Una fanciulla – Rainer Maria Rilke

André Hachette, Jeune femme brune de profil, tête dans les mains, 1900 circa

   

   Una fanciulla emerse dall’estatico
consonare del canto e della lira.
Raggiò primaverile ne’ suoi veli:
e nell’orecchio mio, ebbe un giaciglio.

   In me adagiata, il sonno la recinse.
E tutto, fu in quel sonno. I prodigiosi
alberi, il dolce prato, i sensitivi
spazii remoti: ed ogni mio stupore.

   In Lei, dormiva il mondo. O Dio Canoro!
Cosí l’hai tu perfetta, che non brama piú
ridestarsi? Dal suo nascer, dorme.

   Quando morrà? Prima che taccia il canto,
trovami ancóra questo spunto! Dove
cadrà da me? Rispondi!… Una fanciulla…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I Sonetti a Orfeo” (1922), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

I, 2

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbar Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast…

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923

Canto di uscita – Rainer Maria Rilke

Leonid Pasternak, Rainer Maria Rilke

     

     Placido Amico delle lontananze!
Senti come lo spazio, al tuo respiro,
cresce! Tra i ceppi bui delle campane,
divieni squilla! Ciò che in te si strugge,

     si fa vigore in te, poi che ti nutre.
Sii la risacca del Mutar perenne!
Qual sofferenza, non provasti ancóra?
Se amaro il vino è a te, diventa vino!

     In questa notte, ove trabocchi, sii
magica forza, al crocevia dei sensi:
simbolo, in cui si esprima il loro incontro.

     E se il mondo, di te, si è fatto cieco,
grida alla terra, che sta ferma: Io scorro;
rigrida all’acqua, che fluisce: Io sto.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I sonetti a Orfeo” (1922), in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

II, 29

Stiller Freund der vielen Fernen, fühle,
wie dein Atem noch den Raum vermehrt.
Im Gebälk der finsteren Glockenstühle
laß dich läuten. Das, was an dir zehrt,

wird ein Starkes über dieser Nahrung.
Geh in der Verwandlung aus und ein.
Was ist deine leidendste Erfahrung?
Ist dir Trinken bitter, werde Wein.

Sei in dieser Nacht aus Übermaß
Zauberkraft am Kreuzweg Deiner Sinne,
ihrer seltsamen Begegnung Sinn.

Und wenn dich das Irdische vergaß,
zu der stillen Erde sag: Ich rinne.
Zu dem raschen Wasser sprich: Ich bin.

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923

In verità cantare… – Rainer Maria Rilke

Leonid Pasternak, Rainer Maria Rilke

   

   Un Dio, lo può… Ma noi, come potremo
seguirlo per la sua fragile lira?
È scisso. Ed all’incrocio di due vie,
non sorge in cuore, per Apollo, un tempio.

   Non è, il canto che insegni, bramosía:
frutto goloso che si coglie alfine.
Cantare, è essere. Facile a un Iddio.
Ma noi, quando saremo? E quando, intorno,

   Egli ci volgerà la terra e gli astri?
Amare, non è essere, se pure
urge alla gola l’impeto del canto.

   Apprendi a moderarlo, a che non sfumi!
In verità cantare, è un altro soffio.
Spirar nel nulla… In Dio, spirare… Un vento…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I Sonetti a Orfeo” (1922), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

III.

Ein Gott vermags. Wie aber, sag mir, soll
ein Mann ihm folgen durch die schmale Leier?
Sein Sinn ist Zwiespalt. An der Kreuzung zweier
Herzwege steht kein Tempel für Apoll.

Gesang, wie du ihn lehrst, ist nicht Begehr,
nicht Werbung um ein endlich noch Erreichtes;
Gesang ist Dasein. Für den Gott ein Leichtes.
Wann aber sind wir? Und wann wendet er

an unser Sein die Erde und die Sterne?
Dies ists nicht, Jüngling, daß du liebst, wenn auch
die Stimme dann den Mund dir aufstößt, – lerne

vergessen, daß du aufsangst. Das verrinnt.
In Wahrheit singen, ist ein andrer Hauch.
Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, 1923

La ottava Elegia – Rainer Maria Rilke

Ed Van Der Elsken, Tokio, 1981

 

