen und Wogen;
seiner milden Allgegenwart
als weckender Tag.
Wie des Lebens
innerste Seele
atmet es der rastlosen Gestirne
Riesenwelt,
und schwimmt tanzend
in seiner blauen Flut,
atmet es
der funkelnde, ewigruhende Stein,
die sinnige, saugende Pflanze,
und das wilde, brennende,
vielgestaltete Tier.
Vor allen aber
der herrliche Fremdling
mit den sinnvollen Augen,
dem schwebenden Gange
und den zartgeschlossenen,
tonreichen Lippen.
Wie ein König
der irdischen Natur
ruft es jede Kraft
zu zahllosen Verwandlungen,
knüpft und löst
unendliche Bündnisse,
hängt sein himmlisches Bild
jedem irdischen Wesen um.
Seine Gegenwart allein
offenbart die Wunderherrlichkeit
der Reiche der Welt.

Abwärts wend ich mich
zu der heiligen, unaussprechlichen,
geheimnisvollen Nacht.
Fernab liegt die Welt,
in eine tiefe Gruft versenkt:
wüst und einsam ist die Stelle.
In den Saiten der Brust,
weht tiefe Wehmut.
Fernen der Erinnerung,
Wünsche der Jugend,
der Kindheit Träume,
des ganzen langen Lebens
kurze Freuden
und vergebliche Hoffnungen
kommen in grauen Kleidern,
wie Abendnebel
nach der Sonne
Untergang.
In andern Räumen
schlug die lustigen Gezelte
das Licht auf.
Sollte es nie zu seinen Kindern
wiederkommen,
die mit der Unschuld Glauben
seiner harren?

Was quillt auf einmal
so ahndungsvoll
unterm Herzen,
und verschluckt
der Wehmut weiche Luft?
Hast auch du
ein Gefallen an uns,
dunkle Nacht?
Was hältst du
unter deinem Mantel,
das mir unsichtbar kräftig
an die Seele geht?
Köstlicher Balsam
träuft aus deiner Hand,
aus dem Bündel Mohn.
Die schweren Flügel des Gemüts
hebst du empor.
Dunkel und unaussprechlich
fühlen wir uns bewegt.
Ein ernstes Antlitz
seh ich froh erschrocken,
das sanft und andachtsvoll
sich zu mir neigt,
und unter unendlich
verschlungenen Locken
der Mutter liebe Jugend zeigt. 

Wie arm und kindisch
dünkt mir das Licht nun;
wie erfreulich und gesegnet
des Tages Abschied!
Also nur darum,
weil die Nacht dir
abwendig macht die Dienenden,
säetest du
in des Raumes Weiten
die leuchtenden Kugeln,
zu verkünden deine Allmacht,
deine Wiederkehr
in den Zeiten deiner Entfernung.
Himmlischer als jene blitzenden Sterne,
dünken uns die unendlichen Augen,
die die Nacht
in uns geöffnet.
Weiter sehn sie
als die blässesten
jener zahllosen Heere.
Unbedürftig des Lichts
durchschaun sie die Tiefen
eines liebenden Gemüts —
was einen höhern Raum
mit unsäglicher Wollust füllt.

Preis der Weltkönigin,
der hohen Verkündigerin
heiliger Welten,
der Pflegerin
seliger Liebe,
sie sendet mir dich,
zarte Geliebte,
liebliche Sonne der Nacht.
Num wach ich:
denn ich bin dein und mein.
Du kommst, Geliebte.
Die Nacht ist da.
Entzückt ist meine Seele.
Vorüber ist der irrdische Tag,
und du bist wieder mein.
Ich schaue dir ins tiefe dunkle Auge,
sehe nichts als Lieb und Seligkeit.
Wir sinken auf der Nacht Altar,
aufs weiche Lager.
Die Hülle fällt,
und angezündet von dem warmen Druck
entglüht des süssen Opfers
reine Glut.
Zehre mit Geisterglut
meinen Leib,
dass ich lustig mit dir
inniger mich mische
und dann ewig
die Brautnacht währt.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

Il quarto Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Kreuz im Gebirge, 1823

 

