La nascita di Venere – Rainer Maria Rilke

Foto di Antonio Mora

     

       In quell’alba — trascorsa era la notte
piena d’orgasmi, d’impeti e di grida —
il mare ancóra si sconvolse. Urlò.
E come l’urlo si richiuse lento,
giú dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando –
il mare generò.

     Al primo sole, scintillò di ricci,
ribalenò l’immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancóra,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
cosí per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.

     Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell’anche.
L’ombra arretrò. Scoprí gli agili stinchi.
Si protesero i piedi: e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu luce.

     Entro il calice alciònio, era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo.
E nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.

     Sott’essa risalía, fievole e chiaro,
l’arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancóra ombrato,
come d’aprile macchia di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.

     Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.

     Il vólto trapassò, piano, dall’ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott’esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s’agitaron tese,
colli di cigni all’erma sponda aneli.

     Ed ecco: all’improvviso, entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel piú sottile e rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrío
flebile si levò: frusciò, sovr’esso,
il primo alàcre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò, compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.

     Ed approdò la Dea.

     Dietro di lei, che per i lidi nuovi,
rapido il passo, procedea, — balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte di amplessi.

                                               Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.

     Ma nell’ora piú calda, a mezzo il giorno,
ancóra il mare si sconvolse, urlando.

     Un delfino gittò — dai flutti stessi —
porpora enorme. Esanime, squarciato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Geburt der venus

An diesem Morgen nach der Nacht, die bang
vergangen war mit Rufen, Unruh, Aufruhr,—
brach alles Meer noch einmal auf und schrie.
Und als der Schrei sich langsam wieder schloß
und von der Himmel blassem Tag und Anfang
herabfiel in der stummen Fische Abgrund—:
gebar das Meer.

Von erster Sonne schimmerte der Haarschaum
der weiten Wogenscham, an deren Rand
das Mädchen aufstand, weiß, verwirrt und feucht.
So wie ein junges grünes Blatt sich rührt,
sich reckt und Eingerolltes langsam aufschlägt,
entfaltete ihr Leib sich in die Kühle
hinein und in den unberührten Frühwind.

Wie Monde stiegen klar die Kniee auf
und tauchten in der Schenkel Wolkenränder;
der Waden schmaler Schatten wich zurück,
die Füße spannten sich und wurden licht,
und die Gelenke lebten wie die Kehlen
von Trinkenden.

Und in dem Kelch des Beckens lag der Leib
wie eine junge Frucht in eines Kindes Hand.
In seines Nabels engem Becher war
das ganze Dunkel dieses hellen Lebens.

Darunter hob sich licht die kleine Welle
und floß beständig über nach den Lenden,
wo dann und wann ein stilles Rieseln war.
Durchschienen aber und noch ohne Schatten,
wie ein Bestand von Birken im April,
warm, leer und unverborgen lag die Scham.

Jetzt stand der Schultern rege Wage schon
im Gleichgewichte auf dem graden Körper,
der aus dem Becken wie ein Springbrunn aufstieg
und zögernd in den langen Armen abfiel
und rascher in dem vollen Kall des Haars.

Dann ging sehr langsam das Gesicht vorbei:
aus dem verkürzten Dunkel seiner Neigung
in klares, wagrechtes Erhobensein.
Und hinter ihm verschloß sich steil das Kinn.

Jetzt, da der Hals gestreckt war wie ein Strahl
und wie ein Blumenstiel, darin der Saft steigt,
streckten sich auch die Arme aus wie Hälse
von Schwänen, wenn sie nach dem Ufer suchen.

Dann kam in dieses Leibes dunkle Frühe
wie Morgenwind der erste Atemzug.
Im zartesten Geäst der Aderbäume
entstand ein Flüstern, und das Blut begann
zu rauschen über seinen tiefen Stellen.
Und dieser Wind wuchs an: nun warf er sich
mit allem Atem in die neuen Brüste
und füllte sie und drückte sich in sie,—
daß sie wie Segel, von der Ferne voll,
das leichte Mädchen nach dem Strande drängten.

So landete die Göttin.

