Canto d’amore – Rainer Maria Rilke

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

 

   E come tratterrò l’anima mia,
perché la tua non sfiori?
Come la leverò verso altre sfere,
dove tu piú non sia?

   Oh, celarla vorrei presso qualcosa
che si smarrisse in buia solitudine,
in un angolo ignoto e silenzioso
che non vibrasse piú quando rivibrano
gli abissi tuoi!…

   Ma tutto ciò che appena ne disfiora,
ci prende insieme al pari dell’archetto
che da due corde trae solo una voce.

   Su qual strumento, ahimè, siamo noi tesi?
E chi lo regge e suona?… Oh melodia!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Liebes – Lied

Wie soll ich meine Seele halten, daß
sie nicht an deine rührt? Wie soll ich sie
hinheben über dich zu andern Dingen?
Ach gerne möcht ich sie bei irgendwas
Verlorenem im Dunkel unterbringen
an einer fremden stillen Stelle, die
nicht weiterschwingt, wenn deine Tiefen schwingen.
Doch alles, was uns anrührt, dich und mich,
nimmt uns zusammen wie ein Bogenstrich,
der aus zwei Saiten eine Stimme zieht.
Auf welches Instrument sind wir gespannt?
Und welcher Spieler hat uns in der Hand?
O süßes Lied.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

La prima Elegia – Rainer Maria Rilke

William Adolphe Bouguereau, Angels Playing Violin

   

   Chi, s’io gridassi, mi udrebbe
dalle celesti gerarchie degli Angeli?
E se, d’un tratto, un Angelo
contro il suo cuore mi stringesse, certo
io svanirei di quella forza immensa
in Lui racchiusa.
Ché il Bello è solamente
la prima nota del Tremendo. E dato
di sostenerlo e di ammirarlo è a noi,
solo perché non cura di annientarci.
… E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Per ciò, io mi raffreno e chiudo in gola
l’appello di un singhiozzo tenebroso.
A chi, gridar soccorso? Non agli Angeli.
Agli uomini? Neppure. E gli animali
sagacemente fiutano
che perigliosa a noi scorre la vita
in questo mondo d’inventati sensi.
Un albero ci resta, sul pendío,
da rivedere in ogni giorno. E resta
anche la strada che facemmo ieri:
la fedeltà viziata a un’abitudine,
che si compiacque d’indugiar fra noi;
e rimaneva; e non se n’è partita.
E la notte, la notte, allor che il vento,
tutto ricolmo dei siderei spazii,
il vólto ci consuma, oh non attende
ella, anelata, i cuori solitarii;
e li delude, poi, soavemente?
Forse, agli Amanti è piú benigna e lieve!
Ahimè! Non fanno che celarsi – stretti –
a vicenda, il destino…
E ancóra non lo sai? Via dalle braccia,
scaglia il tuo vuoto. Aggiungilo agli spazii
che respiriamo… E avvertiran gli uccelli
il dilatato ètere d’attorno
con piú gioioso volo.

   È vero, sí… Le primavere, al mondo,
avean sete di te. Talune stelle
si struggevan, lassú, che tu le udissi.
E t’investiva, a volte,
un’onda dall’ocèano del Remoto;
e, se passavi, dal balcone schiuso
un violino abbandonava tutte
le sue musiche a te.
Questa, la tua missione. E, per adempierla,
ti bastavan le forze? O non piuttosto
era un orgasmo in te, come se tutto
ti annunziasse un’amante?
E dove, in te, sarebbe stato spazio
per ospitarla,
in questo eterno pullularti dentro
di estranee immense idee,
che vengono e rivanno;
ed anche a notte, hanno dimora in te?
Ma canta, se la nostalgia ti accora,
canta le Amanti.
Ché, lungi ancor dall’essere immortale,
è il loro molto celebrato ardore.
Cantale, sí, le tristi Abbandonate,
che tu sempre invidiavi: e ti pareano
tanto amorose piú, di quelle altre
dal ricambiato amore.
E di cantarle, non cessare! Innova
la non mai colma lode!
Pensa: l’Eroe non è compiuto mai
d’essere al mondo.
Anche la morte, è a lui
pretesto per rivivere immortale
dopo l’estrema nascita.
Ma la Natura dentro il grembo esausto
riprende in sé le Amanti abbandonate,
come se non avesse piú la forza
di dar vita al prodigio un’altra volta.
Hai tu già sciolto un adeguato canto
alla memoria di Gaspara Stampa,
perché, deserta dall’amato, adesso,
una fanciulla, estatica all’esempio,
dentro si strugga di adeguarsi a lei?
Non debbono recare anche piú frutti,
queste pene defunte, a noi viventi?
Non è venuto il tempo,
che, amando, noi si giunga a liberarci
dell’adorato oggetto, in un fremente
impeto di vittoria,
come la freccia che, raccolta e tesa
entro il suo scocco, supera la corda?
Inerzia, è nulla. E solo il Moto, è tutto.