Ora io so quando si leverà l’ultimo giorno; quando la Luce
non fugherà più, spauriti, la Notte e l’Amore; quando sarà
eterno il Sonno e senza fine il Sogno. Avverto, in me, una
stanchezza celeste. Lungo e spossante mi fu il pellegrinaggio a
questa sacra tomba. Estenuante, su le spalle, la croce. Chi ha
gustato l’onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni,
sgorga dal grembo oscuro del monte, a’ cui piedi si rompe la
risacca terrena; chi stette lassú su quelle cuspidi, agli estremi
confini della Vita, e spinse di là gli sguardi verso la Terra
Promessa, verso i soggiorni della Notte, non tornerà piú invero
al travagliato mondo: alle contrade dove abita la Luce, irrequie-
tudine perenne. Costruisce là in cima, le sue capanne: asili 
di pace. Brama, ed ama. Scruta di là, lontano. Fin che la piú
perfetta delle ore non lo trae giú, alle scaturigini del fonte.
Ogni cosa terrestre vi sornuota, respinta dagli uragani. Ma ciò
che santo si fece per virtú d’amore, scorre disciolto per oscuri
tramiti all’opposto versante: e qui si mesce, aereo, con gli
altri amori addormentati.

 

Gioiosa Luce! E tu mi dèsti , ancóra,
stanco, al lavoro.
Un’ebbrezza di vivere m’infondi;
ma non riesci ad allettarmi via
dal simulacro della Ricordanza,
rivestito di musco.

Ben io vorrò muover le mani industri;
cercar, d’intorno, dove
l’opera mia ti giovi;
glorificar la tua magnificenza;
assiduo perseguir l’alta armonia
di che la tua sublime arte s’informa;
la corsa rimirar, ricca di sensi,
delle sfere sul fulgido quadrante
che ti misura, imperioso, il tempo;
l’equilibrio scrutar delle tue forze;
e le leggi indagare, a cui rispondi
nel prodigioso giuoco
degli infiniti spazii
e dell’età infinite.

Ma il mio segreto cuore
resta fedele alla Notte divina
ed al nato da Lei fattivo Amore.
Puoi, tu, mostrarmi un’anima
che resti salda in fedeltà perenne?
Possiede il sole tuo sguardi amorosi
che mi ravvisino?
La mano mia giunge bramosa a stringere
le tue splendenti stelle?
Mi rendon, esse, la carezza blanda
ed un tenero eloquio,
ond’io le vo rivezzeggiando?
Sei tu, che ornasti di tinte soavi
l’immensità notturna,
e che chiudevi le sue forme vaghe
in fluidi contorni;
o non piuttosto conferí la Notte
piú profonda incantevole piacenza
alle tue grazie?
Qual voluttà, qual mai delizia offerte
son dalla vita tua che ribilancino
l’ebbrezza della Notte?
Maternamente al seno Ella ti stringe,
e devi il tuo splendore a Lei soltanto.
Vaniresti in te stessa, dileguando
nell’infinito spazio,
s’Ella non ti reggesse al petto avvinta,
s’Ella non ti scaldasse
a generar con la tua fiamma il mondo.

Io ero, in verità,  —  prima che fossi.
La madre Notte mi mandò, co’ miei
simili tanti, ad abitar la terra
per adornarla con la ricca mèsse
di non mai vizzi fiori;
per farla santa col divino Amore
e che si ergesse in simulacro, ignudo
agli ammiranti sguardi…

Maturi ancor non sono
questi celesti pensamenti. Ancóra,
questa svelata Verità non conta
che scarse tracce.
Ma un giorno il tuo quadrante segnerà
l’ora postrema al Tempo.
Fatta mortale come noi mortali,
allor ti andrai spegnendo
colma di ardenti insodisfatti aneliti,
per esalare l’ultimo respiro.

Avverto in me la fine
dell’operosa tua fatica lunga,
il beato ritorno a una celeste
libertà primigenia.
Con irruente sofferenza, sento
l’esilio tuo dalla patria terrena,
l’impeto tuo ribelle all’almo antico
maraviglioso Cielo.

Ma il tuo furore tempestoso, è vano.
Ché inconsutile sta, alta, la Croce:
il trionfal vesillo
della progenie umana.