Hinter ihr,
die rasch dahinschritt durch die jungen Ufer,
erhoben sich den ganzen Vormittag
die Blumen und die Halme, warm, verwirrt
wie aus Umarmung. Und sie ging und lief.

Am Mittag aber, in der schwersten Stunde,
hob sich das Meer noch einmal auf und warf
einen Delphin an jene selbe Stelle.
Tot, rot und offen.

Rainer Maria Rilke

da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Una fanciulla – Rainer Maria Rilke

André Hachette, Jeune femme brune de profil, tête dans les mains, 1900 circa

   

   Una fanciulla emerse dall’estatico
consonare del canto e della lira.
Raggiò primaverile ne’ suoi veli:
e nell’orecchio mio, ebbe un giaciglio.

   In me adagiata, il sonno la recinse.
E tutto, fu in quel sonno. I prodigiosi
alberi, il dolce prato, i sensitivi
spazii remoti: ed ogni mio stupore.

   In Lei, dormiva il mondo. O Dio Canoro!
Cosí l’hai tu perfetta, che non brama piú
ridestarsi? Dal suo nascer, dorme.

   Quando morrà? Prima che taccia il canto,
trovami ancóra questo spunto! Dove
cadrà da me? Rispondi!… Una fanciulla…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I Sonetti a Orfeo” (1922), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

I, 2

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbar Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast…

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923

La ottava Elegia – Rainer Maria Rilke

Ed Van Der Elsken, Tokio, 1981

 

   È l’animale, tutto, nello sguardo
vólto all’Aperto:
fuori del tempo, nello spazio immenso.
Ma gli occhi abbiamo, noi, come riversi:
e tesi, al par di reti, a imprigionare
il suo libero passo.
Lo spazio immenso, che trascende il tempo,
solo riflesso dal suo vólto intento,
si svela a noi.
Poi che il fanciullo tenero volgiamo
súbito indietro; e lo forziamo già
a rimirare il mondo delle forme;
ma non l’Aperto, che profondo spazia
in ogni vólto d’animale ignaro:
e non lo sfiora il senso della morte.
Noi non abbiamo, ahimè, dinanzi agli occhi
se non la morte.
L’animale ha la morte dietro sé:
e a sé davanti, Dio.
Quando cammina, nell’Eterno incede.
Come incedono i fiumi.
Noi non abbiamo innanzi, un giorno solo,
il puro spazio in cui sbocciano i fiori
inesauribilmente.
Tutto, d’intorno, ai nostri sguardi, è Mondo.
Non mai, lo spazio sterminato etèreo,
incustodito e intatto,
che si respira; e che, infinitamente
intuito, si sa, — senza bramarlo.
Da bimbi, ci si sperde in quello spazio,
scossa in silenzio l’anima beata.
O vi si entra, quando agonizziamo,
e si diventa spazio a poco a poco.
Ché non è dato ravvisar la morte,
come ci giunge accanto:
sbarriamo gli occhi fuori di noi stessi,
con uno sguardo d’animale, — immenso.
Gli Amanti, — ove non fossero, tra loro,
schermo e muraglia — all’insueto Aperto,
stupefatti, sarebbero vicini.
Capzioso, si schiude dietro ognuno.
Ma, l’altro, non vi evade. E novamente,
intorno a entrambi, si richiude il mondo.
Al creato rivolti senza posa,
nel creato vediamo rispecchiarsi
l’etèreo spazio: ma nel suo riverbero,
che si appanna di noi.
Leva talvolta un animale, muto,
il suo sguardo tranquillo.
E ci percorre dentro, in ogni fibra.
Essere a fronte, eternamente a fronte
di un concretato mondo: ecco il Destino.
Se una coscienza fosse, — una coscienza
come la nostra — nel sicuro e calmo
animale che viene ad incontrarci,
oh noi saremmo trascinati dentro
quel suo vagare!… Ma, per lui, l’esistere
è senza fine. Spento; e inconcepibile
dalla luce degli occhi. Immacolato,
come il suo sguardo. E dove noi scorgiamo
il futuro e non altro, egli ravvisa
il Tutto immenso; e se stesso — in quel Tutto —
salvo e redento per l’eternità.
Ma vive tuttavia, nell’animale
vigile e caldo,
il peso, in ansia, d’una grande angoscia.
Ché mai non lo abbandona la memoria
d’essere stato piú vicino, un tempo,
al mondo ch’egli anela di raggiungere:
a quello avvinto in fedeltà piú stretta,
con nodi di dolcezza senza fine.
Tutto è distanza qui, ciò che respiro
era colà. Dopo quel primoasilo,
gli appare infido questo: e tempestato
da vènti avversi.
Felicità divina dell’ insetto,
che rimane, per sempre, dentro il grembo,
onde nasceva: nello spazio immenso.
O díttero, che dentro vi saltelli,
pur quando giunge il tempo delle nozze!
Il grembo è tutto. E malsicuri avventano
gli uccelli il volo, — poiché, già nascendo,
sanno le sorti entrambe,
quasi fossero anime di Etruschi
vaporate entro l’urna dello spazio
con la figura in sonno sul coperchio.

