Infanzia – Rainer Maria Rilke

Felice Casorati, Le due bambine, 1912, Museo d’Arte Medievale e Moderna, Padova

 

Si dovrebbe riflettere a lungo per parlare
di certe cose che cosí si persero,
quei lunghi pomeriggi dell’infanzia
che mai tornarono uguali – e perché?

Dura il ricordo –: forse in una pioggia,
ma non sappiamo ritrovarne il senso;
mai fu la nostra vita cosí piena
di incontri, di arrivederci, di transiti

come quando ci accadeva soltanto
ciò che accade a una cosa o a un animale:
vivevamo la loro come una sorte umana
ed eravamo fino all’orlo colmi di figure.

Eravamo come pastori immersi
in tanta solitudine e immense distanze,
e da lontano ci chiamavano e sfioravano,
e lentamente fummo – un lungo, nuovo filo –
immessi in quella catena di immagini
in cui duriamo e ora durare ci confonde.

Rainer Maria Rilke

Parigi, intorno al I° luglio 1906

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

dalle “Nuove Poesie”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

Kindheit

Es wäre gut viel nachzudenken, um
von so Verlornem etwas auszusagen,
von jenen langen Kindheit-Nachmittagen,
die so nie wiederkamen – und warum?

Noch mahnt es uns –: vielleicht in einem Regnen,
aber wir wissen nicht mehr, was das soll;
nie wieder war das Leben von Begegnen,
von Wiedersehn und Weitergehn so voll

wie damals, da uns nichts geschah als nur,
was einem Ding geschieht und einem Tiere:
da lebten wir, wie Menschliches, das Ihre
und wurden bis zum Rande voll Figur.

Und wurden so vereinsamt wie ein Hirt
und so mit großen Fernen überladen
und wie von weit berufen und berührt
und langsam wie ein langer neuer Faden
in jene Bilderfolgen eingeführt,
in welchen nun zu dauern uns verwirrt.

Rainer Maria Rilke

da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

La quinta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

   

Dedicata alla Signora Hertha Koenig

Ma, dimmi, chi sono i girovaghi, questi appena
più fuggiaschi di noi, che urge sin da età precoce,
spreme una volontà mai soddisfatta del per chi,
per amore di chi? Anzi essa li spreme,
li piega, li stringe e li scuote,
li getta e li riafferra; come da un’aria
oleosa, più scivolosa scendono,
sul tappeto assottigliato, dal loro eterno
salto consunto, su questo perso
tappeto, al cosmo.
Posato come un medicamento, come se il cielo
di periferia avesse ferito lì la terra.
                                                      E non appena là,
diritto, qui e segnato: dello stare in piedi
di grande iniziale maiuscola…, già anche gli uomini
più forti, li fa rotolare, per scherzo, la presa
continua, come Augusto il Forte a tavola
un piatto zincato.

Oh! e attorno a questo
centro, la rosa dell’attenzione:
fiorisce e si sfoglia. Attorno a questo
pestello, il pistillo, il colpito dal proprio
polline in fiore, a frutti apparenti
contro la svogliatezza fecondati, la mai
consapevole, – scintillante la più sottile
copertura, svogliatezza il facile finto sorriso.

Ecco: il vizzo, grinzoso puntello
il vecchio che ancora tamburella,
entrato nella sua robusta pelle, come se essa avesse prima
contenuto due uomini, e uno
ora giacesse già al camposanto, e uno sopravvivesse all’altro,
sordo e a volte un poco
confuso, nella pelle vedova.

Ma il giovane, l’uomo, come fosse il figlio di una nuca
e di una monaca: vano e teso enfiato
di muscoli e ingenuità.

Oh lei,
che una pena ancora piccola,
ricevette un tempo da lui come giocattolo
in una delle lunghe convalescenze….

Tu, che con il colpo,
come solo lo conoscono i frutti, acerbo,
ogni giorno cento volte si stacca dall’albero del movimento
costruito insieme (che, più rapido dell’acqua, in pochi
minuti ha primavera, estate e autunno) –
si stacca e rotola alla fossa:
a volte, in mezza pausa, ti vuol nascere
un volto d’amore verso là per tua madre
di rado affettuosa; eppure si perde presso il tuo corpo,
che la consuma a strati, la timida
appena tentata espressione… E di nuovo
batte le mani l’uomo con la pretesa, e prima che a te
un dolore diventi più evidente nella vicinanza del cuore
sempre al trotto, a lui arriva il bruciore alle suole del piede
alla sua origine, prima con un paio
di lacrime di passione, da te subito ricacciate negli occhi.
E tuttavia, come i ciechi,
il sorriso…..