   È l’animale, tutto, nello sguardo
vólto all’Aperto:
fuori del tempo, nello spazio immenso.
Ma gli occhi abbiamo, noi, come riversi:
e tesi, al par di reti, a imprigionare
il suo libero passo.
Lo spazio immenso, che trascende il tempo,
solo riflesso dal suo vólto intento,
si svela a noi.
Poi che il fanciullo tenero volgiamo
súbito indietro; e lo forziamo già
a rimirare il mondo delle forme;
ma non l’Aperto, che profondo spazia
in ogni vólto d’animale ignaro:
e non lo sfiora il senso della morte.
Noi non abbiamo, ahimè, dinanzi agli occhi
se non la morte.
L’animale ha la morte dietro sé:
e a sé davanti, Dio.
Quando cammina, nell’Eterno incede.
Come incedono i fiumi.
Noi non abbiamo innanzi, un giorno solo,
il puro spazio in cui sbocciano i fiori
inesauribilmente.
Tutto, d’intorno, ai nostri sguardi, è Mondo.
Non mai, lo spazio sterminato etèreo,
incustodito e intatto,
che si respira; e che, infinitamente
intuito, si sa, — senza bramarlo.
Da bimbi, ci si sperde in quello spazio,
scossa in silenzio l’anima beata.
O vi si entra, quando agonizziamo,
e si diventa spazio a poco a poco.
Ché non è dato ravvisar la morte,
come ci giunge accanto:
sbarriamo gli occhi fuori di noi stessi,
con uno sguardo d’animale, — immenso.
Gli Amanti, — ove non fossero, tra loro,
schermo e muraglia — all’insueto Aperto,
stupefatti, sarebbero vicini.
Capzioso, si schiude dietro ognuno.
Ma, l’altro, non vi evade. E novamente,
intorno a entrambi, si richiude il mondo.
Al creato rivolti senza posa,
nel creato vediamo rispecchiarsi
l’etèreo spazio: ma nel suo riverbero,
che si appanna di noi.
Leva talvolta un animale, muto,
il suo sguardo tranquillo.
E ci percorre dentro, in ogni fibra.
Essere a fronte, eternamente a fronte
di un concretato mondo: ecco il Destino.
Se una coscienza fosse, — una coscienza
come la nostra — nel sicuro e calmo
animale che viene ad incontrarci,
oh noi saremmo trascinati dentro
quel suo vagare!… Ma, per lui, l’esistere
è senza fine. Spento; e inconcepibile
dalla luce degli occhi. Immacolato,
come il suo sguardo. E dove noi scorgiamo
il futuro e non altro, egli ravvisa
il Tutto immenso; e se stesso — in quel Tutto —
salvo e redento per l’eternità.
Ma vive tuttavia, nell’animale
vigile e caldo,
il peso, in ansia, d’una grande angoscia.
Ché mai non lo abbandona la memoria
d’essere stato piú vicino, un tempo,
al mondo ch’egli anela di raggiungere:
a quello avvinto in fedeltà piú stretta,
con nodi di dolcezza senza fine.
Tutto è distanza qui, ciò che respiro
era colà. Dopo quel primoasilo,
gli appare infido questo: e tempestato
da vènti avversi.
Felicità divina dell’ insetto,
che rimane, per sempre, dentro il grembo,
onde nasceva: nello spazio immenso.
O díttero, che dentro vi saltelli,
pur quando giunge il tempo delle nozze!
Il grembo è tutto. E malsicuri avventano
gli uccelli il volo, — poiché, già nascendo,
sanno le sorti entrambe,
quasi fossero anime di Etruschi
vaporate entro l’urna dello spazio
con la figura in sonno sul coperchio.

   Oh la tremenda angoscia dell’alato,
costretto al volo, anche se proviene
dall’angustia di un grembo!
Il suo terrore di se stesso solca
sinistramente l’ètere, guizzando:
e par l’incrinatura,
che fende la purezza d’una coppa.
Non il volo, cosí, del pipistrello
strappa la porcellana della sera?