   Oh la tremenda angoscia dell’alato,
costretto al volo, anche se proviene
dall’angustia di un grembo!
Il suo terrore di se stesso solca
sinistramente l’ètere, guizzando:
e par l’incrinatura,
che fende la purezza d’una coppa.
Non il volo, cosí, del pipistrello
strappa la porcellana della sera?

Spettatori in eterno e in ogni dove,
rivòlti verso il Tutto, e incatenati
entro le sue prigioni,
l’universo ci colma: e in noi trabocca.
Lo rassettiamo. E ci si sfascia in pezzi.
Lo si raggiusta. E l’universo frana.
… E noi franiamo insieme.
Chi mai ci deformò, chi ci stravolse
cosí, che sempre ripetiamo il gesto
di prendere congedo?
Come quei che sull’ultima collina,
onde si schiude il prodigioso incanto
della valle beata,
sosta e si volge indietro a riguardare
cosí viviamo noi la nostra vita
in una serie di commiati, eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die achte Elegie

Rudolf Kassner zugeeignet

Mit allen Augen sieht die Kreatur
das Offene. Nur unsre Augen sind
wie umgekehrt und ganz um sie gestellt
als Fallen, rings um ihren freien Ausgang.
Was draußen ist, wir wissens aus des Tiers
Antlitz allein; denn schon das frühe Kind
wenden wir um und zwingens, daß es rückwärts
Gestaltung sehe, nicht das Offne, das
im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod.
Ihn sehen wir allein; das freie Tier
hat seinen Untergang stets hinter sich
und vor sich Gott, und wenn es geht, so gehts
in Ewigkeit, so wie die Brunnen gehen.
   Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt. Als Kind
verliert sich eins im Stilln an dies und wird
gerüttelt. Oder jener stirbt und ists.
Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr
und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick.
Liebende, wäre nicht der andre, der
die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen…
Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan
hinter dem andern… Aber über ihn
kommt keiner fort, und wieder wird ihm Welt.
Der Schöpfung immer zugewendet, sehn
wir nur auf ihr die Spiegelung des Frein,
von uns verdunkelt. Oder daß ein Tier,
ein stummes, aufschaut, ruhig durch uns durch.
Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein
und nichts als das und immer gegenüber.

Wäre Bewußtheit unsrer Art in dem
sicheren Tier, das uns entgegenzieht
in anderer Richtung –, riß es uns herum
mit seinem Wandel. Doch sein Sein ist ihm
unendlich, ungefaßt und ohne Blick
auf seinen Zustand, rein, so wie sein Ausblick.