   Voci! Voci!… Mio cuore, e tu pervieni
ad ascoltare, come i Santi solo
sanno ascoltare.
L’immenso appello li scagliava in alto;
ma rimanean con le ginocchia a terra:
irreali impassibili profondi;
ed eran solo in quell’ascolto solo.
… Alla voce di Dio, non reggeresti.
Ma il soffio ascolta del messaggio eterno,
che si crea dal silenzio: e che ti giunge
da quei morti precoci.
Oh sempre che varcasti, a Roma o a Napoli,
la soglia di una chiesa, non parlava
un placido linguaggio, a te, quel loro
funereo destino?
O iscritto in una stele, ti si ergeva
innanzi, come là sovra la lapide
apparsa in te, Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch’io con leggiero
tócco dissolva la parvenza ingiusta
di quella sorte, che talvolta ancóra
il loro etèreo moto un poco attarda?

   È strano, certo,
non abitare piú su questa terra;
non compier piú le usanze apprese appena;
né piú legare il senso
del divenire umano
alle rose e alle cose, onde ciascuna
aveva una sua voce di promessa;
non esser piú ciò ch’eravamo chiusi
nell’infinita angoscia delle mani;
e abbandonar finanche il proprio nome
come un balocco infranto.
È strano, certo,
non piú desiderare desiderii
desiderati tanto;
veder questa compagine, disciolta,
volitare per spazii sterminati…
Essere morti, è una fatica dura.
Un ímprobo ricupero di forze,
per avvertire un po’ d’eternità.
Ma i vivi, tutti aberrano, − segnando
troppo profondo il solco fra i due Regni.
Gli Angeli (è fama…) ignorano talvolta
se vanno fra i viventi o i trapassati.
Ogni progenie, la fiumana eterna
travolge via con sé per ambo i Regni;
e, con lo scroscio suo,
ne sommerge il clamore in questo o in quello.

   Ma non hanno di noi bisogno piú
quei morti d’una morte prematura…
Placidamente,
ci si divezza dalla terra: come
ci si divezza dal materno seno,
quando sia l’ora.
Ma noi viventi, noi, che ci nutriamo
di tanti inesauribili misteri;
e a cui sovente, su da un lutto, balza
il progredir beato;
potremmo, noi, senza quei morti, esistere?
Non è leggenda vana,
che un dí si ardimentò la prima Musica
a penetrar dentro la dura pietra
nel compianto di Lino; e che per entro
quello spazio atterrito, ormai deserto
dal Semidio precocemente estinto,
l’ètere scosso, per la prima volta,
oscillava nel palpito di suono,
che ancóra ci travolge e ci consola.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)” in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die erste Elegie

   Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel
Ordnungen? und gesetzt selbst, es nähme
einer mich plötzlich ans Herz: ich verginge von seinem
stärkeren Dasein. Denn das Schöne ist nichts
als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen,
und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
uns zu zerstören. Ein jeder Engel ist schrecklich.
   Und so verhalt ich mich denn und verschlucke den Lockruf
dunkelen Schluchzens. Ach, wen vermögen
wir denn zu brauchen? Engel nicht, Menschen nicht,
und die findigen Tiere merken es schon,
daß wir nicht sehr verläßlich zu Haus sind
in der gedeuteten Welt. Es bleibt uns vielleicht
irgend ein Baum an dem Abhang, daß wir ihn täglich
wiedersähen; es bleibt uns die Straße von gestern
und das verzogene Treusein einer Gewohnheit,
der es bei uns gefiel, und so blieb sie und ging nicht.
   O und die Nacht, die Nacht, wenn der Wind voller Weltraum
uns am Angesicht zehrt –, wem bliebe sie nicht, die ersehnte,
sanft enttäuschende, welche dem einzelnen Herzen
mühsam bevorsteht. Ist sie den Liebenden leichter?
Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los.
   Weißt du’s noch nicht? Wirf aus den Armen die Leere
zu den Räumen hinzu, die wir atmen; vielleicht daß die Vögel
die erweiterte Luft fühlen mit innigerm Flug.

