Il lume, il dormiente – Yves Bonnefoy

                                           

                                               I

Non sapevo dormire senza di te, non osavo
Senza di te affrontare i gradini declivi.
Più tardi ho scoperto che questo è un altro sogno,
La terra dai precipiti sentieri nella morte.

Ti ho voluta allora al capezzale della mia febbre
Di non esistere, d’essere nero più di tanta notte,
E quando nel mondo inutile parlavo ad alta voce,
Avevo te, sulle vie del troppo vasto sonno.

Il dio in me urgente erano rive che rischiaravo
Con l’olio errante, ed eri tu a salvare i miei passi
Di notte in notte dalla voragine d’angoscia,
Di notte in notte, tu, alba, senza fine amore.

                                          II

– Su di te mi chinavo, valle di tante pietre,
Ascoltavo il mormorio del grave tuo riposo,
Scorgevo nel profondo dell’ombra che ti copre
Il luogo triste ove la schiuma s’imbianca, del sonno.

Ti ascoltavo sognare. Oh monotona e sorda,
Talvolta da una roccia invisibile spezzata,
Come si allontana la tua voce, aprendo fra le ombre
Il borro di un’esigua attesa mormorata!

Lassù, nei giardini di smalto, è vero
Che un empio pavone si accresce di luci mortali.
Ma basta per te la mia fiamma che oscilla,
Tu abiti la notte di una frase ricurva.

Chi sei? Di te conosco soltanto gli allarmi,
Nella tua voce gli affanni d’un rito incompiuto.
Tu dividi l’oscuro a sommo del desco,
E quanto nude le tue mani, oh sole in luce!

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Pietra scritta” (1965), in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Due parti rispettivamente di tre e quattro quartine di versi alessandrini, tranne, in I, il v. 2, decasillabico.
I: questo testo, dopo la «contritio cordis» di HRD, fa pensare alla «confessto oris» di cui scrive Bigongiari per PE (La poesia imperfetta di Bonnefoy tra Hier régnant desert e Pierre écrite, in La poesia come funzione simbolica del linguaggio, Rizzoli, Milano 1972, p. 304). Il «tu» dell’interlocuzione, cui l’io poetico si rivolge, è l’amata che egli chiama a sé nell’insonnia (v. 1) e nel sonno, salvifica («tu sauvais», v. 10) guida dei suoi passi notturni verso l’alba, che l’apostrofe finale prolunga del carattere infinito dell’amore, è in tal senso anche il lume rassicurante del titolo che nell’infanzia rimaneva acceso durante il sonno.
II: quella che è stata definita «la sua prima poesia-dialogo» (Thélot 1983, p. 232) è in realtà un monologo che ricorre alle modalità enunciative dei discorso diretto libero. Il gesto di chinarsi da parte del lume che qui, si noti il trattino iniziale, si rivolge ora in risposta al dormiente, «Je me penchais sur toi» (v. 1), evoca i celebri versi baudelairiani «En me penchant vers toi, reine des adorées/Je croyais respirer le parfum de ton sang» (I Fiori del male, XXXVI,vv. 13-14). Per inversione speculare, qui è il lume che, divenendo a sua volta poeta, come lo è del resto l’amata, veglia colui che in I gli si rivolgeva (v. 2), lui che è, come già in I, v. 9, un «dieu»-«rives», qui ora «vallée de tant de pierres» (v. 1), ovvero la terra del qui in basso contrapposta alle altezze dei «jardins d’émail» abitate dal pavone, una nudità di mani sul tavolo, che, per la ripetizione mancata del sostantivo «seules (mains)» nell’apostrofe conclusiva, rivelano l’influenza stilistica di Jouve (Thélot 1983, p. 176).
Il «paon» (v. 10) è quello dei mosaici, significa l’arte in antitesi alla poesia, come si vede anche in Sailing to “Byzantium” di Yeats: «O sages standing in God’s hoiy fire / As in the gold mosaic of a wall». (Fabio Scotto)

∗∗∗

La lampe, le dormeur

I

Je ne savais dormir sans toi, je n’osais pas
Risquer sans toi les marches descendantes.
Plus tard, j’ai découvert que c’est un autre songe,
Cette terre aux chemins qui tombent dans la mort.

