Ritratto interiore – Rainer Maria Rilke

Otto Sarony, Portrait of Evelyn Nesbit, 1901

 

Non sono dei ricordi
a trattenerti in me;
né ti fa mia la forza
di un bel desiderio.

Quanto ti fa presente
è quella curva ardente
che una lenta tenerezza
descrive nel mio sangue.

Io non sento il bisogno
di vederti apparire;
è bastato nascessi
per perderti un po’ meno.

Rainer Maria Rilke 

(Traduzione di Roberto Carifi)

da “Poesie francesi”, Crocetti Editore, 1999

∗∗∗

Portrait intérieur

Ce ne sont pas des souvenirs
qui, en moi, t’entretiennent;
tu n’es pas non plus mienne
par la force d’un beau désir.

Ce qui te rend présente,
c’est le détour ardent
qu’une tendresse lente
décrit dans mon propre sang.

Je suis sans besoin
de te voir apparaître;
il m’a suffi de naître
pour te perdre un peu moins.

Rainer Maria Rilke 

da “Poèmes français”, H. Kaeser, 1944

Tutti gli addii ho compiuto… – Rainer Maria Rilke

René Magritte, La Mémoire, 1948

59

Tutti gli addii ho compiuto. Tante partenze
mi hanno formato fino dall’infanzia.
Ma torno ancora, ricomincio,
nel mio ritorno si libera lo sguardo.

Mi resta solo da colmarlo,
e quella gioia impenitente
d’avere amato cose somiglianti
a quelle assenze che ci fanno agire.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Roberto Carifi)

da “Poesie francesi”, Crocetti Editore, 1999

∗∗∗

59

Tous mes adieux sont faits. Tant de départs
m’ont lentement formé dès mon enfance.
Mais je reviens encor,  je recommence,
ce franc retour libère mon regard.

Ce qui me reste, c’est de le remplir,
et ma joie toujours impénitente
d’avoir aimé des choses ressemblantes
à ces absences qui nous font agir.

Rainer Maria Rilke

da “Rainer Maria Rilke, Poèmes français”, H. Kaeser, 1944

La nascita di Gesú – Rainer Maria Rilke

Gerard van Honthorst, Adorazione dei pastori, 1622, Wallraf-Richartz Museum di Colonia

 

    Se tu non fossi stata, in tua fattura,
solo umiltà, — come poteva, o Donna,
accader l’ineffabile prodigio,
che illumina la Notte all’improvviso?
L’Iddio che era in corruccio con le genti,
s’è conciliato…. E viene al mondo in te.

     Forse piú grande lo sognavi, Madre?
Che vuol dire grandezza? Ogni oltre limite
ed ogni oltre misura della terra,
ch’Egli sovrasta e annulla, il suo destino
va diritto nel mondo, ora, per vie
finanche ignote ai trànsiti degli astri.

   Guarda! Sono grandi questi Re. Travolsero
innanzi al tempio del tuo Grembo santo
i piú ricchi tesori della terra….
E tu forse stupisci, umile, ai doni.
Ma guarda! Fra le pieghe dello scialle,
il tuo Pargolo, già, tutto trascende.
L’ambra che va lontano sui navigli,
l’oro contesto in fulgidi gioielli,
l’incenso che si esala e che c’inebria,
passano, Donna. E lascian solamente
amarezza d’inutili rimpianti….

     Ma il Bimbo che ti splende, ora, nel grembo
(domani lo saprai!) conduce e dona
la Gioia che non passa e che si eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “La vita di Maria, 1912”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Geburt Christi

Hättest du der Einfalt nicht, wie sollte
dir geschehn, was jetzt die Nacht erhellt?
Sieh, der Gott, der über Völkern grollte,
macht sich mild und kommt in dir zur Welt.

Hast du dir ihn größer vorgestellt?

Was ist Größe? Quer durch alle Maße,
die er durchstreicht, geht sein grades Los.
Selbst ein Stern hat keine solche Straße.
Siehst du, diese Könige sind groß,

und sie schleppen dir vor deinen Schoß

Schätze, die sie für die größten halten,
und du staunst vielleicht bei dieser Gift —:
aber schau in deines Tuches Falten,
wie er jetzt schon alles übertrifft.

Aller Amber, den man weit verschifft,
jeder Goldschmuck und das Luftgewürze,
das sich trübend in die Sinne streut:
alles dieses war von rascher Kürze,
und am Ende hat man es bereut.

Aber (du wirst sehen): Er erfreut.

Rainer Maria Rilke

daDas Marien-Leben”, Leipzig: Insel Verlag, 1912

Rosa venuta tardi… – Rainer Maria Rilke

Emma Barton, The Soul of the Rose, c. 1905

XXIII

Rosa venuta tardi, nella notte dolente
dove ti afferra la luce delle stelle,
conosci la gioia che dolcemente
dona l’estate alle tue sorelle?

Per giorni e giorni ti vedo esitare
nella guaina chiusa troppo forte.
A ritroso, nascente, ti vedo imitare
la lenta cadenza della morte.