Angelo! oh prendila, coglila, l’erba medica dai piccoli fiori.
Porta un vaso, conservala! Ponila tra quelle gioie
a noi non ancora aperte; in amorosa urna
celebrala con effigie fiorita di émpito: >Subrisio Saltat.<.
       
             

        Tu poi, amorosa,
tu dalle più eccitanti gioie
muta sorvolata. Forse sono
le tue frange, felici per te –,
oppure sul giovane
seno rigonfio la verde seta metallica
si sente infinitamente viziata e di nulla si priva.
Tu,
sempre diversa su tutte le oscillanti bilance dell’equilibrio
adagiato frutto di mercato dell’imperturbabile,
in pubblico sotto le spalle.

Dove, oh dove è il luogo, – lo porto in cuore –,
dove ancora a lungo non poterono, ancora l’uno all’altro
si sottraeva, come nella monta, non di fatto
animali accoppiati; –
dove i pesi sono ancora gravi;
dove ancora invano i piatti
alla loro turbinante stadera
si avvitano…..

E d’improvviso in questo faticoso nessunluogo, d’improvviso
l’indicibile punto, dove il puro troppopoco
incomprensibilmente si trasforma –, salta
in quel vuoto troppotanto.
Dove il conto a molte cifre
senza numero svanisce.

Piazze, oh piazza a Parigi, infinita piazza della scena,
dove la modista, Madame Lamort,
avvolge ed intreccia le vie della terra
prive di pace, interminabili nastri, e da essi inventa
nuovi fiocchi, ruche, fiori, coccarde, artificiali frutti –, tutti
d’inverosimili colori, per i poco costosi
cappelli invernali del destino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Angelo!: ci fosse un posto, che non conosciamo, e là,
su indicibile tappeto, gli amanti, che qui
mai riescono a portare fino a potere, mostrassero le ardite,
alte figure di slancio cardiaco,
le torri di piacere, le scale
che da lungo tempo poggiano dove mai fu suolo
solo una all’altra, fremendo, – e lo potessero,
agli spettatori in cerchio, innumerevoli i morti senza suono:
         getterebbero essi allora le loro ultime, sempre risparmiate,
sempre nascoste, a noi sconosciute, in eterno
valide monete della fortuna, alla coppia
infine sincera e sorridente su un placato
tappeto?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

 ∗∗∗

  Die fünfte Elegie

Frau Hertha Koenig zugeeignet

Wer aber sind sie, sag mir, die Fahrenden, diese ein wenig
Flüchtigern noch als wir selbst, die dringend von früh an
wringt ein wem, wem zu Liebe
niemals zufriedener Wille? Sondern er wringt sie,
biegt sie, schlingt sie und schwingt sie,
wirft sie und fängt sie zurück; wie aus geölter,
glatterer Luft kommen sie nieder
auf dem verzehrten, von ihrem ewigen
Aufsprung dünneren Teppich, diesem verlorenen
Teppich im Weltall.
Aufgelegt wie ein Pflaster, als hätte der Vorstadt-
Himmel der Erde dort wehe getan.
                                                                Und kaum dort,
aufrecht, da und gezeigt: des Dastehns
großer Anfangsbuchstab…, schon auch, die stärksten
Männer, rollt sie wieder, zum Scherz, der immer
kommende Griff, wie August der Starke bei Tisch
einen zinnenen Teller.

Ach und um diese
Mitte, die Rose des Zuschauns:
blüht und entblättert. Um diesen
Stampfer, den Stempel, den von dem eignen
blühenden Staub getroffnen, zur Scheinfrucht
wieder der Unlust befruchteten, ihrer
niemals bewußten, – glänzend mit dünnster
Oberfläche leicht scheinlächelnden Unlust.