Travarco i confini del Giorno:
ed ogni tormento, ogni pena,
assilli colà diverranno
d’ebbrezze infinite.

Attendi: ché infrante, tra poco,
saran le diurne catene;
ed ebbro cadrò, per posarvi,
in grembo all’Amore.

Un mare infinito di vita
mi ondeggia irruente nel cuore.
Riguardo dall’alto già vinta
la Luce del mondo.

Laggiú, sovra il tragico Gòlgota,
si spegne il suo vivo fulgore.
La Notte, ne nasce. Ed effonde
frescure soavi.

Sollevami, Amato, con foga
possente al tuo cuore celeste,
cosí chi’io mi addorma in un sonno
capace d’amore.

La Morte, da’ flutti suoi neri,
mi genera a vita novella:
avverto mutarsi il mio sangue
in balsamo etèreo.

Io vivo nel corso dei giorni
ricolmo d’intrepida fede;
e muoio le notti, in un rogo
di ardore divino.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

∗∗∗

Die vierte Hymne an die Nacht

Nun weiss ich, wenn der letzte Morgen sein wird — wenn das
Licht nicht mehr die Nacht und die Liebe scheucht — wenn
der Schlummer ewig und nur ein unerschöpflicher Traum sein
wird. Himmlische Müdigkeit fühl ich in mir. — Weit und
ermüdend ward mir die Wallfahrt zum heiligen Grabe, drückend
das Kreuz. Die kristallene Woge, die, gemeinen Sinnen unvernehm-
lich, in des Hügels dunklen Schoss quillt, an dessen Fuss die
irdische Flut bricht, wer sie gekostet, wer oben stand auf dem
Grenzgebürge der Welt, und hinübersah in das neue Land, in
der Nacht Wohnsitz, — wahrlich, der kehrt nicht in das Treiben
der Welt zurück, in das Land, wo das Licht in ewiger Unruh
hauset.
Oben baut er sich Hütten, Hütten des Friedens, sehnt sich
und liebt, schaut hinüber, bis die willkommenste aller Stunden
hinunter ihn in den Brunnen der Quelle zieht — das Irdische
schwimmt obenauf, wird von Stürmen zurückgeführt, aber was
heilig durch der Liebe Berührung ward, rinnt aufgelöst in
verborgenen Gängen auf das jenseitige Gebiet, wo es, wie Düfte,
sich mit entschlummerten Lieben mischt.

 

Noch weckst du,
muntres Licht,
den Müden zur Arbeit.
Flössest fröhliches Leben mir ein.
Aber du lockst mich
von der Erinnerung
moosigem Denkmal nicht.
Gern will ich
die fleissigen Hände rühren,
überall umschaun,
wo du mich brauchst,
rühmen deines Glanzes
volle Pracht,
unverdrossen verfolgen
deines künstlichen Werks
schönen Zusammenhang,
gern betrachten
deiner gewaltigen,
leuchtenden Uhr
sinnvollen Gang,
ergründen der Kräfte
Ebenmass
und die Regeln
des Wunderspiels
unzähliger Räume
und ihrer Zeiten.
Aber getreu der Nacht
bleibt mein geheimes Herz.
und der schaffenden Liebe,
ihrer Tochter.
Kannst du mir zeigen
ein ewig treues Herz?
Hat deine Sonne
freundliche Augen,
die mich erkennen?
Fassen deine Sterne
meine verlangende Hand?
Geben mir wieder
den zärtlichen Druck
und das kosende Wort?
Hast du mit Farben
und leichtem Umriss
Sie geziert,
oder war sie es,
die deinem Schmuck
höhere, liebere Bedeutung gab?
Welche Wollust,
welchen Genuss
bietet dein Leben,
die aufwögen
des Todes Entzückungen?
Trägt nicht alles,
was uns begeistert,
die Farbe der Nacht?
Sie trägt dich mütterlich,
und ihr verdankst du
all deine Herrlichkeit.
Du verflögst
in dir selbst,
in endlosen Raum
zergingst du,
wenn sie dich nicht hielte,
dich nicht bände,
dass du warm würdest
und flammend
die Welt zeugtest.