Spettatori in eterno e in ogni dove,
rivòlti verso il Tutto, e incatenati
entro le sue prigioni,
l’universo ci colma: e in noi trabocca.
Lo rassettiamo. E ci si sfascia in pezzi.
Lo si raggiusta. E l’universo frana.
… E noi franiamo insieme.
Chi mai ci deformò, chi ci stravolse
cosí, che sempre ripetiamo il gesto
di prendere congedo?
Come quei che sull’ultima collina,
onde si schiude il prodigioso incanto
della valle beata,
sosta e si volge indietro a riguardare
cosí viviamo noi la nostra vita
in una serie di commiati, eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die achte Elegie

Rudolf Kassner zugeeignet

Mit allen Augen sieht die Kreatur
das Offene. Nur unsre Augen sind
wie umgekehrt und ganz um sie gestellt
als Fallen, rings um ihren freien Ausgang.
Was draußen ist, wir wissens aus des Tiers
Antlitz allein; denn schon das frühe Kind
wenden wir um und zwingens, daß es rückwärts
Gestaltung sehe, nicht das Offne, das
im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod.
Ihn sehen wir allein; das freie Tier
hat seinen Untergang stets hinter sich
und vor sich Gott, und wenn es geht, so gehts
in Ewigkeit, so wie die Brunnen gehen.
   Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt. Als Kind
verliert sich eins im Stilln an dies und wird
gerüttelt. Oder jener stirbt und ists.
Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr
und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick.
Liebende, wäre nicht der andre, der
die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen…
Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan
hinter dem andern… Aber über ihn
kommt keiner fort, und wieder wird ihm Welt.
Der Schöpfung immer zugewendet, sehn
wir nur auf ihr die Spiegelung des Frein,
von uns verdunkelt. Oder daß ein Tier,
ein stummes, aufschaut, ruhig durch uns durch.
Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein
und nichts als das und immer gegenüber.

Wäre Bewußtheit unsrer Art in dem
sicheren Tier, das uns entgegenzieht
in anderer Richtung –, riß es uns herum
mit seinem Wandel. Doch sein Sein ist ihm
unendlich, ungefaßt und ohne Blick
auf seinen Zustand, rein, so wie sein Ausblick.

Und wo wir Zukunft sehn, dort sieht es Alles
und sich in Allem und geheilt für immer.
Und doch ist in dem wachsam warmen Tier
Gewicht und Sorge einer großen Schwermut.
Denn ihm auch haftet immer an, was uns
oft überwältigt, – die Erinnerung,
als sei schon einmal das, wonach man drängt,
näher gewesen, treuer und sein Anschluß
unendlich zärtlich. Hier ist alles Abstand,
und dort wars Atem. Nach der ersten Heimat
ist ihm die zweite zwitterig und windig.
   O Seligkeit der kleinen Kreatur,
die immer bleibt im Schooße, der sie austrug;
o Glück der Mücke, die noch innen hüpft,
selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles.
Und sieh die halbe Sicherheit des Vogels,
der beinah beides weiß aus seinem Ursprung,
als wär er eine Seele der Etrusker,
aus einem Toten, den ein Raum empfing,
doch mit der ruhenden Figur als Deckel.
Und wie bestürzt ist eins, das fliegen muß
und stammt aus einem Schooß. Wie vor sich selbst
erschreckt, durchzuckts die Luft, wie wenn ein Sprung
durch eine Tasse geht. So reißt die Spur
der Fledermaus durchs Porzellan des Abends.

Und wir: Zuschauer, immer, überall,
dem allen zugewandt und nie hinaus!
Uns überfüllts. Wir ordnens. Es zerfällt.
Wir ordnens wieder und zerfallen selbst.

Wer hat uns also umgedreht, daß wir,
was wir auch tun, in jener Haltung sind
von einem, welcher fortgeht? Wie er auf
dem letzten Hügel, der ihm ganz sein Tal
noch einmal zeigt, sich wendet, anhält, weilt –,
so leben wir und nehmen immer Abschied.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

La settima Elegia – Rainer Maria Rilke

Konstantin Korovin, By The Window, 1893, Lviv National Art Gallery, Lviv, Ukraine

     