Da: der welke, faltige Stemmer,
der alte, der nur noch trommelt,
eingegangen in seiner gewaltigen Haut, als hätte sie früher
zwei Männer enthalten, und einer
läge nun schon auf dem Kirchhof, und er überlebte den andern,
taub und manchmal ein wenig
wirr, in der verwitweten Haut.

Aber der junge, der Mann, als wär er der Sohn eines Nackens
und einer Nonne: prall und strammig erfüllt
mit Muskeln und Einfalt.

Oh ihr,
die ein Leid, das noch klein war,
einst als Spielzeug bekam, in einer seiner
langen Genesungen….

Du, der mit dem Aufschlag,
wie nur Früchte ihn kennen, unreif,
täglich hundertmal abfällt vom Baum der gemeinsam
erbauten Bewegung (der, rascher als Wasser, in wenig
Minuten Lenz, Sommer und Herbst hat) –
abfällt und anprallt ans Grab:
manchmal, in halber Pause, will dir ein liebes
Antlitz entstehn hinüber zu deiner selten
zärtlichen Mutter; doch an deinen Körper verliert sich,
der es flächig verbraucht, das schüchtern
kaum versuchte Gesicht… Und wieder
klatscht der Mann in die Hand zu dem Ansprung, und eh dir
jemals ein Schmerz deutlicher wird in der Nähe des immer
trabenden Herzens, kommt das Brennen der Fußsohln
ihm, seinem Ursprung, zuvor mit ein paar dir
rasch in die Augen gejagten leiblichen Tränen.
Und dennoch, blindlings,
das Lächeln…..

Engel! oh nimms, pflücks, das kleinblütige Heilkraut.
Schaff eine Vase, verwahrs! Stells unter jene, uns noch nicht
offenen Freuden; in lieblicher Urne
rühms mit blumiger schwungiger Aufschrift: >Subrisio Saltat.<.

     

      Du dann, Liebliche,
du, von den reizendsten Freuden
stumm Übersprungne. Vielleicht sind
deine Fransen glücklich für dich –,
oder über den jungen
prallen Brüsten die grüne metallene Seide
fühlt sich unendlich verwöhnt und entbehrt nichts.
Du,
immerfort anders auf alle des Gleichgewichts schwankende Waagen
hingelegte Marktfrucht des Gleichmuts,
öffentlich unter den Schultern.

Wo, oh wo ist der Ort – ich trag ihn im Herzen –,
wo sie noch lange nicht konnten, noch von einander
abfieln, wie sich bespringende, nicht recht
paarige Tiere; –
wo die Gewichte noch schwer sind;
wo noch von ihren vergeblich
wirbelnden Stäben die Teller
torkeln…..

Und plötzlich in diesem mühsamen Nirgends, plötzlich
die unsägliche Stelle, wo sich das reine Zuwenig
unbegreiflich verwandelt –, umspringt
in jenes leere Zuviel.
Wo die vielstellige Rechnung
zahlenlos aufgeht.

Plätze, oh Platz in Paris, unendlicher Schauplatz,
wo die Modistin, Madame Lamort,
die ruhlosen Wege der Erde, endlose Bänder,
schlingt und windet und neue aus ihnen
Schleifen erfindet, Rüschen, Blumen, Kokarden, künstliche Früchte –, alle
unwahr gefärbt, – für die billigen
Winterhüte des Schicksals.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Engel!: Es wäre ein Platz, den wir nicht wissen, und dorten,
auf unsäglichem Teppich, zeigten die Liebenden, die’s hier
bis zum Können nie bringen, ihre kühnen
hohen Figuren des Herzschwungs,
ihre Türme aus Lust, ihre
längst, wo Boden nie war, nur an einander
lehnenden Leitern, bebend, – und könntens,
vor den Zuschauern rings, unzähligen lautlosen Toten:
     Würfen die dann ihre letzten, immer ersparten,
immer verborgenen, die wir nicht kennen, ewig
gültigen Münzen des Glücks vor das endlich
wahrhaft lächelnde Paar auf gestilltem
Teppich?

 Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Silenzio – Rainer Maria Rilke

Alessio Albi, Mirror, 2015

   

      Lo senti, amore?… Le mani sollevo,
ed è nell’aria — lo senti? — un fruscío.

     Entro la solitudine, perviene
come un suono ogni gesto
alle cose che origliano mute.

     Lo senti, amore?… Le palpebre inclino
e ti raggiunge un novello fruscío.