Il tuo mutevole stato ti rende cosciente
di quanto ci resta inafferrato,
l’ineffabile accordo di essere e niente
nel tutto confuso e mescolato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Roberto Carifi)

da “Rainer Maria Rilke, Poesie francesi”, Crocetti Editore, 1999

∗∗∗

XXIII

Rose, venue très tard que les nuits amères arrêtent
par leur trop sidérale clarté,
rose, devines-tu les faciles délices complètes
de tes soeurs d’été?

Pendant des jours et des jours je te vois qui hésites
dans ta gaine serrée trop fort.
Rose qui, en naissant, à rebours imites
les lenteurs de la mort.

Ton innombrable état te fait-il connaître
dans un mélange où tout se confond,
cet ineffable accord du néant et de l’être
que nous ignorons?

Rainer Maria Rilke

da “Rainer Maria Rilke, Poèmes français”, H. Kaeser, 1944

La nascita di Venere – Rainer Maria Rilke

Foto di Antonio Mora

     

       In quell’alba — trascorsa era la notte
piena d’orgasmi, d’impeti e di grida —
il mare ancóra si sconvolse. Urlò.
E come l’urlo si richiuse lento,
giú dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando –
il mare generò.

     Al primo sole, scintillò di ricci,
ribalenò l’immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancóra,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
cosí per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.

     Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell’anche.
L’ombra arretrò. Scoprí gli agili stinchi.
Si protesero i piedi: e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu luce.

     Entro il calice alciònio, era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo.
E nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.

     Sott’essa risalía, fievole e chiaro,
l’arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancóra ombrato,
come d’aprile macchia di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.

     Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.

     Il vólto trapassò, piano, dall’ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott’esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s’agitaron tese,
colli di cigni all’erma sponda aneli.

     Ed ecco: all’improvviso, entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel piú sottile e rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrío
flebile si levò: frusciò, sovr’esso,
il primo alàcre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò, compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.

     Ed approdò la Dea.

     Dietro di lei, che per i lidi nuovi,
rapido il passo, procedea, — balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte di amplessi.

                                               Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.

     Ma nell’ora piú calda, a mezzo il giorno,
ancóra il mare si sconvolse, urlando.

     Un delfino gittò — dai flutti stessi —
porpora enorme. Esanime, squarciato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Geburt der venus

An diesem Morgen nach der Nacht, die bang
vergangen war mit Rufen, Unruh, Aufruhr,—
brach alles Meer noch einmal auf und schrie.
Und als der Schrei sich langsam wieder schloß
und von der Himmel blassem Tag und Anfang
herabfiel in der stummen Fische Abgrund—:
gebar das Meer.

Von erster Sonne schimmerte der Haarschaum
der weiten Wogenscham, an deren Rand
das Mädchen aufstand, weiß, verwirrt und feucht.
So wie ein junges grünes Blatt sich rührt,
sich reckt und Eingerolltes langsam aufschlägt,
entfaltete ihr Leib sich in die Kühle
hinein und in den unberührten Frühwind.

Wie Monde stiegen klar die Kniee auf
und tauchten in der Schenkel Wolkenränder;
der Waden schmaler Schatten wich zurück,
die Füße spannten sich und wurden licht,
und die Gelenke lebten wie die Kehlen
von Trinkenden.

Und in dem Kelch des Beckens lag der Leib
wie eine junge Frucht in eines Kindes Hand.
In seines Nabels engem Becher war
das ganze Dunkel dieses hellen Lebens.

Darunter hob sich licht die kleine Welle
und floß beständig über nach den Lenden,
wo dann und wann ein stilles Rieseln war.
Durchschienen aber und noch ohne Schatten,
wie ein Bestand von Birken im April,
warm, leer und unverborgen lag die Scham.

Jetzt stand der Schultern rege Wage schon
im Gleichgewichte auf dem graden Körper,
der aus dem Becken wie ein Springbrunn aufstieg
und zögernd in den langen Armen abfiel
und rascher in dem vollen Kall des Haars.

Dann ging sehr langsam das Gesicht vorbei:
aus dem verkürzten Dunkel seiner Neigung
in klares, wagrechtes Erhobensein.
Und hinter ihm verschloß sich steil das Kinn.

Jetzt, da der Hals gestreckt war wie ein Strahl
und wie ein Blumenstiel, darin der Saft steigt,
streckten sich auch die Arme aus wie Hälse
von Schwänen, wenn sie nach dem Ufer suchen.

Dann kam in dieses Leibes dunkle Frühe
wie Morgenwind der erste Atemzug.
Im zartesten Geäst der Aderbäume
entstand ein Flüstern, und das Blut begann
zu rauschen über seinen tiefen Stellen.
Und dieser Wind wuchs an: nun warf er sich
mit allem Atem in die neuen Brüste
und füllte sie und drückte sich in sie,—
daß sie wie Segel, von der Ferne voll,
das leichte Mädchen nach dem Strande drängten.

So landete die Göttin.

Hinter ihr,
die rasch dahinschritt durch die jungen Ufer,
erhoben sich den ganzen Vormittag
die Blumen und die Halme, warm, verwirrt
wie aus Umarmung. Und sie ging und lief.

Am Mittag aber, in der schwersten Stunde,
hob sich das Meer noch einmal auf und warf
einen Delphin an jene selbe Stelle.
Tot, rot und offen.

Rainer Maria Rilke

da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907