Alors je t’ai voulue au chevet de ma fièvre
D’inexister, d’être plus noir que tant de nuit,
Et quand je parlais haut dans le monde inutile,
Je t’avais sur les voies du trop vaste sommeil.

Le dieu pressant en moi, c’étaient ces rives
Que j’éclairais de l’huile errante, et tu sauvais
Nuit après nuit mes pas du gouffre qui m’obsède,
Nuit après nuit mon aube, inachevable amour.

II

— Je me penchais sur toi, vallée de tant de pierres,
J’écoutais les rumeurs de ton grave repos,
J’apercevais très bas dans l’ombre qui te couvre
Le lieu triste où blanchit l’écume du sommeil.

Je t’écoutais rêver. Ô monotone et sourde,
Et parfois par un roc invisible brisée,
Comme ta voix s’en va, ouvrant parmi ses ombres
Le gave d’une étroite attente murmurée!

Là-haut, dans les jardins de l’émail, il est vrai
Qu’un paon impie s’accroît des lumières mortelles.
Mais toi il te suffit de ma flamme qui bouge,
Tu habites la nuit d’une phrase courbée.

Qui es-tu? Je ne sais de toi que les alarmes,
Les hâtes dans ta voix d’un rite inachevé.
Tu partages l’obscur au sommet de la table,
Et que tes mains sont nues, ô seules éclairées!

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

Il cuore, l’acqua non intorbidita – Yves Bonnefoy

Édouard Boubat, Lella, France, 1949

 

Sei allegra o triste?
– Come saperlo,
Salvo che nulla pesa
Al cuore senza ritorno.

Nessun passo d’uccello
Su questa vetrata
Del cuore attraversato
Da giardini ed ombra.

Un pensiero di te
Che ha bevuto la mia vita
Ma tra queste foglie
Nessun ricordo.

Sono l’ora semplice
E l’acqua non intorbidita.
Ho saputo amarti,
Non sapendo morire?

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “Pietra scritta” (1965), in “Yves Bonnefoy, Seguendo un fuoco”, Crocetti Editore, 2003 

***

Le cœur, l’eau non troublée 

Es-tu gaie ou triste?
– Ai-je su jamais,
Sauf que rien ne pèse
Au cœur sans retour.

Aucun pas d’oiseau
Sur cette verrière
Du cœur traversé
De jardins et d’ombre.

Un souci de toi
Qui a bu ma vie
Mais dans ce feuillage
Aucun souvenir.

Je suis l’heure simple
Et l’eau non troublée.
Ai-je su t’aimer,
Ne sachant mourir?

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

Il pianista – Yves Bonnefoy

Sven Fennema, Concerto in silenzio

I

Quella tastiera, lui vi tornava ogni mattina,
Era così da quando aveva creduto
Di udire un suono che avrebbe cambiato la vita,
Ascoltava, martellando il nulla.

E così percorreva un suolo fradicio.
La musica, nient’altro che un bagliore
All’orizzonte di un cielo che restava cupo,
Credeva che vi si addensasse il lampo.

Invecchiò. E il temporale lo rinchiuse
Nella sua casa dai vetri illuminati.
Le sue mani sulla tastiera smarrirono il sogno.

È morto? Che si alzi, nel buio,
E socchiuda la porta, ed esca! Senza sapere
Se sia il giorno che spunti o la notte che cali.

II

Una mano che s’arrischia, anelante,
Nei vortici di un’acqua sia chiara sia cupa,
La sua immagine si sbriciola, si potrebbe credere
Che non abbia più la forza di trattenere.

E quest’altra, nello specchio? Si avvicina
Alla tua, che le va incontro, le loro dita si toccano
Quasi, ma nel nulla di questa distanza
S’apre l’abisso tra essere e apparenza.

Queste dita, almeno, che scuotono corde.
Un’altra mano salirà, dal fondo dei suoni,
A prenderli nei suoi, per guidarli?