     Lo senti, amore?… Ridesto, le schiudo….
Oh perché mai non ti vedo, amor mio?

     D’ogni piú lieve mio gesto, rimane
come un’impronta tenace, che appare
nel serico silenzio.
Ogni piú labile moto s’incide
entro il velario disteso dell’ètere,
imperituro.

     Col mio respiro, in un ritmo, le stelle
via per il cielo discendono, salgono.
Alle mie labbra l’olezzo dei fiori
giunge qual filtro, che immemore bevo.
E riconosco tralucer nell’ombra
d’angeli ignoti un lontano accennare.

     Questo, e non altro, sognando ripenso….
Piú non mi avveggo, Diletta, di te….

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Il libro delle immagini, 1902”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die Stille

     Hörst du Geliebte, ich hebe die Hände —
hörst du: es rauscht… 

     Welche Gebärde der Einsamen fände 
sich nicht von vielen Dingen belauscht?  

     Hörst du, Geliebte, ich schließe die Lider 
und auch das ist Geräusch bis zu dir. 
Hörst du, Geliebte, ich hebe sie wieder…… 
… aber warum bist du nicht hier. 

     Der Abdruck meiner kleinsten Bewegung 
bleibt in der seidenen Stille sichtbar; 
unvernichtbar drückt die geringste Erregung 
in den gespannten Vorhang der Ferne sich ein. 

     Auf meinen Atemzügen heben und senken 
die Sterne sich. 
Zu meinen Lippen kommen die Düfte zur Tränke, 
und ich erkenne die Handgelenke 
entfernter Engel. 

     Nur die ich denke: Dich 
seh ich nicht. 

Rainer Maria Rilke

da “Das Buch der Bilder”, 1902

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti» – Rainer Maria Rilke

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

34.

Prodighi d’astri, cieli traboccanti
splendono sull’affanno. Tu non piangere
tra i cuscini, ma verso l’alto. Qui
già dal tuo volto in lacrime, estenuato,
ha inizio e si propaga il rapinoso
spazio del mondo. Chi, se ti protendi
ad esso, chi interrompe la corrente?
Nessuno. Se non forse tu che a un tratto
lotti col flusso immenso di quegli astri
incontro a te. Respira il buio della terra,
respira e ancora alza lo sguardo! Ancora
leggera e senza volto la profondità posa
su te dall’alto. Il volto che la notte
contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio.

Rainer Maria Rilke

Parigi, aprile 1913

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

Dalle poesie alla notte.

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

34.

Überfließende Himmel verschwendeter Sterne
prachten über der Kümmernis. Statt in die Kissen,
weine hinauf. Hier, an dem weinenden schon,
an dem endenden Antlitz,
um sich greifend, beginnt der hin-
reißende Weltraum. Wer unterbricht,
wenn du dort hin drängst,
die Strömung? Keiner. Es sei denn,
dass du plötzlich ringst mit der gewaltigen Richtung
jener Gestirne nach dir. Atme.
Atme das Dunkel der Erde und wieder
aufschau! Wieder. Leicht und gesichtslos
lehnt sich von oben Tiefe dir an. Das gelöste
nachtenthaltne Gesicht giebt dem deinigen Raum.

Rainer Maria Rilke

Aus den Gedichten an die Nacht.

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke

Foto di Chiara Adezati

 

Oh alberi della vita, oh quando invernali?
Noi non siamo unanimi. Non d’intesa
come gli uccelli migratori. Superati e tardivi,
ci addossiamo ad improvviso ai venti
e cadiamo su un indifferente stagno.
Fiorire e seccare ci è noto in contemporanea.
E da qualche parte vanno ancora leoni e non conoscono
finché magnifici, alcun venire meno.

