Per Lulu – Rainer Maria Rilke

Cami Stone, Portrait Lou Albert-Lasard, um 1926

 

56.

Vedi, io non sono, ma se fossi,
sarei il centro della poesia;
sarei l’Esatto cui la vita,
confusa, non sentita, contraddice.

Vedi, io non sono. Perché gli altri sono;
mentre si vanno incontro
dimenticandosi in cieca brama –
io entro tacito nel cane
vuoto e nella pienezza del fanciullo.

Quando m’affondo in loro e trasfiguro
da loro il mio lume puro traspare…
Ma all’improvviso ritornano a spegnersi:
perch’io non sono. (Cara, vorrei che fossi –)

Rainer Maria Rilke

Monaco, ottobre 1914

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

Für Lulu

Sieh, ich bin nicht, aber wenn ich wäre,
wäre ich die Mitte im Gedicht;
das Genaue, dem das ungefähre
ungefühlte Leben widerspricht.

Sieh ich bin nicht. Den die Andern sind;
während sie sich zu einander kehren
blind und im vergesslichsten Begehren –,
tret ich leise in den leeren Hund und in das volle Kind.

Wenn ich mich in ihnen tief verkläre
scheint durch sie mein reiner Schein…
Aber plötzlich gehn sie wieder ein:
denn ich bin nicht. (Liebe, daß ich wäre –)

Rainer Maria Rilke

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

La prima Elegia – Rainer Maria Rilke

William Adolphe Bouguereau, Angels Playing Violin

   

   Chi, s’io gridassi, mi udrebbe
dalle celesti gerarchie degli Angeli?
E se, d’un tratto, un Angelo
contro il suo cuore mi stringesse, certo
io svanirei di quella forza immensa
in Lui racchiusa.
Ché il Bello è solamente
la prima nota del Tremendo. E dato
di sostenerlo e di ammirarlo è a noi,
solo perché non cura di annientarci.
… E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Per ciò, io mi raffreno e chiudo in gola
l’appello di un singhiozzo tenebroso.
A chi, gridar soccorso? Non agli Angeli.
Agli uomini? Neppure. E gli animali
sagacemente fiutano
che perigliosa a noi scorre la vita
in questo mondo d’inventati sensi.
Un albero ci resta, sul pendío,
da rivedere in ogni giorno. E resta
anche la strada che facemmo ieri:
la fedeltà viziata a un’abitudine,
che si compiacque d’indugiar fra noi;
e rimaneva; e non se n’è partita.
E la notte, la notte, allor che il vento,
tutto ricolmo dei siderei spazii,
il vólto ci consuma, oh non attende
ella, anelata, i cuori solitarii;
e li delude, poi, soavemente?
Forse, agli Amanti è piú benigna e lieve!
Ahimè! Non fanno che celarsi – stretti –
a vicenda, il destino…
E ancóra non lo sai? Via dalle braccia,
scaglia il tuo vuoto. Aggiungilo agli spazii
che respiriamo… E avvertiran gli uccelli
il dilatato ètere d’attorno
con piú gioioso volo.

   È vero, sí… Le primavere, al mondo,
avean sete di te. Talune stelle
si struggevan, lassú, che tu le udissi.
E t’investiva, a volte,
un’onda dall’ocèano del Remoto;
e, se passavi, dal balcone schiuso
un violino abbandonava tutte
le sue musiche a te.
Questa, la tua missione. E, per adempierla,
ti bastavan le forze? O non piuttosto
era un orgasmo in te, come se tutto
ti annunziasse un’amante?
E dove, in te, sarebbe stato spazio
per ospitarla,
in questo eterno pullularti dentro
di estranee immense idee,
che vengono e rivanno;
ed anche a notte, hanno dimora in te?
Ma canta, se la nostalgia ti accora,
canta le Amanti.
Ché, lungi ancor dall’essere immortale,
è il loro molto celebrato ardore.
Cantale, sí, le tristi Abbandonate,
che tu sempre invidiavi: e ti pareano
tanto amorose piú, di quelle altre
dal ricambiato amore.
E di cantarle, non cessare! Innova
la non mai colma lode!
Pensa: l’Eroe non è compiuto mai
d’essere al mondo.
Anche la morte, è a lui
pretesto per rivivere immortale
dopo l’estrema nascita.
Ma la Natura dentro il grembo esausto
riprende in sé le Amanti abbandonate,
come se non avesse piú la forza
di dar vita al prodigio un’altra volta.
Hai tu già sciolto un adeguato canto
alla memoria di Gaspara Stampa,
perché, deserta dall’amato, adesso,
una fanciulla, estatica all’esempio,
dentro si strugga di adeguarsi a lei?
Non debbono recare anche piú frutti,
queste pene defunte, a noi viventi?
Non è venuto il tempo,
che, amando, noi si giunga a liberarci
dell’adorato oggetto, in un fremente
impeto di vittoria,
come la freccia che, raccolta e tesa
entro il suo scocco, supera la corda?
Inerzia, è nulla. E solo il Moto, è tutto.