Und wo wir Zukunft sehn, dort sieht es Alles
und sich in Allem und geheilt für immer.
Und doch ist in dem wachsam warmen Tier
Gewicht und Sorge einer großen Schwermut.
Denn ihm auch haftet immer an, was uns
oft überwältigt, – die Erinnerung,
als sei schon einmal das, wonach man drängt,
näher gewesen, treuer und sein Anschluß
unendlich zärtlich. Hier ist alles Abstand,
und dort wars Atem. Nach der ersten Heimat
ist ihm die zweite zwitterig und windig.
   O Seligkeit der kleinen Kreatur,
die immer bleibt im Schooße, der sie austrug;
o Glück der Mücke, die noch innen hüpft,
selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles.
Und sieh die halbe Sicherheit des Vogels,
der beinah beides weiß aus seinem Ursprung,
als wär er eine Seele der Etrusker,
aus einem Toten, den ein Raum empfing,
doch mit der ruhenden Figur als Deckel.
Und wie bestürzt ist eins, das fliegen muß
und stammt aus einem Schooß. Wie vor sich selbst
erschreckt, durchzuckts die Luft, wie wenn ein Sprung
durch eine Tasse geht. So reißt die Spur
der Fledermaus durchs Porzellan des Abends.

Und wir: Zuschauer, immer, überall,
dem allen zugewandt und nie hinaus!
Uns überfüllts. Wir ordnens. Es zerfällt.
Wir ordnens wieder und zerfallen selbst.

Wer hat uns also umgedreht, daß wir,
was wir auch tun, in jener Haltung sind
von einem, welcher fortgeht? Wie er auf
dem letzten Hügel, der ihm ganz sein Tal
noch einmal zeigt, sich wendet, anhält, weilt –,
so leben wir und nehmen immer Abschied.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

La settima Elegia – Rainer Maria Rilke

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

     

    Non squillo piú di supplice richiesta
sia la natura del tuo grido, ormai,
o mia cresciuta voce!
È vero, sí: tu già lanciasti un grido
puro siccome il grido di un uccello,
quando nel suo fiorir la Primavera
lo scaglia in alto; e quasi si dismemora
ch’egli è dolente creatura viva:
e non soltanto un cuore, unico solo,
da frombolar dentro il sereno azzurro
nella piú fonda intimità dei cieli.
Oh, come lui, brameresti tu pure,
ebro cantando, esprimerti cosí
che — invisibile ancóra — ti avvertisse
l’amica tua silente; ed anche in lei
si risvegliasse, piano, una risposta
melodiosa,
scaldandosi al tepore di ascoltarti:
per avvamparla tutta, inorgoglita
di quel tuo stesso inorgoglir nel canto.
E ben la Primavera
t’intenderebbe, allora, risonando
ogni riposto angolo di un solo
alto sonar d’annunciazione, intorno…
Da prima, quello squillo,
piccolo, interrogante, che si leva
circondato dal crescere in silenzio
di un vasto, puro, affermativo giorno.
Gradini, poi… Reiterati appelli
su per le scale, che al sognato ascendono
tempio dell’avvenire…
Ed il gorghéggio, quindi: la fontana,
che già prevede e già promette, intanto
allo zampillo impetuoso il giuoco
del ricader mutevole, infinito…
E, innanzi a sé, l’estate.
Non i mattini dell’estate solo,
per quanto tutti… E non quel loro solo
mutarsi in giorno ed irraggiarsi in luce,
anzi l’aurora…
Né solo i giorni, trepidi d’attorno
ai fiori in basso; e in alto, intorno agli alberi
cresciuti ormai grandi robusti altieri…
E non la sola santità di queste
già dispiegate forze… E non le sole
strade; né i soli prati vespertini;
né, dopo il digradar dell’uragano,
la respirante chiarità dell’aure;
né, verso sera, il presagir soave
del sonno ormai vicino…
Ma le notti! Le notti! Quelle notti,
alte, d’estate… Ma le stelle tutte…
Tutte le stelle della terra, amiche.
Essere morti, un giorno. E pur, sapere
tutte le stelle, inesauribilmente…
Perché dimenticarle, oh come, come
potremmo noi?