    Non squillo piú di supplice richiesta
sia la natura del tuo grido, ormai,
o mia cresciuta voce!
È vero, sí: tu già lanciasti un grido
puro siccome il grido di un uccello,
quando nel suo fiorir la Primavera
lo scaglia in alto; e quasi si dismemora
ch’egli è dolente creatura viva:
e non soltanto un cuore, unico solo,
da frombolar dentro il sereno azzurro
nella piú fonda intimità dei cieli.
Oh, come lui, brameresti tu pure,
ebro cantando, esprimerti cosí
che — invisibile ancóra — ti avvertisse
l’amica tua silente; ed anche in lei
si risvegliasse, piano, una risposta
melodiosa,
scaldandosi al tepore di ascoltarti:
per avvamparla tutta, inorgoglita
di quel tuo stesso inorgoglir nel canto.
E ben la Primavera
t’intenderebbe, allora, risonando
ogni riposto angolo di un solo
alto sonar d’annunciazione, intorno…
Da prima, quello squillo,
piccolo, interrogante, che si leva
circondato dal crescere in silenzio
di un vasto, puro, affermativo giorno.
Gradini, poi… Reiterati appelli
su per le scale, che al sognato ascendono
tempio dell’avvenire…
Ed il gorghéggio, quindi: la fontana,
che già prevede e già promette, intanto
allo zampillo impetuoso il giuoco
del ricader mutevole, infinito…
E, innanzi a sé, l’estate.
Non i mattini dell’estate solo,
per quanto tutti… E non quel loro solo
mutarsi in giorno ed irraggiarsi in luce,
anzi l’aurora…
Né solo i giorni, trepidi d’attorno
ai fiori in basso; e in alto, intorno agli alberi
cresciuti ormai grandi robusti altieri…
E non la sola santità di queste
già dispiegate forze… E non le sole
strade; né i soli prati vespertini;
né, dopo il digradar dell’uragano,
la respirante chiarità dell’aure;
né, verso sera, il presagir soave
del sonno ormai vicino…
Ma le notti! Le notti! Quelle notti,
alte, d’estate… Ma le stelle tutte…
Tutte le stelle della terra, amiche.
Essere morti, un giorno. E pur, sapere
tutte le stelle, inesauribilmente…
Perché dimenticarle, oh come, come
potremmo noi?

     S’io ti chiamassi, amata, oh non verresti
tu solamente.
Ma dalle tombe fragili sorgendo,
altre fanciulle ancóra. E ristarebbero
diritte innanzi a me.
Ché l’impeto frenar non io potrei
del mio lanciato appello. E i trapassati
anelan sempre la perduta terra.
Quello che un giorno su, nel dolce mondo,
o fanciulle, ghermiste,
multipla forza ha in sé: di mille essenze.
Oh non crediate che il Destino vinca,
col suo spessore ignoto,
ciò che la fanciullezza in sé condensa!
Quante mai volte superaste voi,
anelando, l’amato: e, dopo l’impeto
della corsa beata, ancóra dentro
vi perdurava un ansimante anelito
verso l’immensa vanità del nulla,
verso gli aperti sconfinati spazii!
Vivere in terra, è una divina gioia.
Ed anche voi, fanciulle, lo sapete:
voi che, deluse, sembravate adesso
come affondar perdute
nei sordidi angiporti dei suburbii,
già putrescenti ed avviate ormai
all’ultimo declino…
Poi che un’ora vi fu (forse, neppure
un’ora piena: un attimo soltanto
da non commisurar con le misure
consuete del tempo; un solo istante
fra due rintocchi) — in cui ciascuna visse
interamente la sua vita; ed ebbe,
di quella vita sua, le vene colme.
Ma facilmente noi dimentichiamo
ciò che il beffardo riso del vicino
non ci conferma o non invidia a noi.
E lo vorremmo sollevare in alto,
per ostentarlo, — mentre solamente
elaborata dentro i nostri cuori,
la piú vistosa gioia, ecco, si arrende
e si disvela ignuda ad occhi umani.
In nessun luogo, che non sia nell’íntimo
piú profondo di noi,
è destinato, amata, a divenirci
intorno il mondo. E questa nostra vita
è un eterno fluir nel trasmutarsi.
E, sempre piú ridotta, a poco a poco
l’Appariscenza esterna si dilegua.
Colà, dove una volta consisteva
la ben compatta casa, ora, prorompe
obliqua una figura immaginaria,
tutta in rilievo di Pensiero puro,
quasi che ancóra nel cervello chiusa
dentro ci stesse.
Lo Spirito del tempo, oggi, si crea
vasti granai di forze senza forma,
come l’impulso che d’attorno attinge
— teso in orgasmo — dalle cose tutte.
Piú non conosce templi. E questo sperpero
del nostro cuore è il piú segreto acquisto
che in ogni giorno accumuliamo in noi.
Colà dove persiste e sopravvive
una di quelle prodigiose cose,
che un dí adorammo e che servimmo proni
sulle ginocchia, sopravvive assunta
nell’Invisibile.
E son ciechi di lei tanti mai sguardi:
ma senza in cuore la divina gioia
di poterla crear piú grande ancóra,
novellamente, con pilastri e statue,
entro il tempio dell’anima profonda.