   Voci! Voci!… Mio cuore, e tu pervieni
ad ascoltare, come i Santi solo
sanno ascoltare.
L’immenso appello li scagliava in alto;
ma rimanean con le ginocchia a terra:
irreali impassibili profondi;
ed eran solo in quell’ascolto solo.
… Alla voce di Dio, non reggeresti.
Ma il soffio ascolta del messaggio eterno,
che si crea dal silenzio: e che ti giunge
da quei morti precoci.
Oh sempre che varcasti, a Roma o a Napoli,
la soglia di una chiesa, non parlava
un placido linguaggio, a te, quel loro
funereo destino?
O iscritto in una stele, ti si ergeva
innanzi, come là sovra la lapide
apparsa in te, Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch’io con leggiero
tócco dissolva la parvenza ingiusta
di quella sorte, che talvolta ancóra
il loro etèreo moto un poco attarda?

   È strano, certo,
non abitare piú su questa terra;
non compier piú le usanze apprese appena;
né piú legare il senso
del divenire umano
alle rose e alle cose, onde ciascuna
aveva una sua voce di promessa;
non esser piú ciò ch’eravamo chiusi
nell’infinita angoscia delle mani;
e abbandonar finanche il proprio nome
come un balocco infranto.
È strano, certo,
non piú desiderare desiderii
desiderati tanto;
veder questa compagine, disciolta,
volitare per spazii sterminati…
Essere morti, è una fatica dura.
Un ímprobo ricupero di forze,
per avvertire un po’ d’eternità.
Ma i vivi, tutti aberrano, − segnando
troppo profondo il solco fra i due Regni.
Gli Angeli (è fama…) ignorano talvolta
se vanno fra i viventi o i trapassati.
Ogni progenie, la fiumana eterna
travolge via con sé per ambo i Regni;
e, con lo scroscio suo,
ne sommerge il clamore in questo o in quello.

   Ma non hanno di noi bisogno piú
quei morti d’una morte prematura…
Placidamente,
ci si divezza dalla terra: come
ci si divezza dal materno seno,
quando sia l’ora.
Ma noi viventi, noi, che ci nutriamo
di tanti inesauribili misteri;
e a cui sovente, su da un lutto, balza
il progredir beato;
potremmo, noi, senza quei morti, esistere?
Non è leggenda vana,
che un dí si ardimentò la prima Musica
a penetrar dentro la dura pietra
nel compianto di Lino; e che per entro
quello spazio atterrito, ormai deserto
dal Semidio precocemente estinto,
l’ètere scosso, per la prima volta,
oscillava nel palpito di suono,
che ancóra ci travolge e ci consola.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)” in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die erste Elegie

   Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel
Ordnungen? und gesetzt selbst, es nähme
einer mich plötzlich ans Herz: ich verginge von seinem
stärkeren Dasein. Denn das Schöne ist nichts
als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen,
und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
uns zu zerstören. Ein jeder Engel ist schrecklich.
   Und so verhalt ich mich denn und verschlucke den Lockruf
dunkelen Schluchzens. Ach, wen vermögen
wir denn zu brauchen? Engel nicht, Menschen nicht,
und die findigen Tiere merken es schon,
daß wir nicht sehr verläßlich zu Haus sind
in der gedeuteten Welt. Es bleibt uns vielleicht
irgend ein Baum an dem Abhang, daß wir ihn täglich
wiedersähen; es bleibt uns die Straße von gestern
und das verzogene Treusein einer Gewohnheit,
der es bei uns gefiel, und so blieb sie und ging nicht.
   O und die Nacht, die Nacht, wenn der Wind voller Weltraum
uns am Angesicht zehrt –, wem bliebe sie nicht, die ersehnte,
sanft enttäuschende, welche dem einzelnen Herzen
mühsam bevorsteht. Ist sie den Liebenden leichter?
Ach, sie verdecken sich nur mit einander ihr Los.
   Weißt du’s noch nicht? Wirf aus den Armen die Leere
zu den Räumen hinzu, die wir atmen; vielleicht daß die Vögel
die erweiterte Luft fühlen mit innigerm Flug.