Ja, die Frühlinge brauchten dich wohl. Es muteten manche
Sterne dir zu, daß du sie spürtest. Es hob
sich eine Woge heran im Vergangenen, oder
da du vorüberkamst am geöffneten Fenster,
gab eine Geige sich hin. Das alles war Auftrag.
Aber bewältigtest du’s? Warst du nicht immer
noch von Erwartung zerstreut, als kündigte alles
eine Geliebte dir an? (Wo willst du sie bergen,
da doch die großen fremden Gedanken bei dir
aus und ein gehn und öfters bleiben bei Nacht.)
Sehnt es dich aber, so singe die Liebenden; lange
noch nicht unsterblich genug ist ihr berühmtes Gefühl.
Jene, du neidest sie fast, Verlassenen, die du
so viel liebender fandst als die Gestillten. Beginn
immer von neuem die nie zu erreichende Preisung;
denk: es erhält sich der Held, selbst der Untergang war ihm
nur ein Vorwand, zu sein: seine letzte Geburt.
Aber die Liebenden nimmt die erschöpfte Natur
in sich zurück, als wären nicht zweimal die Kräfte,
dieses zu leisten. Hast du der Gaspara Stampa
denn genügend gedacht, daß irgend ein Mädchen,
dem der Geliebte entging, am gesteigerten Beispiel
dieser Liebenden fühlt: daß ich würde wie sie?
Sollen nicht endlich uns diese ältesten Schmerzen
fruchtbarer werden? Ist es nicht Zeit, daß wir liebend
uns vom Geliebten befrein und es bebend bestehn:
wie der Pfeil die Sehne besteht, um gesammelt im Absprung
mehr zu sein als er selbst. Denn Bleiben ist nirgends.

Stimmen, Stimmen. Höre, mein Herz, wie sonst nur
Heilige hörten: daß die der riesige Ruf
aufhob vom Boden; sie aber knieten,
Unmögliche, weiter und achtetens nicht:
So waren sie hörend. Nicht, daß du Gottes ertrügest
die Stimme, bei weitem. Aber das Wehende höre,
die ununterbrochene Nachricht, die aus Stille sich bildet.
Es rauscht jetzt von jenen jungen Toten zu dir.
Wo immer du eintratest, redete nicht in Kirchen
zu Rom und Neapel ruhig ihr Schicksal dich an?
Oder es trug eine Inschrift sich erhaben dir auf,
wie neulich die Tafel in Santa Maria Formosa.
Was sie mir wollen? leise soll ich des Unrechts
Anschein abtun, der ihrer Geister
reine Bewegung manchmal ein wenig behindert.

Freilich ist es seltsam, die Erde nicht mehr zu bewohnen,
kaum erlernte Gebräuche nicht mehr zu üben,
Rosen, und andern eigens versprechenden Dingen
nicht die Bedeutung menschlicher Zukunft zu geben;
das, was man war in unendlich ängstlichen Händen,
nicht mehr zu sein, und selbst den eigenen Namen
wegzulassen wie ein zerbrochenes Spielzeug.
Seltsam, die Wünsche nicht weiterzuwünschen. Seltsam,
alles, was sich bezog, so lose im Raume
flattern zu sehen. Und das Totsein ist mühsam
und voller Nachholn, daß man allmählich ein wenig
Ewigkeit spürt. – Aber Lebendige machen
alle den Fehler, daß sie zu stark unterscheiden.
Engel (sagt man) wüßten oft nicht, ob sie unter
Lebenden gehn oder Toten. Die ewige Strömung
reißt durch beide Bereiche alle Alter
immer mit sich und übertönt sie in beiden.

Schließlich brauchen sie uns nicht mehr, die Früheentrückten,
man entwöhnt sich des Irdischen sanft, wie man den Brüsten
milde der Mutter entwächst. Aber wir, die so große
Geheimnisse brauchen, denen aus Trauer so oft
seliger Fortschritt entspringt –: könnten wir sein ohne sie?
Ist die Sage umsonst, daß einst in der Klage um Linos
wagende erste Musik dürre Erstarrung durchdrang;
daß erst im erschrockenen Raum, dem ein beinah göttlicher Jüngling
plötzlich für immer enttrat, die Leere in jene
Schwingung geriet, die uns jetzt hinreißt und tröstet und hilft.

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Le querce – Friedrich Hölderlin

Asher B. Durand, Landscape (Birch and Oaks), Brooklyn Museum

2.

      Io vengo dai giardini in mezzo a voi,
figlie della montagna! Dai giardini,
ove Natura paziente vive
una vita domestica, raccolta
in fra gli uomini industri; e ne ricambia
con sollecite cure, ella, le cure.
Ma voi, divine, voi, qui soggiornate
in piú placido mondo: e sembra un popolo
di rubesti Titani, il vostro aspetto.
Vostre, voi siete. E della Terra madre,
che vi espresse da sé: dell’almo Cielo,
che vi nutrí perché cresceste in lui.

     Niuna di voi si sottomise ancóra
alla saccente volontà dell’uomo.
Vi sollevate libere e gioconde
da potenti radici, ecco, nell’aria
a ghermire, com’aquila la preda,
con forti braccia il prodigioso spazio.
E di contro alle nubi, ampia raggiante,
dritta vi s’erge l’assolata chioma.
Ed è, ciascuna, un mondo. E come gli astri,
vivete voi. Ciascuno, un Dio: che esiste
libero-avvinto all’altre stelle tutte.