     S’io ti chiamassi, amata, oh non verresti
tu solamente.
Ma dalle tombe fragili sorgendo,
altre fanciulle ancóra. E ristarebbero
diritte innanzi a me.
Ché l’impeto frenar non io potrei
del mio lanciato appello. E i trapassati
anelan sempre la perduta terra.
Quello che un giorno su, nel dolce mondo,
o fanciulle, ghermiste,
multipla forza ha in sé: di mille essenze.
Oh non crediate che il Destino vinca,
col suo spessore ignoto,
ciò che la fanciullezza in sé condensa!
Quante mai volte superaste voi,
anelando, l’amato: e, dopo l’impeto
della corsa beata, ancóra dentro
vi perdurava un ansimante anelito
verso l’immensa vanità del nulla,
verso gli aperti sconfinati spazii!
Vivere in terra, è una divina gioia.
Ed anche voi, fanciulle, lo sapete:
voi che, deluse, sembravate adesso
come affondar perdute
nei sordidi angiporti dei suburbii,
già putrescenti ed avviate ormai
all’ultimo declino…
Poi che un’ora vi fu (forse, neppure
un’ora piena: un attimo soltanto
da non commisurar con le misure
consuete del tempo; un solo istante
fra due rintocchi) — in cui ciascuna visse
interamente la sua vita; ed ebbe,
di quella vita sua, le vene colme.
Ma facilmente noi dimentichiamo
ciò che il beffardo riso del vicino
non ci conferma o non invidia a noi.
E lo vorremmo sollevare in alto,
per ostentarlo, — mentre solamente
elaborata dentro i nostri cuori,
la piú vistosa gioia, ecco, si arrende
e si disvela ignuda ad occhi umani.
In nessun luogo, che non sia nell’íntimo
piú profondo di noi,
è destinato, amata, a divenirci
intorno il mondo. E questa nostra vita
è un eterno fluir nel trasmutarsi.
E, sempre piú ridotta, a poco a poco
l’Appariscenza esterna si dilegua.
Colà, dove una volta consisteva
la ben compatta casa, ora, prorompe
obliqua una figura immaginaria,
tutta in rilievo di Pensiero puro,
quasi che ancóra nel cervello chiusa
dentro ci stesse.
Lo Spirito del tempo, oggi, si crea
vasti granai di forze senza forma,
come l’impulso che d’attorno attinge
— teso in orgasmo — dalle cose tutte.
Piú non conosce templi. E questo sperpero
del nostro cuore è il piú segreto acquisto
che in ogni giorno accumuliamo in noi.
Colà dove persiste e sopravvive
una di quelle prodigiose cose,
che un dí adorammo e che servimmo proni
sulle ginocchia, sopravvive assunta
nell’Invisibile.
E son ciechi di lei tanti mai sguardi:
ma senza in cuore la divina gioia
di poterla crear piú grande ancóra,
novellamente, con pilastri e statue,
entro il tempio dell’anima profonda.

     Ogni terrena oscura metamorfosi
conta di questi miserandi eredi,
cui ciò che avvenne piú non appartiene,
né il futuro appartiene. Una distanza
illimitata gli uomini separa
finanche dalle cose piú vicine.
Ma questa realtà non ci sgomenti!
Anzi, ci tempri a custodire intatto,
dentro di noi, l’archètipo già noto.
Sorse diritto un giorno in mezzo al mondo,
sotto gli urti del Fato tempestoso,
fra mète incerte ed ignorate vie;
e a sé piegava, dai sicuri cieli,
l’arco fulgente delle stelle amiche.
Angelo, e a te lo addito. Eccolo innanzi
allo stupore de’ tuoi sguardi intenti:
salvato alfine, e novamente eretto.
La sfinge di colonne e di piloni!
Il grigio impetuoso ripontare
su dalle nebbie, dritto incontro al cielo
d’una città straniera e moribonda,
della misteriosa Cattedrale.
Non fu prodigio? Angelo, stupisci!
Ché questo, siamo noi. Proclama tu,
che questo noi potemmo. A celebrarlo
non basta il mio respiro, Angelo immenso…
E pertanto, cosí, non rinunciammo
a quei prodighi spazii, a noi donati:
vasti di tale paurosa ampiezza,
che da millennii ormai, dei nostri cuori
non li ricolma l’impeto perenne.
…Una torre fu grande, non è vero?
Angelo, grande anche di fronte a te…
Fu grande, Chartres. E la divina Musica
trascendeva, su noi, la Cattedrale.
E una fanciulla innamorata, a notte,
alla finestra, sola, — non giungeva,
Angelo, insino alle ginocchia tue?
Oh non credere, no, ch’io mi rivolga
supplice a te, perché tu scenda in terra.
Se pur ti supplicassi, non verresti…
Ogni richiamo mio pieno soltanto
è di un turbine in fuga: e questa enorme
tempestosa corrente, non ti è dato,
Angelo, risalirla incontro a me.
Come un braccio proteso, è il grido mio.
E la sua mano che si scaglia in alto
schiusa a ghermire, ti rimane innanzi
aperta, dentro gl’infiniti spazii,
difesa e ammonimento, o Inafferrabile!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die siebente Elegie