Ja, die Frühlinge brauchten dich wohl. Es muteten manche
Sterne dir zu, daß du sie spürtest. Es hob
sich eine Woge heran im Vergangenen, oder
da du vorüberkamst am geöffneten Fenster,
gab eine Geige sich hin. Das alles war Auftrag.
Aber bewältigtest du’s? Warst du nicht immer
noch von Erwartung zerstreut, als kündigte alles
eine Geliebte dir an? (Wo willst du sie bergen,
da doch die großen fremden Gedanken bei dir
aus und ein gehn und öfters bleiben bei Nacht.)
Sehnt es dich aber, so singe die Liebenden; lange
noch nicht unsterblich genug ist ihr berühmtes Gefühl.
Jene, du neidest sie fast, Verlassenen, die du
so viel liebender fandst als die Gestillten. Beginn
immer von neuem die nie zu erreichende Preisung;
denk: es erhält sich der Held, selbst der Untergang war ihm
nur ein Vorwand, zu sein: seine letzte Geburt.
Aber die Liebenden nimmt die erschöpfte Natur
in sich zurück, als wären nicht zweimal die Kräfte,
dieses zu leisten. Hast du der Gaspara Stampa
denn genügend gedacht, daß irgend ein Mädchen,
dem der Geliebte entging, am gesteigerten Beispiel
dieser Liebenden fühlt: daß ich würde wie sie?
Sollen nicht endlich uns diese ältesten Schmerzen
fruchtbarer werden? Ist es nicht Zeit, daß wir liebend
uns vom Geliebten befrein und es bebend bestehn:
wie der Pfeil die Sehne besteht, um gesammelt im Absprung
mehr zu sein als er selbst. Denn Bleiben ist nirgends.

Stimmen, Stimmen. Höre, mein Herz, wie sonst nur
Heilige hörten: daß die der riesige Ruf
aufhob vom Boden; sie aber knieten,
Unmögliche, weiter und achtetens nicht:
So waren sie hörend. Nicht, daß du Gottes ertrügest
die Stimme, bei weitem. Aber das Wehende höre,
die ununterbrochene Nachricht, die aus Stille sich bildet.
Es rauscht jetzt von jenen jungen Toten zu dir.
Wo immer du eintratest, redete nicht in Kirchen
zu Rom und Neapel ruhig ihr Schicksal dich an?
Oder es trug eine Inschrift sich erhaben dir auf,
wie neulich die Tafel in Santa Maria Formosa.
Was sie mir wollen? leise soll ich des Unrechts
Anschein abtun, der ihrer Geister
reine Bewegung manchmal ein wenig behindert.

Freilich ist es seltsam, die Erde nicht mehr zu bewohnen,
kaum erlernte Gebräuche nicht mehr zu üben,
Rosen, und andern eigens versprechenden Dingen
nicht die Bedeutung menschlicher Zukunft zu geben;
das, was man war in unendlich ängstlichen Händen,
nicht mehr zu sein, und selbst den eigenen Namen
wegzulassen wie ein zerbrochenes Spielzeug.
Seltsam, die Wünsche nicht weiterzuwünschen. Seltsam,
alles, was sich bezog, so lose im Raume
flattern zu sehen. Und das Totsein ist mühsam
und voller Nachholn, daß man allmählich ein wenig
Ewigkeit spürt. – Aber Lebendige machen
alle den Fehler, daß sie zu stark unterscheiden.
Engel (sagt man) wüßten oft nicht, ob sie unter
Lebenden gehn oder Toten. Die ewige Strömung
reißt durch beide Bereiche alle Alter
immer mit sich und übertönt sie in beiden.