Invece noi dove intendiamo una cosa, per intero,
sentiamo l’apparire di un’altra. Inimicizia
quanto a noi più prossimo. Non vanno sempre
ai margini gli amanti, uno nell’altro,
mentre mondi si erano promessi, cacce e patria.
    Allora per il disegno di un attimo
si prepara causa del contrario, a fatica,
che li vedessimo; perché si è molto espliciti
con noi. Non conosciamo il contorno
del sentire, noi, solo quel che lo forma dall’esterno.
    Chi non sedette attonito davanti alla tenda del suo cuore?
Egli si aprì a forza: lo scenario era di addio.
Facile a capirsi. Il giardino conosciuto,
ma piano oscillò: solo allora arrivò chi ballava.
Non lui. Basta! E anche quando lo fa così leggero,
è travestito e diviene un civile e cammina
per la cucina nel suo appartamento.
    Non voglio queste maschere mezze piene,
piuttosto la pupa. Che è piena. Voglio
tenerle manico e filo e il suo
viso di parvenza. Qui. Le sto difronte.
Se pure si spengono le luci, se pure
mi viene detto: nient’altro – se pure dal palco
spiri il vuoto con la grigia corrente d’aria,
se pure nessuno dei miei antenati sieda più
con me, nessuna donna, perfino
il ragazzo non più, con l’occhio strabico:
io resto comunque. Ci sono sempre spettatori.

Non ho ragione? Tu, che per causa mia così amara
assaporasti la vita, della mia assaggiando, padre,
il primo torbido versamento del mio dovere,
poi che addosso a te crebbi, continuando ad assaggiare,
e occupato col retrogusto di così estraneo
futuro, testavi il mio perdente alzare gli occhi, –
tu che, padre mio, da che sei morto, spesso
nella mia speranza, dentro di me, hai paura,
e indifferenza, come hanno i morti, ricchi
di indifferenza, cedi per il mio poco destino,
non ho ragione? E voi, non ho ragione,
voi che mi amavate per il piccolo inizio
di amore per voi, da cui sempre deviavo,
perché lo spazio in vostra presenza,
dato che lo amavo, trapassò a spazio cosmico,
dove voi non eravate più…: se ne ho voglia,
di attendere davanti al teatrino dei pupi, no,
di guardare là così pienamente, che, per compensare
alla fine il mio guardare, deve arrivare come attore
un angelo, a tirare su i fili.
Angelo e pupo: e finalmente è spettacolo.
Allora si riunisce, quel che noi continuiamo
a separare, in quanto ci siamo. Solo allora sorge
dalle nostre stagioni la circonferenza
di tutto il mutare. Al di là di noi
recita allora l’angelo. Vedi, i morenti
non dovessero presumere, quanto pieno di rimprovero,
non è se stesso. Oh ore dell’infanzia,
quando dietro le figure v’era più del mero
passato e davanti a noi non v’era il futuro.
Crescemmo, sì, ed a volte insistevamo
per diventare presto grandi, metà per compiacere
chi non aveva altro che l’esser grande.
Ed eravamo eppure, nel nostro andare soli,
in continua festa, e stavamo lì
nello spazio di mezzo fra mondo e giocattolo,
in un posto, sin dall’inizio
fondato per un puro procedimento.

Chi addita un bimbo, come sta in piedi? Chi lo pone
nell’astro e dà la misura della distanza
in mano sua? Chi fa la morte di bimbo
da pane grigio, che secca, – o lo lascia
dentro alla sua bocca tonda, come il torsolo
di una bella mela?…… Assassini,
facile capirlo. Ma questo: la morte,
tutta la morte, prima della vita ancora sì
dolce da contenere, e non essere infuriati,
è indescrivibile.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Chiara Adezati)

da “Elegie Duinesi”, 1912-1922

∗∗∗  

Die vierte Elegie

O Bäume Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
vögel verständigt. Überholt und spät,
so drängen wir uns plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
    Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
    Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
er ist verkleidet und er wird ein Bürger
und geht durch seine Küche in die Wohnung.
    Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
den Balg aushalten und den Draht und ihr
Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
da ich heranwuchs, immer wieder kostend
und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
weil mir der Raum in eurem Angesicht,
da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
in dem ihr nicht mehr wart….: wenn mir zumut ist,
zu warten vor der Puppenbühne, nein,
so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
Dann kommt zusammen, was wir immerfort
entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
das alles ist, was wir hier leisten. Alles
ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
da hinter den Figuren mehr als nur
Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
bald groß zu werden, denen halb zulieb,
die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
Und waren doch, in unserem Alleingehn,
mit Dauerndem vergnügt und standen da
im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
an einer Stelle, die seit Anbeginn
gegründet war für einen reinen Vorgang.

Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
ist unbeschreiblich.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923