Wahrlich, ich war, eh du warst.
Die Mutter schickte
mit meinen Geschwistern mich,
zu bewohnen deine Welt,
sie zu heiligen mit Liebe,
dass sie ein ewig
angeschautes Denkmal werde,
zu bepflanzen sie
mit unverwelklichen Blumen.
Noch reiften sie nicht
diese göttlichen Gedanken.
Noch sind der Spuren
unserer Offenbarung
wenig.
Einst zeigt deine Uhr
das Ende der Zeit,
wenn du wirst wie unser einer,
und voll Sehnsucht und Inbrunst
auslöschest und stirbst.
In mir fühl ich
deiner Geschäftigkeit Ende,
himmlische Freiheit,
selige Rückkehr.
In wilden Schmerzen
erkenn ich deine Entfernung
von unsrer Heimat,
deinen Widerstand
gegen den alten,
herrlichen Himmel.

Deine Wut und dein Toben
ist vergebens.
Unverbrennlich
steht das Kreuz
eine Siegesfahne
unsers Geschlechts.

Hinüber wall ich,
Und jede Pein
Wird einst ein Stachel
Der Wollust sein.

Noch wenig Zeiten,
So bin ich los,
Und liege trunken
Der Liebe im Schoss.

Unendliches Leben
Wogt mächtig in mir
Ich schaue von oben
Herunter nach dir.

An jenem Hügel
Verlischt dein Glanz.
Ein Schatten bringet
Den kühlenden Kranz.

Oh! sauge, Geliebter,
Gewaltig mich an,
Dass ich entschlummern
Und lieben kann.

Ich fühle des Todes
Verjüngende Flut,
Zu Balsam und Äther
Verwandelt mein Blut.

Ich lebe bei Tage
Voll Glauben und Mut
Und sterbe die Nächte
In heiliger Glut.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

Il terzo Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, 1819, Dresda, Gemäldegalerie

         

 Un giorno ch’io versavo amare lacrime; che, disciolte in dolore,
fluivano scomparendo tutte le mie speranze; e me ne stavo
solitario presso l’arido tumulo in cui, sepolta entro un angusto
spazio, era l’essenza della vita mia; solitario cosí come nessuno
fu solitario al mondo, premuto da un indicibile sgomento, ridotto
a non essere ormai se non il senso stesso della disperazione;
come giravo attorno supplichevole gli sguardi, e non
potevo muover passo né innanzi né indietro; e m’avvinghiavo
con anelito senza fine alla vita che mi fuggiva spenta; discese
dalle azzurre lontananze, giú dai vertici della mia beatitudine
trascorsa, un brivido crepuscolare.
          Si strappò, di colpo, ogni legame fra la nascita e me. Fu
la catena della Luce, infranta. La malinconia confluí entro un
nuovo imperscrutabile mondo. E tu, Estasi notturna, e tu, Sonno
divino, sopravveniste.
          Il paesaggio, intorno, si sollevò a poco a poco. Sul 
 paesaggio aliò, dissolvendosi, il mio spirito risorto. Il tumulo si
sfece in una nuvola di polvere. E oltre la nuvola io vidi, 
trasfigurato, il vólto dell’Amata. Negli occhi, Le riposava l’Eterno.
Presi le mani Sue. Il pianto divenne, tra di noi, un rifulgente
vincolo infrangibile. Millenni furono spazzati in lontananza, come
uragani. Piansi al suo collo l’estasi di quella vita nuova. Fu
il primo, unico sogno. E da quell’attimo soltanto, s’infuse in
me una fede immutabile, eterna, nel Paradiso della notte.
       E nella Luce sua: l’Amata.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