     Se piegarmi potessi a viver schiavo,
querce silvestri, io non saprei l’invidia,
che mi prende di voi. Mi adatterei
fra gli uomini, contento… Oh, se d’un tratto
non mi avvincesse piú questo mio cuore,
che d’amar non si sazia, agli altri umani,
come felice abiterei per sempre,
figlie della montagna, in mezzo a voi!

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche della natura”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

Die Eichbäume

Aus den Gärten komm’ ich zu euch, ihr Söhne des Berges!
Aus den Gärten, da lebt die Natur geduldig und häuslich,
Pflegend und wieder gepflegt mit dem fleißigen Menschen zusammen.
Aber ihr, ihr Herrlichen! steht, wie ein Volk von Titanen
In der zahmeren Welt und gehört nur euch und dem Himmel,
Der euch nährt’ und erzog, und der Erde, die euch geboren.
Keiner von euch ist noch in die Schule der Menschen gegangen,
Und ihr drängt euch fröhlich und frei, aus der kräftigen Wurzel,
Unter einander herauf und ergreift, wie der Adler die Beute,
Mit gewaltigem Arme den Raum, und gegen die Wolken
Ist euch heiter und groß die sonnige Krone gerichtet.
Eine Welt ist jeder von euch, wie die Sterne des Himmels
Lebt ihr, jeder ein Gott, in freiem Bunde zusammen.
Könnt ich die Knechtschaft nur erdulden, ich neidete nimmer
Diesen Wald und schmiegte mich gern ans gesellige Leben.
Fesselte nur nicht mehr ans gesellige Leben das Herz mich,
Das von Liebe nicht läßt, wie gern würd ich unter euch wohnen!

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

Il quarto Inno alla notte – Novalis

Caspar David Friedrich, Kreuz im Gebirge, 1823

 

Ora io so quando si leverà l’ultimo giorno; quando la Luce
non fugherà più, spauriti, la Notte e l’Amore; quando sarà
eterno il Sonno e senza fine il Sogno. Avverto, in me, una
stanchezza celeste. Lungo e spossante mi fu il pellegrinaggio a
questa sacra tomba. Estenuante, su le spalle, la croce. Chi ha
gustato l’onda cristallina che, impercettibile ai sensi comuni,
sgorga dal grembo oscuro del monte, a’ cui piedi si rompe la
risacca terrena; chi stette lassú su quelle cuspidi, agli estremi
confini della Vita, e spinse di là gli sguardi verso la Terra
Promessa, verso i soggiorni della Notte, non tornerà piú invero
al travagliato mondo: alle contrade dove abita la Luce, irrequie-
tudine perenne. Costruisce là in cima, le sue capanne: asili 
di pace. Brama, ed ama. Scruta di là, lontano. Fin che la piú
perfetta delle ore non lo trae giú, alle scaturigini del fonte.
Ogni cosa terrestre vi sornuota, respinta dagli uragani. Ma ciò
che santo si fece per virtú d’amore, scorre disciolto per oscuri
tramiti all’opposto versante: e qui si mesce, aereo, con gli
altri amori addormentati.

 

Gioiosa Luce! E tu mi dèsti , ancóra,
stanco, al lavoro.
Un’ebbrezza di vivere m’infondi;
ma non riesci ad allettarmi via
dal simulacro della Ricordanza,
rivestito di musco.

Ben io vorrò muover le mani industri;
cercar, d’intorno, dove
l’opera mia ti giovi;
glorificar la tua magnificenza;
assiduo perseguir l’alta armonia
di che la tua sublime arte s’informa;
la corsa rimirar, ricca di sensi,
delle sfere sul fulgido quadrante
che ti misura, imperioso, il tempo;
l’equilibrio scrutar delle tue forze;
e le leggi indagare, a cui rispondi
nel prodigioso giuoco
degli infiniti spazii
e dell’età infinite.

Ma il mio segreto cuore
resta fedele alla Notte divina
ed al nato da Lei fattivo Amore.
Puoi, tu, mostrarmi un’anima
che resti salda in fedeltà perenne?
Possiede il sole tuo sguardi amorosi
che mi ravvisino?
La mano mia giunge bramosa a stringere
le tue splendenti stelle?
Mi rendon, esse, la carezza blanda
ed un tenero eloquio,
ond’io le vo rivezzeggiando?
Sei tu, che ornasti di tinte soavi
l’immensità notturna,
e che chiudevi le sue forme vaghe
in fluidi contorni;
o non piuttosto conferí la Notte
piú profonda incantevole piacenza
alle tue grazie?
Qual voluttà, qual mai delizia offerte
son dalla vita tua che ribilancino
l’ebbrezza della Notte?
Maternamente al seno Ella ti stringe,
e devi il tuo splendore a Lei soltanto.
Vaniresti in te stessa, dileguando
nell’infinito spazio,
s’Ella non ti reggesse al petto avvinta,
s’Ella non ti scaldasse
a generar con la tua fiamma il mondo.