     Ogni terrena oscura metamorfosi
conta di questi miserandi eredi,
cui ciò che avvenne piú non appartiene,
né il futuro appartiene. Una distanza
illimitata gli uomini separa
finanche dalle cose piú vicine.
Ma questa realtà non ci sgomenti!
Anzi, ci tempri a custodire intatto,
dentro di noi, l’archètipo già noto.
Sorse diritto un giorno in mezzo al mondo,
sotto gli urti del Fato tempestoso,
fra mète incerte ed ignorate vie;
e a sé piegava, dai sicuri cieli,
l’arco fulgente delle stelle amiche.
Angelo, e a te lo addito. Eccolo innanzi
allo stupore de’ tuoi sguardi intenti:
salvato alfine, e novamente eretto.
La sfinge di colonne e di piloni!
Il grigio impetuoso ripontare
su dalle nebbie, dritto incontro al cielo
d’una città straniera e moribonda,
della misteriosa Cattedrale.
Non fu prodigio? Angelo, stupisci!
Ché questo, siamo noi. Proclama tu,
che questo noi potemmo. A celebrarlo
non basta il mio respiro, Angelo immenso…
E pertanto, cosí, non rinunciammo
a quei prodighi spazii, a noi donati:
vasti di tale paurosa ampiezza,
che da millennii ormai, dei nostri cuori
non li ricolma l’impeto perenne.
…Una torre fu grande, non è vero?
Angelo, grande anche di fronte a te…
Fu grande, Chartres. E la divina Musica
trascendeva, su noi, la Cattedrale.
E una fanciulla innamorata, a notte,
alla finestra, sola, — non giungeva,
Angelo, insino alle ginocchia tue?
Oh non credere, no, ch’io mi rivolga
supplice a te, perché tu scenda in terra.
Se pur ti supplicassi, non verresti…
Ogni richiamo mio pieno soltanto
è di un turbine in fuga: e questa enorme
tempestosa corrente, non ti è dato,
Angelo, risalirla incontro a me.
Come un braccio proteso, è il grido mio.
E la sua mano che si scaglia in alto
schiusa a ghermire, ti rimane innanzi
aperta, dentro gl’infiniti spazii,
difesa e ammonimento, o Inafferrabile!

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die siebente Elegie

     Werbung nicht mehr, nicht Werbung, entwachsene Stimme,
sei deines Schreies Natur; zwar schrieest du rein wie der Vogel,
wenn ihn die Jahreszeit aufhebt, die steigende, beinah vergessend,
daß er ein kümmerndes Tier und nicht nur ein einzelnes Herz sei,
das sie ins Heitere wirft, in die innigen Himmel. Wie er, so
würbest du wohl, nicht minder –, daß, noch unsichtbar,
dich die Freundin erführ, die stille, in der eine Antwort
langsam erwacht und über dem Hören sich anwärmt, –
deinem erkühnten Gefühl die erglühte Gefühlin.

     O und der Frühling begriffe –, da ist keine Stelle,
die nicht trüge den Ton der Verkündigung. Erst jenen kleinen
fragenden Auflaut, den, mit steigernder Stille,
weithin umschweigt ein reiner bejahender Tag.
Dann die Stufen hinan, Ruf-Stufen hinan, zum geträumten
Tempel der Zukunft –; dann den Triller, Fontäne,
die zu dem drängenden Strahl schon das Fallen zuvornimmt
im versprechlichen Spiel… Und vor sich, den Sommer.

     Nicht nur die Morgen alle des Sommers –, nicht nur
wie sie sich wandeln in Tag und strahlen vor Anfang.
Nicht nur die Tage, die zart sind um Blumen, und oben,
um die gestalteten Bäume, stark und gewaltig.
Nicht nur die Andacht dieser entfalteten Kräfte,
nicht nur die Wege, nicht nur die Wiesen im Abend,
nicht nur, nach spätem Gewitter, das atmende Klarsein,
nicht nur der nahende Schlaf und ein Ahnen, abends…
sondern die Nächte! Sondern die hohen, des Sommers,
Nächte, sondern die Sterne, die Sterne der Erde.
O einst tot sein und sie wissen unendlich,
alle die Sterne: denn wie, wie, wie sie vergessen!