     Werbung nicht mehr, nicht Werbung, entwachsene Stimme,
sei deines Schreies Natur; zwar schrieest du rein wie der Vogel,
wenn ihn die Jahreszeit aufhebt, die steigende, beinah vergessend,
daß er ein kümmerndes Tier und nicht nur ein einzelnes Herz sei,
das sie ins Heitere wirft, in die innigen Himmel. Wie er, so
würbest du wohl, nicht minder –, daß, noch unsichtbar,
dich die Freundin erführ, die stille, in der eine Antwort
langsam erwacht und über dem Hören sich anwärmt, –
deinem erkühnten Gefühl die erglühte Gefühlin.

     O und der Frühling begriffe –, da ist keine Stelle,
die nicht trüge den Ton der Verkündigung. Erst jenen kleinen
fragenden Auflaut, den, mit steigernder Stille,
weithin umschweigt ein reiner bejahender Tag.
Dann die Stufen hinan, Ruf-Stufen hinan, zum geträumten
Tempel der Zukunft –; dann den Triller, Fontäne,
die zu dem drängenden Strahl schon das Fallen zuvornimmt
im versprechlichen Spiel… Und vor sich, den Sommer.

     Nicht nur die Morgen alle des Sommers –, nicht nur
wie sie sich wandeln in Tag und strahlen vor Anfang.
Nicht nur die Tage, die zart sind um Blumen, und oben,
um die gestalteten Bäume, stark und gewaltig.
Nicht nur die Andacht dieser entfalteten Kräfte,
nicht nur die Wege, nicht nur die Wiesen im Abend,
nicht nur, nach spätem Gewitter, das atmende Klarsein,
nicht nur der nahende Schlaf und ein Ahnen, abends…
sondern die Nächte! Sondern die hohen, des Sommers,
Nächte, sondern die Sterne, die Sterne der Erde.
O einst tot sein und sie wissen unendlich,
alle die Sterne: denn wie, wie, wie sie vergessen!

     Siehe, da rief ich die Liebende. Aber nicht sie nur
käme… Es kämen aus schwächlichen Gräbern
Mädchen und ständen… Denn, wie beschränk ich,
wie, den gerufenen Ruf? Die Versunkenen suchen
immer noch Erde. – Ihr Kinder, ein hiesig
einmal ergriffenes Ding gälte für viele.
Glaubt nicht, Schicksal sei mehr, als das Dichte der Kindheit;
wie überholtet ihr oft den Geliebten, atmend,
atmend nach seligem Lauf, auf nichts zu, ins Freie.

     Hiersein ist herrlich. Ihr wußtet es, Mädchen, ihr auch,
die ihr scheinbar entbehrtet, versankt –, ihr, in den ärgsten
Gassen der Städte, Schwärende, oder dem Abfall
Offene. Denn eine Stunde war jeder, vielleicht nicht
ganz eine Stunde, ein mit den Maßen der Zeit kaum
Meßliches zwischen zwei Weilen –, da sie ein Dasein
hatte. Alles. Die Adern voll Dasein.
Nur, wir vergessen so leicht, was der lachende Nachbar
uns nicht bestätigt oder beneidet. Sichtbar
wollen wirs heben, wo doch das sichtbarste Glück uns
erst zu erkennen sich giebt, wenn wir es innen verwandeln.