Io ero, in verità,  —  prima che fossi.
La madre Notte mi mandò, co’ miei
simili tanti, ad abitar la terra
per adornarla con la ricca mèsse
di non mai vizzi fiori;
per farla santa col divino Amore
e che si ergesse in simulacro, ignudo
agli ammiranti sguardi…

Maturi ancor non sono
questi celesti pensamenti. Ancóra,
questa svelata Verità non conta
che scarse tracce.
Ma un giorno il tuo quadrante segnerà
l’ora postrema al Tempo.
Fatta mortale come noi mortali,
allor ti andrai spegnendo
colma di ardenti insodisfatti aneliti,
per esalare l’ultimo respiro.

Avverto in me la fine
dell’operosa tua fatica lunga,
il beato ritorno a una celeste
libertà primigenia.
Con irruente sofferenza, sento
l’esilio tuo dalla patria terrena,
l’impeto tuo ribelle all’almo antico
maraviglioso Cielo.

Ma il tuo furore tempestoso, è vano.
Ché inconsutile sta, alta, la Croce:
il trionfal vesillo
della progenie umana.

Travarco i confini del Giorno:
ed ogni tormento, ogni pena,
assilli colà diverranno
d’ebbrezze infinite.

Attendi: ché infrante, tra poco,
saran le diurne catene;
ed ebbro cadrò, per posarvi,
in grembo all’Amore.

Un mare infinito di vita
mi ondeggia irruente nel cuore.
Riguardo dall’alto già vinta
la Luce del mondo.

Laggiú, sovra il tragico Gòlgota,
si spegne il suo vivo fulgore.
La Notte, ne nasce. Ed effonde
frescure soavi.

Sollevami, Amato, con foga
possente al tuo cuore celeste,
cosí chi’io mi addorma in un sonno
capace d’amore.

La Morte, da’ flutti suoi neri,
mi genera a vita novella:
avverto mutarsi il mio sangue
in balsamo etèreo.

Io vivo nel corso dei giorni
ricolmo d’intrepida fede;
e muoio le notti, in un rogo
di ardore divino.

Novalis

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Inni alla notte”, riduzione in versi italiani e introduzione di Vincenzo Errante, Gruppo Editoriale Domus, Milano, 1942

Esemplare N.759

∗∗∗

Die vierte Hymne an die Nacht

Nun weiss ich, wenn der letzte Morgen sein wird — wenn das
Licht nicht mehr die Nacht und die Liebe scheucht — wenn
der Schlummer ewig und nur ein unerschöpflicher Traum sein
wird. Himmlische Müdigkeit fühl ich in mir. — Weit und
ermüdend ward mir die Wallfahrt zum heiligen Grabe, drückend
das Kreuz. Die kristallene Woge, die, gemeinen Sinnen unvernehm-
lich, in des Hügels dunklen Schoss quillt, an dessen Fuss die
irdische Flut bricht, wer sie gekostet, wer oben stand auf dem
Grenzgebürge der Welt, und hinübersah in das neue Land, in
der Nacht Wohnsitz, — wahrlich, der kehrt nicht in das Treiben
der Welt zurück, in das Land, wo das Licht in ewiger Unruh
hauset.
Oben baut er sich Hütten, Hütten des Friedens, sehnt sich
und liebt, schaut hinüber, bis die willkommenste aller Stunden
hinunter ihn in den Brunnen der Quelle zieht — das Irdische
schwimmt obenauf, wird von Stürmen zurückgeführt, aber was
heilig durch der Liebe Berührung ward, rinnt aufgelöst in
verborgenen Gängen auf das jenseitige Gebiet, wo es, wie Düfte,
sich mit entschlummerten Lieben mischt.

 

Noch weckst du,
muntres Licht,
den Müden zur Arbeit.
Flössest fröhliches Leben mir ein.
Aber du lockst mich
von der Erinnerung
moosigem Denkmal nicht.
Gern will ich
die fleissigen Hände rühren,
überall umschaun,
wo du mich brauchst,
rühmen deines Glanzes
volle Pracht,
unverdrossen verfolgen
deines künstlichen Werks
schönen Zusammenhang,
gern betrachten
deiner gewaltigen,
leuchtenden Uhr
sinnvollen Gang,
ergründen der Kräfte
Ebenmass
und die Regeln
des Wunderspiels
unzähliger Räume
und ihrer Zeiten.
Aber getreu der Nacht
bleibt mein geheimes Herz.
und der schaffenden Liebe,
ihrer Tochter.
Kannst du mir zeigen
ein ewig treues Herz?
Hat deine Sonne
freundliche Augen,
die mich erkennen?
Fassen deine Sterne
meine verlangende Hand?
Geben mir wieder
den zärtlichen Druck
und das kosende Wort?
Hast du mit Farben
und leichtem Umriss
Sie geziert,
oder war sie es,
die deinem Schmuck
höhere, liebere Bedeutung gab?
Welche Wollust,
welchen Genuss
bietet dein Leben,
die aufwögen
des Todes Entzückungen?
Trägt nicht alles,
was uns begeistert,
die Farbe der Nacht?
Sie trägt dich mütterlich,
und ihr verdankst du
all deine Herrlichkeit.
Du verflögst
in dir selbst,
in endlosen Raum
zergingst du,
wenn sie dich nicht hielte,
dich nicht bände,
dass du warm würdest
und flammend
die Welt zeugtest.