***

Die dritte Hymne an die Nacht

Einst, da ich bittre Thränen vergoss, da in Schmerz aufgelöst
meine Hoffnung zerrann, und ich einsam stand an dem dürren Hügel,
der in engen dunkeln Raum die Gestalt meines Lebens barg —
einsam, wie noch kein Einsamer war, von unsäglicher Angst
getrieben — Kraftlos, nur ein Gedanken des Elends noch. —
Wie ich da nach Hülfe umherschaute, vorwärts nicht könnte und
rückwärts nicht, und am fliehenden, verlöschten Leben mit
unendlicher Sehnsucht hing: — da kam aus blauen Fernen —
von den Höhen meiner alten Seligkeit ein Dämmrungsschauer
— und mit einemmale riss das Band der Geburt — des Lichtes
Fessel. Hin floh die iridische Herrlichkeit und meine Trauer mit
ihr — zusammen floss die Wehmut in eine neue, unergründliche
Welt — du Nachtbegeisterung, Schlummer des Himmels kamst
über mich — die Gegend hob sich sacht empor; über der
Gegend schwebte mein entbundner, neugeborner Geist. Zur 
Staubwolke würde der Hügel — durch die Wolke sah ich die verklärten
Züge der Geliebten. In ihren Augen ruhte die Ewigkeit — ich
fasste ihre Hände, und die Tränen wurden ein funkelndes,
unzerreissliches Band. Jahrtausende zogen abwärts in die Ferne, wie
Ungewitter. An Ihrem Halse weint ich dem neuen Leben
entzückende Thränen. — Es war der erste, einzige Traum —
und erst seitdem fühl ich dir ewigen, unwandelbaren Glauben an
den Himmel der Nacht und sein Licht, die Geliebte.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

Il quinto Inno alla notte – Novalis

Sulle stirpi degli uomini infinite,
regnava un giorno ferreo Destino
in muta violenza.

Una pesante benda tenebrosa
intorno si avvolgeva
alle angosciate anime loro.
Immensa era la Terra: e avean gli Dei,
quivi, dimora e patria.
Misterioso, il magico edificio
si ergea da sempiterne eternità.
Oltre le cime rosse dell’aurora,
entro il divino grembo dell’Oceano,
soggiornava la Luce onnivivente,
che tutto accende.

Un Veglio gigantesco sosteneva
il giubilo del mondo.
Incatenati ai visceri dei monti
stavano i figli della Terra antichi,
in furor vano di sterminio contro
la nuova razza degli Dei stupenda
e i suoi congiunti: gli uomini felici.

Il verdecupo baratro del mare
era un grembo di Dea.
In grotte di cristallo, pullulava
una folla di spiriti beata.
Gli alberi, l’acque, i fiori e gli animali
aveano umani sensi.
Sapea piú dolce il vino,
poi che gli sguardi lo scorgean donato
da un rigoglioso Nume giovinetto
entro i grappoli infuso,
come cresceva in piene spighe d’oro
una materna ed amorosa Iddia.

Era la sacra ebbrezza dell’amore,
anch’essa, un santo rito
della piú bella tra le Dee piú belle.

Cosí, la Vita avea lo scroscio eterno
per i secoli via, primaverile,
di variopinta festa
tra gli Eterni e gli umani.

E le stirpi adoravano concordi,
con ingenua credenza,
nella tenera Fiamma multiforme
il Vertice del mondo.

Solo un pensiero,
solo un fantasma atroce,
sopravvenendo a quel convivio lieto,
di sfrenata paura i cuori avvolse.
E i Numi stessi non sapeano come
donar conforto all’anime sgomente.
Per vie segrete era disceso il Mostro
cui non placavan né preci né doni.
Morte, il suo nome… E interruppe il festino
con l’angoscia, le lagrime, il dolore.

Ora, in eterno disgiunto da tutto
che i sensi accende di soave ebbrezza;
strappato a’ suoi diletti, che rimangono
in vano pianto al mondo e in lunga pena,
un sogno scialbo ed un imbelle anelito
al defunto parean toccati in sorte.
Infranti erano i flutti del Piacere
contro la rupe di un Cordoglio immane.

Con mente audace e con accesi sensi,
l’uomo abbelliva quell’orrenda larva.
Spenge la torcia un bello Efebo, e dorme.
La morte è dolce come un soffio d’arpa.
La memoria si stempra in flutti d’ombra.
Cosí, nel canto redimeva il Fato.
Ma un enigma restò la Notte eterna,
di remota Potenza infausto segno.

Ed ora si avviò, lento, al tramonto
il vecchio mondo.
Appassiva il giardino di delizie,
beato asilo alla progenie nuova.
Gli uomini, non piú bimbi, nel fatale
crescer degli anni,
di salire anelavano d’un balzo
in piú liberi spazii e piú deserti.