Ma verso cosa? Io non so se è amore
O miraggio, e nient’altro che sogno, le parole
Che non hanno che acqua o specchio, o suono, per tentare d’essere.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

∗∗∗

Le pianiste

I

Ce clavier, il y revenait chaque matin,
C’était ainsi depuis qu’il avait cru
Entendre un son qui eût changé la vie
Il écoutait, martelant le néant.

Et ainsi allait-il un sol détrempé.
La musique, plus rien qu’une lueur
À l’horizon d’un ciel qui restait sombre,
Il croyait que l’éclair s’y amassait.

Il vieillit. Et l’orage l’enferma
Dans sa maison aux vitres embrasées.
Ses mains sur le clavier égarèrent son rêve.

Est-il mort? Qu’il se lève, dans le noir,
Et entrouvre sa porte, et sorte! Ne sachant
Si c’est le jour qui point ou la nuit qui tombe.

II

Une main qui se risque, désirante,
Dans les remous d’une eau soit claire soit sombre,
Son image se brise, on pourrait croire
Qu’elle n’a plus la force de retenir.

Et cette autre, dans un miroir? Elle s’approche
De la tienne, qui vient à elle, leurs doigts se touchent
Presque, mais dans le rien de cet écart
S’ouvre l’abîme entre être et apparence.

Ces doigts, au moins, qui émeuvent des cordes.
Une autre main va-t-elle, du fond des sons,
Monter les prendre dans les siens, pour les guider?

Mais vers quoi? Je ne sais si c’est amour
Ou mirage, et rien que du rêve, les paroles
Qui n’ont qu’eau ou miroir, ou son, pour tenter d’être.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Le nuvole – Yves Bonnefoy

 

Due volte silenzioso il pomeriggio
In virtù dell’estate deserta e di una fiamma
Che si espande da questo vaso forse, e forse
Da ancora più in alto, nel cielo.

Così abbiamo dormito, non so quante
Estati nella luce; e non so ancora
In quali spazi i nostri occhi si aprano.
Io ascolto, niente vibra, niente ha fine.

Soltanto il desiderio nel formare l’immagine
Meditando si volge sull’asse suo semplice,
L’argilla d’un risveglio in sogno, intrisa d’ombra.

Eppure il sole va ronzando sul vetro
E, avvolta l’anima nelle èlitre rosse
Discende, ma in pace, sulla terra dei morti.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alta sopra di me quando tracciavo, solo,
Il segno di speranza in momento di guerra,
Una nuvola nera si aggirava. Ne sperdeva il vento
La frase vana a gran schianti di luce.

Alta sopra di noi che abbiam voluto
Il nodo e lo snodarsi, un’energia
Si radunò tra due alti fianchi oscuri
E vi fu, infine,
Come un trasalire nella luce.

Altri paesi, montagne schiarate
Dal cielo, laghi di là da esse, inaccostati, nuove
Rive, − un acquietarsi degli dèi progenitori,
Il lampo sarà stato la causa di se stesso

E alto sull’infante intento ai suoi giochi
Ecco l’anello delle nubi, il chiaro fuoco
Che questa sera sembra attardarsi, a prova.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Nubi, sì,
L’una sull’altra, navi all’arrivo
In un rapporto di musica.
A volte mi sembra
Che la necessità divenga metamorfosi
Come alla fine del Racconto d’inverno
Quando l’un riconosce l’altro, quando
Si viene a sapere, da un piano all’altro, in luce,
Come coloro
Che avevano sparso orgoglio e dubbio
Di contrada in contrada, in un dire oscuro,
Ora si sanno, si ritrovano. Dire è, in questo istante,
Silenzio, in loro. E silenzio sono le parole,
Poche, non si sa se di gioia o di dolore,
Benché, «di certo, l’estremo
Dell’uno, come dell’altra».
Sembra, dice ancora
Un testimonio nell’allontanarsi, meditando,
Di udire la notizia
D’un mondo redento, oppure
Di un mondo morto.