Wahrlich, ich war, eh du warst.
Die Mutter schickte
mit meinen Geschwistern mich,
zu bewohnen deine Welt,
sie zu heiligen mit Liebe,
dass sie ein ewig
angeschautes Denkmal werde,
zu bepflanzen sie
mit unverwelklichen Blumen.
Noch reiften sie nicht
diese göttlichen Gedanken.
Noch sind der Spuren
unserer Offenbarung
wenig.
Einst zeigt deine Uhr
das Ende der Zeit,
wenn du wirst wie unser einer,
und voll Sehnsucht und Inbrunst
auslöschest und stirbst.
In mir fühl ich
deiner Geschäftigkeit Ende,
himmlische Freiheit,
selige Rückkehr.
In wilden Schmerzen
erkenn ich deine Entfernung
von unsrer Heimat,
deinen Widerstand
gegen den alten,
herrlichen Himmel.

Deine Wut und dein Toben
ist vergebens.
Unverbrennlich
steht das Kreuz
eine Siegesfahne
unsers Geschlechts.

Hinüber wall ich,
Und jede Pein
Wird einst ein Stachel
Der Wollust sein.

Noch wenig Zeiten,
So bin ich los,
Und liege trunken
Der Liebe im Schoss.

Unendliches Leben
Wogt mächtig in mir
Ich schaue von oben
Herunter nach dir.

An jenem Hügel
Verlischt dein Glanz.
Ein Schatten bringet
Den kühlenden Kranz.

Oh! sauge, Geliebter,
Gewaltig mich an,
Dass ich entschlummern
Und lieben kann.

Ich fühle des Todes
Verjüngende Flut,
Zu Balsam und Äther
Verwandelt mein Blut.

Ich lebe bei Tage
Voll Glauben und Mut
Und sterbe die Nächte
In heiliger Glut.

Novalis

da “Hymnen an die Nacht”, Athenäum-Fassung, 1800

La terza Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Anka Zhuravleva

 

 Altro è cantar l’amata. Ed altro, ahimè,
quel fluviale Iddio peccaminoso
sprofondato nel sangue.
Il giovine che suo, ella, da lungi
con l’anima ravvisa,
nulla, egli stesso, sa del Dio d’ebbrezza,
che dentro lui talvolta
(innanzi lo placasse la fanciulla;
o come se non fosse stata mai)
il suo capo divino sollevava
dai gorghi di quel sangue solitario,
scatenando la notte a un infinito
tumulto di bufere.
O Nettuno del sangue! O minaccioso
tridente dell’Iddio!
O buio vento, da quel petto, quasi
da ritorta conchiglia!
Odi come la notte si divalla
e s’incaverna… O stelle,
non proviene da voi la bramosia,
che al vólto amato il giovine sospinge?
E lo sguardo, con cui sonda e percorre
gli abissi delle limpide pupille,
oh non proviene
dalla sublime purità degli astri?

     O fanciulla, non tu;
né tu, sua madre, — gli tendeste
allora l’arco scattante delle sopracciglia
in quel cupido agguato.
Non al contatto delle labbra tue,
si piegò la sua bocca in quella curva
ch’è piú feconda di golosi frutti.
Davvero credi, che cosí lo avrebbe
squassato in ogni fibra il passo tuo
al primo sopraggiungere,
lieve come la brezza del mattino?
Il cuore, sí, gli empisti di sgomento.
Ma perché remotissime paure,
all’urto non atteso,
in lui precipitarono ridèste.
Chiamalo!… E, ahimè, da quell’oscuro mondo
interamente non potrai strapparlo…
Certo, egli anela evaderne.
Fatto piú lieve,
alle penombre del tuo cuore occulte
si avvezza già. Ne attinge. E vi si forma.
Ma quando incominciò?
Piccolo tu lo generavi, madre.
Ebbe, da te, principio. E ti fu nuovo.
Sovra quegli occhi appena appena schiusi,
il mondo amico,
piegandoti su lui, madre, inarcavi:
e ne bandivi il cupo mondo ostile.
Dove fuggito è il tempo,
in cui bastava la tua forma snella
ad annientargli il tempestoso caos?
Oh, quanti orrori, nascondesti a lui!
Il tenebrore della stanza infida,
colma di agguati a notte,
innocuo gli rendevi. E dal tuo cuore,
riboccante di placidi rifugi,
spazii piú umani confondesti, allora,
a’ suoi notturni spazii.
Non nell’oscurità, ma dentro il cerchio
del tuo stesso respiro,
sollevavi la lampada notturna,
che ribrillava del tuo stesso affetto.
Non uno scricchiolío, che non chiarivi
col tuo sorriso al figlio,
come se prevedessi ormai da tempo
quando crepiterebbe il secco legno.
Egli origliava, e si facea tranquillo.
Tanto potevi tu, solo sorgendo
tenera innanzi a lui!… Dietro lo stipo
si rifugiava allora ammantellato
il suo Destino. E si acquattava tutto
di tra le pieghe della tenda buia,
ora ravvolta, il suo Destino incerto.