Scomparsi i Numi coi loro corteggi,
inanimata e sola
la Natura restò. Legò con ferrea
catena, stretti, il Numero ed il Ritmo:
arido l’uno e l’altro inesorabile.
In pulviscolo aereo di parole
oscure al senso, cadde giú dissolto
lo smisurato fiore della Vita.

Scomparsa era la Fede, che dal nulla
suscita i mondi;
scomparsa la divina Fantasia,
che tutti li trasforma e li affratella.
Infesto, un boreal vento soffiava
sui campi assiderati;
e la terra stupenda, intirizzita,
per l’ètere svaní.

I remoti del cielo immensi spazii
s’empiron tutti di fulgenti stelle.
In piú profondo santuario, in cima
alle piú alte vette dello Spirito,
l’anima della Vita si ritrasse
con le potenze sue,
per dominare quivi in sino all’alba
del tempo nuovo, in cui risorgerebbe
lo splendore del mondo.

Non piú la Luce era soggiorno eletto
dai Numi in terra;
non piú, divino segno.
Di un velame notturno, Essi, si cinsero.
E da quest’attimo,
fu la Notte il possente alvo capace
delle Rivelazioni.

Quivi gli Dei tornarono, cadendo
in un presago sonno,
 a uscirne in nuove e piú splendenti forme
sul rinnovato mondo.

… Ed ecco: in mezzo al popolo
che, a tutti inviso, s’era fatto adulto
precocemente in estraniato sdegno
contro i beati sogni
del giovanil candore,
con vólto non mai visto apparve, adesso,
il Nuovo Mondo…
Nella capanna della Povertà,
immateriale asilo.
Il Figlio della prima
Vergine e Madre insieme!
Misterioso amplesso,
ed infinito Frutto!
La florida sapienza d’Oriente,
prima d’ogni altra, ravvisò, presaga,
l’alba del Nuovo Tempo.
Un astro le insegnò la buona via
alla dimessa culla
del piú potente Re.
E nel nome dei secoli a venire,
giunse l’offerta a Lui
d’oro d’incenso e mirra;
Fulgore e Olezzo: i massimi
doni della Natura.

Il suo divino solitario cuore
in un florido calice si aprí
d’onnipotente Amore.
Il Pargolo celeste al nobil vólto
si protendea del Padre,
riposando tranquillo, Egli, nel grembo
preveggente e beato
della sua Madre sorridente e austera.
Con profetico sguardo,
si affissava, pei secoli venturi,
nei diletti germogli del suo tronco,
noncurante di sé, della sua propria
sorte terrena.

Subitamente, i piú candidi spiriti,
affascinati dal profondo amore,
gli si strinsero attorno. E accanto a Lui,
siccome la campagna a primavera,
germinava fiorendo una novella
non mai comparsa Vita.
Parole inesauribili
di giocondi messaggi,
come faville d’un mondo celeste,
cadevan via dalle amorose labbra.

Nato laggiú, sotto il cielo sereno
dell’Ellade felice,
dalle coste lontane, in Palestina
venne un Araldo.
Ed al Fanciullo prodigioso, tutto
donava egli il suo cuore:

« Sei tu, l’Efebo che da lungo tempo
stava pensoso sulle nostre tombe,
il Segno consolante nella Tenebra,
l’Alba di una piú alta Umanità.
Quel che c’immerse in un lutto profondo,
in un soave anelito c’innalza.
Nella Morte, apparí la Vita eterna;
E la Morte sei tu, — che ci guarisce ».

Verso l’Indostan, poi, trasse l’Araldo.
Di un dolce amor gli traboccava il cuore.
Ed in focosi canti
egli cosí sotto quei miti cieli
lo riversava,
che mille e mille cuori innanzi a Lui
piegaron proni. E la Buona Novella
súbito rameggiò, crescendo in alto.
Scomparve, quindi. E la preziosa vita
del rivelato Iddio
subitamente s’immolava, offerta
al rovinar della progenie umana.