Nubi, e quelle due
Sullo sfondo, color di porpora, un padre, una figlia,
E più vicino un’altra, la statua
Di una donna, madre della beltà, madre del senso,
E ben si vede che a lungo immobile,
Voce di secolo in secolo repressa,
Negata, animata soltanto
Dalla magìa della scultura,
Fra poco parlerà, vivrà. Folgore gli occhi
Aperti nel chiaro abisso dell’arenaria, eppure
Folgore sorridente, come se, condannata
A inseguire il sogno che è sterile flusso
Ma scoprendo un po’ d’oro nella sabbia vergine,
Avesse meditato, e acconsentito.
E l’uomo si avvicina, volto
Straziato che trova pace in tanta gioia.
Sale i gradini dell’ora che volge
In raffiche, poi che il cielo muta, la notte giunge,
E dove lo attende vacilla, stellata notte
In espansione, musica. Egli si erige,
Si volge all’universo. Il suo viso scintilla
Nella fosforescenza dell’assoluto,
E il giorno riprende per loro e per tutti
Noi, così come una vena
Si rigonfia di sangue, − cima d’alberi
Squarciata dal lampo, castelli, fiumi
In pace sull’altra riva. Una terra, sì, posata
Sulle sue colonne torte
Di nuvola.

E che importa se l’uomo, quando il cielo ruota,
Vacilla una seconda volta, e alla donna
Già semitravolta, nuvola nera,
Dice parole inaudibili e si volge,
Si allontana accanto a lei che va svanendo
E su di lei si china,
E cela il viso in pianto fra quelle mani pure
Poiché verso Occidente, chiaro ancora,
È comparsa una nave a chiglia piatta,
La cui prora figura un fuoco, un fumo,
Riaperto libro, nube rossa, in cima
All’ondata rigonfia. Viene,
Vira ma lentamente, non si scorge
Né albero né ponte, non si sente
Gridare l’equipaggio, non s’indovina
Chimera né speranza di coloro
Che premono lassù verso l’avanti,
Immensi gli occhi, quale
Altro orizzonte scorgano, qual riva
Forse, e non sappiamo
Da quale città incendiata siano fuggiti,
Da quale Troia mai compiuta; ma sentiamo
In quel braccio nudo pulsare l’ardore
Dell’estate, angoscia nostra… No, abbi fede,
Il senso può crescere nelle tue parole, terra ormai salva,
Come la trasparenza del grappolo
Estivo, quello che invecchia. Se tu parli, infante,
Se canti, io sogno che tutto il pergolato
Terrestre si fa luce; e che quel peso
Di stelle strette contro un freddo, di pietre
Dense come linguaggi non svelati,
Di cime che la nostra notte ancora prende,
Di grida disperate ma di grida gioiose,
Di vite che nell’enigma si separano,
Di errori, cedimenti, solitudini,
Ma anche di albe e di presentimenti,
D’acque snodate in lontananza, e il ritrovarsi,
D’infanti in chiaro gioco su prore che passano,
Di fuochi nelle case aperte, di richiami
Di porta in porta nella quiete la sera,
Sì, questo vero, già luogo, il bene quasi,
Matura, ed era solamente acini verdi.

Tutto non è coerente forse, pronto,
Benché, di certo, sigillato? Il sole all’alba
E il sole, l’illuminato, della sera,
Guidano, ciechi bovi, il carro
Dell’oro universale incompiuto, e suona
Su quelle fronti la catena d’astri
Indifferenti, è vero: eppure avanzano
Come evàpora un’acqua, come un sale deposita,
E non sei forse tu, là in fondo, madre i cui occhi brillano,
Terra, a condurli,
Nella tua veste rossa lacerata, no, dischiusa,
Sotto l’arca della stella primigenia?

Ma sempre e distintamente vedo ancora
La macchia nera nell’immagine, odo il grido
Che trafigge la musica, so in me
La miseria del senso. Non può pretendere
Alle trasfigurazioni il nostro luogo, no,
Nel suo male. Io dico lo sperare,
Dico la gioia, e anche il suo fuoco di grappolo immenso
Quando il bagliore di ogni notte bussa al vetro, quando
Le cose nel bagliore del lampo si radunano
Come in luogo d’origine, e i sentieri
Risplenderebbero nei giardini del lampo, la bellezza
Vi porterebbe i suoi passi erranti… Io dico il sogno,
Ma è solamente
Per il riposo di ferite parole.