     Ed egli?
Come giaceva piú leggiero, adesso,
sotto le grevi palpebre già chiuse
sciogliendo piano la dolcezza lenta
delle tue lievi forme
entro il sapore di quel greve sonno!
Difeso, egli parea… Ma dentro? Dentro,
chi respingeva, chi frenava in lui
l’onda ancestrale?
Ahi! L’incauto dormiva… Ma dormiva,
preda di sogni e febbri…
Incautamente, abbandonato al sonno.
L’essere nuovo, trepido, sgomento,
come irretito
era di già dentro il perenne crescere
d’íntimi eventi: tortili liane,
strette nel chiuso soffocante intreccio
d’infinita ramaglia,
saettata da sagome di belve!
Ed egli, incauto, si lasciava andare…
Amava quel suo íntimo mistero:
quella selvaggia primigenia selva,
sovra il cui muto crollo
s’ergea, raggiando di una luce verde,
alto il suo cuore.
L’amava… Poi, lo abbandonò: scendendo,
dalle proprie radici, entro i possenti
gorghi delle sue origini profonde,
ove il piccino evento
della nascita sua, —  era trasceso.
Amando,
si profondò nel piú vetusto sangue:
entro le gole in cui, sazio dei padri,
il Tremendo giaceva… Ed ogni orrore
lo riconobbe, súbito ammiccando
in un cenno d’intesa…
Gli sorridea cosí, che poche volte
ebbe da te piú tenero sorriso.
E come, allora, non amarlo, — madre?
Prima di te, lo amò. Ché mentre in grembo
tu lo portavi già, l’Orrore già
era disciolto entro quel dolce siero,
che fa piú lieve il germinante seme.
Guarda! Noi non amiamo — come i fiori —
nel succhio breve di un’annata sola.
Ma ci sale alle braccia, quando amiamo,
la linfa di stagioni immemorabili.
Fanciulla, ecco il mistero!
Oh non amammo, dentro noi, l’amore
che sarebbe venuto:
ma il nostro innumerevole fermento.
Non il figlio a venire. Ma quei padri,
che quasi frane di montagne dormono
giú nel fondo di noi: ma il secco greto
delle madri remote;
ma tutto il paesaggio silenzioso,
sotto il Destino nuvolo o sereno…
Fanciulla, ecco il mistero.
Ed il mistero fu, prima di te.

    E tu, che sai?
In colui che ti amava, prenatali
epoche antiche suscitavi a vita.
E quali sensi, si scavaron su,
verso la luce, tramiti di sbocco
da quegli esseri morti?
Quali mai donne
ti odiarono colà? Quali mai cupi
uomini sollevasti, ora, di nuovo
pei rami delle giovani tue vene?
Bimbi defunti, in ànsito di vita,
ecco, si protendean verso di te.

    Oh lievemente, lievemente, adesso,
ripeti innanzi a lui soltanto un gesto
rassicurante della tua fatica,
ch’è d’ogni giorno.
Accompàgnalo là, lungo il respiro
del placido giardino.
Dàgli il trabocco delle notti immenso!

    Rattienilo, fanciulla…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die dritte Elegie

Eines ist, die Geliebte zu singen. Ein anderes, wehe,
jenen verborgenen schuldigen Fluß-Gott des Bluts.
Den sie von weitem erkennt, ihren Jüngling, was weiß er
selbst von dem Herren der Lust, der aus dem Einsamen oft,
ehe das Mädchen noch linderte, oft auch als wäre sie nicht,
ach, von welchem Unkenntlichen triefend, das Gotthaupt
aufhob, aufrufend die Nacht zu unendlichem Aufruhr.
O des Blutes Neptun, o sein furchtbarer Dreizack.
O der dunkele Wind seiner Brust aus gewundener Muschel.
Horch, wie die Nacht sich muldet und höhlt. Ihr Sterne,
stammt nicht von euch des Liebenden Lust zu dem Antlitz
seiner Geliebten? Hat er die innige Einsicht
in ihr reines Gesicht nicht aus dem reinen Gestirn?