     Siehe, da rief ich die Liebende. Aber nicht sie nur
käme… Es kämen aus schwächlichen Gräbern
Mädchen und ständen… Denn, wie beschränk ich,
wie, den gerufenen Ruf? Die Versunkenen suchen
immer noch Erde. – Ihr Kinder, ein hiesig
einmal ergriffenes Ding gälte für viele.
Glaubt nicht, Schicksal sei mehr, als das Dichte der Kindheit;
wie überholtet ihr oft den Geliebten, atmend,
atmend nach seligem Lauf, auf nichts zu, ins Freie.

     Hiersein ist herrlich. Ihr wußtet es, Mädchen, ihr auch,
die ihr scheinbar entbehrtet, versankt –, ihr, in den ärgsten
Gassen der Städte, Schwärende, oder dem Abfall
Offene. Denn eine Stunde war jeder, vielleicht nicht
ganz eine Stunde, ein mit den Maßen der Zeit kaum
Meßliches zwischen zwei Weilen –, da sie ein Dasein
hatte. Alles. Die Adern voll Dasein.
Nur, wir vergessen so leicht, was der lachende Nachbar
uns nicht bestätigt oder beneidet. Sichtbar
wollen wirs heben, wo doch das sichtbarste Glück uns
erst zu erkennen sich giebt, wenn wir es innen verwandeln.

     Nirgends, Geliebte, wird Welt sein, als innen. Unser
Leben geht hin mit Verwandlung. Und immer geringer
schwindet das Außen. Wo einmal ein dauerndes Haus war,
schlägt sich erdachtes Gebild vor, quer, zu Erdenklichem
völlig gehörig, als ständ es noch ganz im Gehirne.
Weite Speicher der Kraft schafft sich der Zeitgeist, gestaltlos
wie der spannende Drang, den er aus allem gewinnt.
Tempel kennt er nicht mehr. Diese, des Herzens, Verschwendung
sparen wir heimlicher ein. Ja, wo noch eins übersteht,
ein einst gebetetes Ding, ein gedientes, geknietes –,
hält es sich, so wie es ist, schon ins Unsichtbare hin.
Viele gewahrens nicht mehr, doch ohne den Vorteil,
daß sie’s nun innerlich baun, mit Pfeilern und Statuen, größer!

     Jede dumpfe Umkehr der Welt hat solche Enterbte,
denen das Frühere nicht und noch nicht das Nächste gehört.
Denn auch das Nächste ist weit für die Menschen. Uns soll
dies nicht verwirren; es stärke in uns die Bewahrung
der noch erkannten Gestalt. – Dies stand einmal unter Menschen,
mitten im Schicksal stands, im vernichtenden, mitten
im Nichtwissen-Wohin stand es, wie seiend, und bog
Sterne zu sich aus gesicherten Himmeln. Engel,
dir noch zeig ich es, da! in deinem Anschaun
steh es gerettet zuletzt, nun endlich aufrecht.
Säulen, Pylone, der Sphinx, das strebende Stemmen,
grau aus vergehender Stadt oder aus fremder, des Doms.

    War es nicht Wunder? O staune, Engel, denn wir sinds,
wir, o du Großer, erzähls, daß wir solches vermochten, mein Atem
reicht für die Rühmung nicht aus. So haben wir dennoch
nicht die Räume versäumt, diese gewährenden, diese
unseren Räume. (Was müssen sie fürchterlich groß sein,
da sie Jahrtausende nicht unseres Fühlns überfülln.)
Aber ein Turm war groß, nicht wahr? O Engel, er war es, –
groß, auch noch neben dir? Chartres war groß –, und Musik
reichte noch weiter hinan und überstieg uns. Doch selbst nur
eine Liebende –, oh, allein am nächtlichen Fenster…
reichte sie dir nicht ans Knie –?
                                                         Glaub nicht, daß ich werbe.
Engel, und würb ich dich auch! Du kommst nicht.
                                                         Denn mein
Anruf ist immer voll Hinweg; wider so starke
Strömung kannst du nicht schreiten. Wie ein gestreckter
Arm ist mein Rufen. Und seine zum Greifen
oben offene Hand bleibt vor dir
offen, wie Abwehr und Warnung,
Unfaßlicher, weitauf.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923