E io so dire. E mi tenta
A volte dire a voi, segni febbrili,
Urlanti, le sale dipinte, i cortili
Interni coperti d’ombra, la sufficienza
Dell’estate sui lastricati di frescura,
Il mormorio dell’acqua come assente, il seno
Tanto simile all’acqua, una, infinita,
Gonfia d’argilla rossa. Donarvi
L’anello dei cieli di palme, ma anche l’altro,
Greve, della caviglia, che una mano
Di tepidezza e indifferenza insinua
Contro l’arco del piede magro, e intanto
La bocca dischiusa cerca soltanto
La memoria di un’altra. «Guardami,
Direbbe nella mia la voce di niente,
Io mento, all’infinito, ma soddisfo,
Io non sono ma so chiudere gli occhi,
Reclino se tu vuoi la nuca nera
E canto, se tu vuoi, spirito stanco,
Là dove fingo di dormire»… Nel crepuscolo
La vespa s’incorona nella luce,
Assoluta regnando nell’istante
Dell’ascesa sul grappolo a tastoni.
No, non siamo guariti del giardino,
Come non sosta mai, rigonfio d’acqua nera,
L’espandersi del sogno quando gli occhi si aprono.
Di nuovo caricheremo, controluce,
Nell’afflusso dal sotto, scintillante, la barca
Nostra a chiglia piatta, di fiori e di frutta
Come di un fuoco, rosso, il cui fumo
Disperda con le acri sue immagini
E le rive, e le ore. Oh quanto sperare
Infantile sotto questi rami! Quanto avanzare
Nelle parole consenzienti! Benché la notte
Ci sfiori anche qui con l’ala insaputa
E tuffi il suo becco qui, nell’acqua rapida.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

«Io volevo arricchirlo d’essere solo un’immagine
Affinché ne fosse una soltanto, e il fuoco
Del tempo, se attecchisce nei corpi e nelle grida
Come nei sogni,
Serbasse intatta la forma del nostro ritrovarci.

Così mi facevo la sua riserva di acqua pura,
Illimitavo i suoi occhi su di me reclini,
La mia bocca amava la sua bocca, di sollecita
Fiducia. Mia gioia era aspettare, era far dono.

−Egli dorme. Io sono la stoffa della porta
Che venne intrisa d’acqua per mutare cielo.
Io so orlare d’oltremare il pomeriggio,
Sono il giuoco di qualche ombra sul suo corpo.

Invecchia. Anche in noi l’ora ingrossata sospinge
Un rumore di notte che pènetra le pietre. Talvolta
Lascia cadere il braccio in quest’acqua più fredda,
Non so se in sogno, e senza sapermi…»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Sei venuto per questo libro chiuso,
Io non ti consento d’aprirlo.
Sei forse venuto per spezzarne il sigillo
Ardente, forato dalla notte, curvato, fogliame
Nell’uragano che va errando e non esplode,
Non ti permetto di toccarne la cera.
Sei tu venuto «non foss’altro che per»
Intravedere, come in sogno, un dire
Trasfigurato salire nell’alba del senso
(Ed io so bene quanto a lungo un vòmere
Abbia oprato in questa speranza e, ricaduto
Nella frase terrestre, laggiù splenda
Straziato all’orlo della mia luce),
Io resto silente nella tua voce che sogna…
Sei tu venuto a svellere lo scritto
(Lo scritto, la speranza), e ritrovare
L’intatta superficie che la stella raddoppia
E bere nell’acqua che passa e bagnarti
Sotto la vôlta ove il frutto − no, il senso − matura,
Io non ti avrò concesso di scordare il libro.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh sogni,
Infanti belli nella luce
Delle vesti lacerate,
Delle spalle dipinte.