Du nicht hast ihm, wehe, nicht seine Mutter
hat ihm die Bogen der Braun so zur Erwartung gespannt.
Nicht an dir, ihn fühlendes Mädchen, an dir nicht
bog seine Lippe sich zum fruchtbarern Ausdruck.
Meinst du wirklich, ihn hätte dein leichter Auftritt
also erschüttert, du, die wandelt wie Frühwind?
Zwar du erschrakst ihm das Herz; doch ältere Schrecken
stürzten in ihn bei dem berührenden Anstoß.
Ruf ihn… du rufst ihn nicht ganz aus dunkelem Umgang.
Freilich, er will, er entspringt; erleichtert gewöhnt er
sich in dein heimliches Herz und nimmt und beginnt sich.
Aber begann er sich je?
Mutter, du machtest ihn klein, du warsts, die ihn anfing;
dir war er neu, du beugtest über die neuen
Augen die freundliche Welt und wehrtest der fremden.
Wo, ach, hin sind die Jahre, da du ihm einfach
mit der schlanken Gestalt wallendes Chaos vertratst?
Vieles verbargst du ihm so; das nächtlich-verdächtige Zimmer
machtest du harmlos, aus deinem Herzen voll Zuflucht
mischtest du menschlichern Raum seinem Nacht-Raum hinzu.
Nicht in die Finsternis, nein, in dein näheres Dasein
hast du das Nachtlicht gestellt, und es schien wie aus Freundschaft.
Nirgends ein Knistern, das du nicht lächelnd erklärtest,
so als wüßtest du längst, wann sich die Diele benimmt…
Und er horchte und linderte sich. So vieles vermochte
zärtlich dein Aufstehn; hinter den Schrank trat
hoch im Mantel sein Schicksal, und in die Falten des Vorhangs
paßte, die leicht sich verschob, seine unruhige Zukunft.

Und er selbst, wie er lag, der Erleichterte, unter
schläfernden Lidern deiner leichten Gestaltung
Süße lösend in den gekosteten Vorschlaf -:
schien ein Gehüteter… Aber innen: wer wehrte,
hinderte innen in ihm die Fluten der Herkunft?
Ach, da war keine Vorsicht im Schlafenden; schlafend,
aber träumend, aber in Fiebern: wie er sich ein-ließ.
Er, der Neue, Scheuende, wie er verstrickt war,
mit des innern Geschehns weiterschlagenden Ranken
schon zu Mustern verschlungen, zu würgendem Wachstum, zu tierhaft
jagenden Formen. Wie er sich hingab –. Liebte.
Liebte sein Inneres, seines Inneren Wildnis,
diesen Urwald in ihm, auf dessen stummem Gestürztsein
 lichtgrün sein Herz stand. Liebte. Verließ es, ging die
eigenen Wurzeln hinaus in gewaltigen Ursprung,
wo seine kleine Geburt schon überlebt war. Liebend
stieg er hinab in das ältere Blut, in die Schluchten,
wo das Furchtbare lag, noch satt von den Vätern. Und jedes
Schreckliche kannte ihn, blinzelte, war wie verständigt.
Ja, das Entsetzliche lächelte… Selten
hast du so zärtlich gelächelt, Mutter. Wie sollte
er es nicht lieben, da es ihm lächelte. Vor dir
hat ers geliebt, denn, da du ihn trugst schon,
war es im Wasser gelöst, das den Keimenden leicht macht.

Siehe, wir lieben nicht, wie die Blumen, aus einem
einzigen Jahr; uns steigt, wo wir lieben,
unvordenklicher Saft in die Arme. O Mädchen,
dies: daß wir liebten in uns, nicht Eines, ein Künftiges, sondern
das zahllos Brauende; nicht ein einzelnes Kind,
sondern die Väter, die wie Trümmer Gebirgs
uns im Grunde beruhn; sondern das trockene Flußbett
einstiger Mütter -; sondern die ganze
lautlose Landschaft unter dem wolkigen oder
 reinen Verhängnis -: dies kam dir, Mädchen, zuvor.

Und du selber, was weißt du -, du locktest
Vorzeit empor in dem Liebenden. Welche Gefühle
wühlten herauf aus entwandelten Wesen. Welche
Frauen haßten dich da. Wasfür finstere Männer
regtest du auf im Geäder des Jünglings? Tote
Kinder wollten zu dir… O leise, leise,
tu ein liebes vor ihm, ein verläßliches Tagwerk, – führ ihn
nah an den Garten heran, gieb ihm der Nächte
Übergewicht…
                              Verhalt ihn…

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923