     Nirgends, Geliebte, wird Welt sein, als innen. Unser
Leben geht hin mit Verwandlung. Und immer geringer
schwindet das Außen. Wo einmal ein dauerndes Haus war,
schlägt sich erdachtes Gebild vor, quer, zu Erdenklichem
völlig gehörig, als ständ es noch ganz im Gehirne.
Weite Speicher der Kraft schafft sich der Zeitgeist, gestaltlos
wie der spannende Drang, den er aus allem gewinnt.
Tempel kennt er nicht mehr. Diese, des Herzens, Verschwendung
sparen wir heimlicher ein. Ja, wo noch eins übersteht,
ein einst gebetetes Ding, ein gedientes, geknietes –,
hält es sich, so wie es ist, schon ins Unsichtbare hin.
Viele gewahrens nicht mehr, doch ohne den Vorteil,
daß sie’s nun innerlich baun, mit Pfeilern und Statuen, größer!

     Jede dumpfe Umkehr der Welt hat solche Enterbte,
denen das Frühere nicht und noch nicht das Nächste gehört.
Denn auch das Nächste ist weit für die Menschen. Uns soll
dies nicht verwirren; es stärke in uns die Bewahrung
der noch erkannten Gestalt. – Dies stand einmal unter Menschen,
mitten im Schicksal stands, im vernichtenden, mitten
im Nichtwissen-Wohin stand es, wie seiend, und bog
Sterne zu sich aus gesicherten Himmeln. Engel,
dir noch zeig ich es, da! in deinem Anschaun
steh es gerettet zuletzt, nun endlich aufrecht.
Säulen, Pylone, der Sphinx, das strebende Stemmen,
grau aus vergehender Stadt oder aus fremder, des Doms.

    War es nicht Wunder? O staune, Engel, denn wir sinds,
wir, o du Großer, erzähls, daß wir solches vermochten, mein Atem
reicht für die Rühmung nicht aus. So haben wir dennoch
nicht die Räume versäumt, diese gewährenden, diese
unseren Räume. (Was müssen sie fürchterlich groß sein,
da sie Jahrtausende nicht unseres Fühlns überfülln.)
Aber ein Turm war groß, nicht wahr? O Engel, er war es, –
groß, auch noch neben dir? Chartres war groß –, und Musik
reichte noch weiter hinan und überstieg uns. Doch selbst nur
eine Liebende –, oh, allein am nächtlichen Fenster…
reichte sie dir nicht ans Knie –?
                                                         Glaub nicht, daß ich werbe.
Engel, und würb ich dich auch! Du kommst nicht.
                                                         Denn mein
Anruf ist immer voll Hinweg; wider so starke
Strömung kannst du nicht schreiten. Wie ein gestreckter
Arm ist mein Rufen. Und seine zum Greifen
oben offene Hand bleibt vor dir
offen, wie Abwehr und Warnung,
Unfaßlicher, weitauf.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

Canto d’amore – Rainer Maria Rilke

Arnold Genthe, Julia Marlowe, ca. 1911

 

   E come tratterrò l’anima mia,
perché la tua non sfiori?
Come la leverò verso altre sfere,
dove tu piú non sia?

   Oh, celarla vorrei presso qualcosa
che si smarrisse in buia solitudine,
in un angolo ignoto e silenzioso
che non vibrasse piú quando rivibrano
gli abissi tuoi!…

   Ma tutto ciò che appena ne disfiora,
ci prende insieme al pari dell’archetto
che da due corde trae solo una voce.

   Su qual strumento, ahimè, siamo noi tesi?
E chi lo regge e suona?… Oh melodia!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Liebes – Lied

Wie soll ich meine Seele halten, daß
sie nicht an deine rührt? Wie soll ich sie
hinheben über dich zu andern Dingen?
Ach gerne möcht ich sie bei irgendwas
Verlorenem im Dunkel unterbringen
an einer fremden stillen Stelle, die
nicht weiterschwingt, wenn deine Tiefen schwingen.
Doch alles, was uns anrührt, dich und mich,
nimmt uns zusammen wie ein Bogenstrich,
der aus zwei Saiten eine Stimme zieht.
Auf welches Instrument sind wir gespannt?
Und welcher Spieler hat uns in der Hand?
O süßes Lied.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907