Schließlich brauchen sie uns nicht mehr, die Früheentrückten,
man entwöhnt sich des Irdischen sanft, wie man den Brüsten
milde der Mutter entwächst. Aber wir, die so große
Geheimnisse brauchen, denen aus Trauer so oft
seliger Fortschritt entspringt –: könnten wir sein ohne sie?
Ist die Sage umsonst, daß einst in der Klage um Linos
wagende erste Musik dürre Erstarrung durchdrang;
daß erst im erschrockenen Raum, dem ein beinah göttlicher Jüngling
plötzlich für immer enttrat, die Leere in jene
Schwingung geriet, die uns jetzt hinreißt und tröstet und hilft.

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

La sesta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

 

Albero di fico, da quanto è di valore per me
come tu tralasci i fiori quasi del tutto
e dentro nel frutto stabilito per tempo,
senzalode, spingi il tuo segreto puro.
Come cannello di fonte pulsano i tuoi curvi rami
il succo in basso e in alto: ed esso salta su dal sonno,
quasi non si desta, la felicità della sua meta più dolce.
Vedi: come il Dio nel cigno.
                                            …… Ma noi ci soffermiamo,
ah ci vantiamo di fiorire, e nel ritardato intimo
del nostro finale frutto entriamo traditi.
A pochi sale così forte la spinta dell’azione,
che essi già siano pronti e fervano nella pienezza del cuore,
quando la seduzione a fiorire, come aria mite della notte
la giovinezza della loro bocca, le palpebre, sfiora:
eroi forse e presto all’oltre destinati,
ai quali la morte che coltiva piega diverse le vene.
Questi precipitano: il proprio sorriso
precedono, come destrieri da tiro nei tenui
tiepidi quadri di Karnak il vittorioso re.

Meravigliosamente vicino l’eroe a chi morto giovane. Il perdurare
non cale. Il suo sorgere è presenza; costante
si porta via ed entra nel quadro stellare mutato
del suo assiduo pericolo. Lì pochi lo troverebbero. Ma,
chi di noi cupo tace, il destino d’improvviso esaltato
lo canta lo trae nella tempesta del suo mondo scrosciante.
Non odo nessuno però come lui. A un tratto mi penetra
con le correnti d’aria il suo tono più scuro.

Poi, come mi nasconderei volentieri alla nostalgia: Oh fossi,
fossi io ragazzo e ancora mi fosse dato diventarlo e sedessi
poggiato a braccia future e leggessi di Simson,
come sua madre prima nulla e poi tutto generò.

Non era eroe già in te, o madre, non iniziò
già là, in te, la sua potente scelta?
Migliaia covati nel grembo e volevano essere lui,
ma vedi: egli afferrò e lasciò –, scelse e poté.
E quando calpestò colonne, così fu, ché eruppe
dal mondo del tuo corpo nel mondo più stretto, dove ancora
scelse e poté. O madri degli eroi, oh origini
di correnti che trascinano! Voi golfi, in cui
in alto dal bordo del cuore, nel lamento,
già si gettarono ragazze, future vittime al figlio.

     Che se infuriasse l’eroe per permanenze d’amore,
ognuno lo trarrebbe fuori, ogni battito del cuore rivolto a lui,
già volto altrove, stava sulla fine dei sorrisi, – diverso.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

∗∗∗

Die sechste Elegie

Feigenbaum, seit wie lange schon ists mir bedeutend,
wie du die Blüte beinah ganz überschlägst
und hinein in die zeitig entschlossene Frucht,
ungerühmt, drängst dein reines Geheimnis.
Wie der Fontäne Rohr treibt dein gebognes Gezweig
abwärts den Saft und hinan: und er springt aus dem Schlaf,
fast nicht erwachend, ins Glück seiner süßesten Leistung.
Sieh: wie der Gott in den Schwan.
                                                          …… Wir aber verweilen,
ach, uns rühmt es zu blühn, und ins verspätete Innre
unserer endlichen Frucht gehn wir verraten hinein.
Wenigen steigt so stark der Andrang des Handelns,
daß sie schon anstehn und glühn in der Fülle des Herzens,
wenn die Verführung zum Blühn wie gelinderte Nachtluft
ihnen die Jugend des Munds, ihnen die Lider berührt:
Helden vielleicht und den frühe Hinüberbestimmten,
denen der gärtnernde Tod anders die Adern verbiegt.
Diese stürzen dahin: dem eigenen Lächeln
sind sie voran, wie das Rossegespann in den milden
muldigen Bildern von Karnak dem siegenden König.