Morí,
giovane d’anni,
strappato via dalla diletta terra,
dalla sua Madre in lagrime,
dai Fedeli sgomenti.
Un tenebroso calice vuotava
d’inaudite sofferenze,
quell’amorosa bocca.
Terrificante angoscia,
l’Alba gli s’appressò dell’Era nuova.
Duramente, lottò contro i terrori
della Morte primeva. Il Vecchio Mondo
gravò su Lui con il peso schiacciante.
Anche una volta si affissò, spirando
tenero ardore,
verso la Madre sua. Liberatrice,
quindi la mano scese
del sempiterno Amore;
ed Ei si addormentò.

Pochi giorni soltanto, un velo buio
sugli ululanti mari
posò: sovra le terre tremebonde.
Lagrime innumerevoli
sparsero sull’avello i suoi Fedeli…
Dissuggellato, apparve, indi, il Mistero.
Spiriti giú dal cielo
risollevaron la vetusta pietra
via dall’oscura tomba.
Accanto al Dormiente,
sedean, formati dall’aereo spiro
de’ sogni suoi, Angeli belli. Ed Egli,
risuscitato in un fulgente Iddio,
divinamente al vertice saliva
del neonato Mondo.

Nell’Antro abbandonato,
con le sue mani, seppellí le spoglie
del mondo antico:
e vi posò, con gesto onnipotente,
la pietra che mai piú Forza veruna
solleverà nei secoli.

Versano ancóra i tuoi fedeli lagrime,
per Te, di gaudio e di commossa eterna
riconoscenza, presso il tuo sepolcro.
Ti veggon sempre
risuscitare in giubilo sgomento,
e si ammirano in Te risuscitati.
Dirottamente piangere Ti vedono
un pianto dolce al seno della Madre;
austeramente camminar,  guidando
i discepoli amati;
parole pronunciar simili a foglie
strappate al tronco della Vita immenso;
con impeto balzar gonfio di aneliti
nelle braccia del Padre,
a Lui la nuova umanità recando,
la coppa inesauribile
onde sgorga il Domani in flutti d’oro.

E ti seguía subitamente
in trionfo pei cieli,
la Madre tua.
Si assise, prima, accanto a Te beata
nella tua patria nuova.
Da quel tempo, scorrean secoli molti:
e in sempre piú fulgente
magnificenza,
il tuo Creato si animò di vita.

Dai tormentosi abissi del Dolore,
trassero a Te miriadi
d’umani spiriti
colmi di fede in un perpetuo anelito.
Regnan con Te, con la celeste Vergine,
nel regno dell’Amore.
Servono al tempio della Morte santa:
sono i tuoi figli, per l’eternità.

La pietra è sollevata;
l’umanità risorta;
infrante le catene.
Ora, siam tuoi, Signore!
Nell’ultimo convivio,
col mondo e con la vita,
sparve ogni affanno innanzi
alla tua coppa d’oro.

La morte a nozze invoca:
ardon le chiare lampade;
le Vergini son pronte;
l’olio divino abbonda.
Risuonino gli spazii
del giunger tuo, Signore!
E noi le stelle chiamino,
squilli di voci umane.

Si levan già, Maria,
a mille in alto i cuori;
dal tenebroso mondo,
non bramano che Te.
In estasi presaga
speran che guariranno,
se tu li accogli, o Madre,
misericorde al seno.

Cosí, (consunti, alcuni,
in fiamme di dolore),
evasi al triste mondo,
ebber rifugio in Te.
Consolatrice santa
d’ogni travaglio umano!
Prendi anche noi fra quelli;
danne l’eterna pace!

Ora, a nessuna tomba
piange chi crede ed ama.
Dolce retaggio, a tutti,
resta il divino Amore;
balsamo d’ogni affanno,
la Notte incantatrice.
Cuori beati in cielo
veglian sui nostri cuori.

L’umanità procede
verso la Vita eterna.
Intimo ardore, l’anima
rischiara e ci dilata.
In aureo filtro stemprasi
la costellata vòlta.
Noi lo sorbiamo: e in chiari
astri ci muteremo.

Sciolto è l’Amore: e al mondo
non v’ha distacco piú.
La Vita ondeggia in piena
come un immenso mare.
Unica Notte-Ebbrezza,
poema sempiterno.
E di noi tutti è il sole,
Vólto di Luce, — Dio.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942