Wunderlich nah ist der Held doch den jugendlich Toten. Dauern
ficht ihn nicht an. Sein Aufgang ist Dasein; beständig
nimmt er sich fort und tritt ins veränderte Sternbild
seiner steten Gefahr. Dort fänden ihn wenige. Aber,
das uns finster verschweigt, das plötzlich begeisterte Schicksal
singt ihn hinein in den Sturm seiner aufrauschenden Welt.
Hör ich doch keinen wie ihn. Auf einmal durchgeht mich
mit der strömenden Luft sein verdunkelter Ton.

Dann, wie verbärg ich mich gern vor der Sehnsucht: O wär ich,
wär ich ein Knabe und dürft es noch werden und säße
in die künftigen Arme gestützt und läse von Simson,
wie seine Mutter erst nichts und dann alles gebar.
War er nicht Held schon in dir, o Mutter, begann nicht
dort schon, in dir, seine herrische Auswahl?
Tausende brauten im Schoß und wollten er sein,
aber sieh: er ergriff und ließ aus –, wählte und konnte.
Und wenn er Säulen zerstieß, so wars, da er ausbrach
aus der Welt deines Leibs in die engere Welt, wo er weiter
wählte und konnte. O Mütter der Helden, o Ursprung
reißender Ströme! Ihr Schluchten, in die sich
hoch von dem Herzrand, klagend,
schon die Mädchen gestürzt, künftig die Opfer dem Sohn.

     Denn hinstürmte der Held durch Aufenthalte der Liebe,
jeder hob ihn hinaus, jeder ihn meinende Herzschlag,
abgewendet schon, stand er am Ende der Lächeln, – anders.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Infanzia – Rainer Maria Rilke

Felice Casorati, Le due bambine, 1912, Museo d’Arte Medievale e Moderna, Padova

 

Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che cosí si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali – e perché?

Dura il ricordo –: forse in una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita cosí piena
di incontri, di arrivederci, di transiti

come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfioravano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.

Rainer Maria Rilke

Parigi, intorno al I° luglio 1906

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

dalle “Nuove Poesie”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

Kindheit

Es wäre gut viel nachzudenken, um
von so Verlornem etwas auszusagen,
von jenen langen Kindheit-Nachmittagen,
die so nie wiederkamen – und warum?

Noch mahnt es uns –: vielleicht in einem Regnen,
aber wir wissen nicht mehr, was das soll;
nie wieder war das Leben von Begegnen,
von Wiedersehn und Weitergehn so voll

wie damals, da uns nichts geschah als nur,
was einem Ding geschieht und einem Tiere:
da lebten wir, wie Menschliches, das Ihre
und wurden bis zum Rande voll Figur.

Und wurden so vereinsamt wie ein Hirt
und so mit großen Fernen überladen
und wie von weit berufen und berührt
und langsam wie ein langer neuer Faden
in jene Bilderfolgen eingeführt,
in welchen nun zu dauern uns verwirrt.

Rainer Maria Rilke

da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

   

Dedicata alla Signora Hertha Koenig

Ma, dimmi, chi sono i girovaghi, questi appena
più fuggiaschi di noi, che urge sin da età precoce,
spreme una volontà mai soddisfatta del per chi,
per amore di chi? Anzi essa li spreme,
li piega, li stringe e li scuote,
li getta e li riafferra; come da un’aria
oleosa, più scivolosa scendono,
sul tappeto assottigliato, dal loro eterno
salto consunto, su questo perso
tappeto, al cosmo.
Posato come un medicamento, come se il cielo
di periferia avesse ferito lì la terra.
                                                      E non appena là,
diritto, qui e segnato: dello stare in piedi
di grande iniziale maiuscola…, già anche gli uomini
più forti, li fa rotolare, per scherzo, la presa
continua, come Augusto il Forte a tavola
un piatto zincato.

Oh! e attorno a questo
centro, la rosa dell’attenzione:
fiorisce e si sfoglia. Attorno a questo
pestello, il pistillo, il colpito dal proprio
polline in fiore, a frutti apparenti
contro la svogliatezza fecondati, la mai
consapevole, – scintillante la più sottile
copertura, svogliatezza il facile finto sorriso.

Ecco: il vizzo, grinzoso puntello
il vecchio che ancora tamburella,
entrato nella sua robusta pelle, come se essa avesse prima
contenuto due uomini, e uno
ora giacesse già al camposanto, e uno sopravvivesse all’altro,
sordo e a volte un poco
confuso, nella pelle vedova.

Ma il giovane, l’uomo, come fosse il figlio di una nuca
e di una monaca: vano e teso enfiato
di muscoli e ingenuità.

Oh lei,
che una pena ancora piccola,
ricevette un tempo da lui come giocattolo
in una delle lunghe convalescenze….

Tu, che con il colpo,
come solo lo conoscono i frutti, acerbo,
ogni giorno cento volte si stacca dall’albero del movimento
costruito insieme (che, più rapido dell’acqua, in pochi
minuti ha primavera, estate e autunno) –
si stacca e rotola alla fossa:
a volte, in mezza pausa, ti vuol nascere
un volto d’amore verso là per tua madre
di rado affettuosa; eppure si perde presso il tuo corpo,
che la consuma a strati, la timida
appena tentata espressione… E di nuovo
batte le mani l’uomo con la pretesa, e prima che a te
un dolore diventi più evidente nella vicinanza del cuore
sempre al trotto, a lui arriva il bruciore alle suole del piede
alla sua origine, prima con un paio
di lacrime di passione, da te subito ricacciate negli occhi.
E tuttavia, come i ciechi,
il sorriso…..

Angelo! oh prendila, coglila, l’erba medica dai piccoli fiori.
Porta un vaso, conservala! Ponila tra quelle gioie
a noi non ancora aperte; in amorosa urna
celebrala con effigie fiorita di émpito: >Subrisio Saltat.<.
       
             

        Tu poi, amorosa,
tu dalle più eccitanti gioie
muta sorvolata. Forse sono
le tue frange, felici per te –,
oppure sul giovane
seno rigonfio la verde seta metallica
si sente infinitamente viziata e di nulla si priva.
Tu,
sempre diversa su tutte le oscillanti bilance dell’equilibrio
adagiato frutto di mercato dell’imperturbabile,
in pubblico sotto le spalle.

Dove, oh dove è il luogo, – lo porto in cuore –,
dove ancora a lungo non poterono, ancora l’uno all’altro
si sottraeva, come nella monta, non di fatto
animali accoppiati; –
dove i pesi sono ancora gravi;
dove ancora invano i piatti
alla loro turbinante stadera
si avvitano…..

E d’improvviso in questo faticoso nessunluogo, d’improvviso
l’indicibile punto, dove il puro troppopoco
incomprensibilmente si trasforma –, salta
in quel vuoto troppotanto.
Dove il conto a molte cifre
senza numero svanisce.

Piazze, oh piazza a Parigi, infinita piazza della scena,
dove la modista, Madame Lamort,
avvolge ed intreccia le vie della terra
prive di pace, interminabili nastri, e da essi inventa
nuovi fiocchi, ruche, fiori, coccarde, artificiali frutti –, tutti
d’inverosimili colori, per i poco costosi
cappelli invernali del destino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Angelo!: ci fosse un posto, che non conosciamo, e là,
su indicibile tappeto, gli amanti, che qui
mai riescono a portare fino a potere, mostrassero le ardite,
alte figure di slancio cardiaco,
le torri di piacere, le scale
che da lungo tempo poggiano dove mai fu suolo
solo una all’altra, fremendo, – e lo potessero,
agli spettatori in cerchio, innumerevoli i morti senza suono:
         getterebbero essi allora le loro ultime, sempre risparmiate,
sempre nascoste, a noi sconosciute, in eterno
valide monete della fortuna, alla coppia
infine sincera e sorridente su un placato
tappeto?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

 ∗∗∗

  Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan.
                                                                Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen….

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…..

Engel! oh nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: >Subrisio Saltat.<.

     

      Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, oh wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…..

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, oh Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923