«Poi che niente ha un senso,
Insinua la voce,
Perché non tingere
I nostri corpi
Di nuvole rosse.

Guarda, io illumino
Questo seno
Con un po’ d’argilla
E sciolgo la gioia, che è il niente,
Dall’essere la colpa.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Avanzano, scalzi,
Nell’assenza di sé,
E raggiungono le rive
Del fiume terra.

Donano, chiedono,
A occhi chiusi,
Caviglie arrossate
Dal fango d’immagini.

Niente avrà preceduto, niente
Ha fine.
Condividono, un’acqua,
Si stendono. Nudo, il fianco
Riflette la stella.

Passano, partecipano
Dell’acqua scintillante,
Di te, pietra scagliata,
Dei monti che si allargano, là in fondo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

E si unisce ai loro passi
Flora la pura, colei
Che dona i suoi papaveri
A chi ne vuole.

E bellezza pastorale
Nuda, per aprire
A bestie bagnate, al freddo dell’alba,
Il recinto del semplice

−Ma grigia bellezza
Anche dei fumi, bellezza
Che si torce e si scioglie
Al minimo soffio

E la demente parla
Da molte bocche
E, reclina,
Scuote la chioma…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

«No, tu non mi toccherai
Né in estate né in inverno,
Né quando la luna cresce
Né quando si disperde.

Né con le mani del desiderio
Né in immagine,
Né con bocca d’amore
Né con bocca lacerata.

Se dormi,
Tornerò tuttavia
Sulle tue labbra.

Se sospirando
Ti volgerai
Come per chinanti, oh mio viandante,
Su di una fonte,

Io vi sarò, la tua bocca
Sfiorerà le mie palpebre chiuse.»

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Qui, il compito che non so
Portare a termine. Qui, le parole
Che non dirò.

Qui, la pozzanghera
Nera, nella nube.
Qui, nello sguardo,
Il punto cieco.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma, tu lo vedi,
Laggiù
Le nostre finestre illuminate
Da un sole ancora, quello della sera,
E i vetri come un’acqua, intorbiditi e tuttavia
Coagulati, trasmutati
Dal braccio meditante della luce.
L’enigma, sole in sogno, barca rossa
Trascorre, claudicando la morte. Ma questo paese,
Calmo, ne è la scia, là dove la casa
Si rivela la stella, che s’innalza
Per la pace al di sopra dell’erbe, nel respiro
Calmo, ormai,
Degli dèi del giardino deserto.
Accostiamoci. Da presso i vetri sono spenti,
Ma nel ritirarsi verso l’altra riva
L’oro ha lasciato in fiore, sulla sabbia vergine,
Quel niente, che è la vigna. Oh tu, china la fronte,
Appoggiala al vetro! È il bene,
Ogni luogo in cui nascere giunge
All’interno di un flusso
Inarrestabile.
Oh tu che acconsenti,
Guarda il vero frutto crescere,
Guarda i viticci risplendere
Nell’oscurità della sala.

Ora ti chini… Tu prendi un poco della
Divinità di un’erba inaridita
E cessa, nella profusione dell’odore sgualcito,
L’attesa della vita dal grido di fame.
Di labbra che chiedono altre labbra,
Dell’acqua che anèla al pendìo tra le pietre,
Dell’agnello nell’impeto di pura gioia,
Dell’infante nel gioco illimitato sulla soglia.
Tu sai esaudire il voto poi che accogli
La terra, di là dal desiderio.

Ti chini… Il mirto, e poi piangere,
Amica, questa è soltanto l’estate che vibra
Come un’imposta investita dal vento
Sul cardine della speranza lacerata.
Ma il giorno è chiaro! La nostra ribellione
Viene assorbita nella porosità della luce,
E l’oscurarsi dell’ala del cielo,
Il suo grido, il vento che di nuovo si alza, tutto
Dice la vita alfine preparata
Non alla morte, no, ma a sé medesima.
Lo vedi, sarà bastato aver fiducia,
L’infante ha preso la mano del tempo invecchiato,
La mano dell’acqua, tra le foglie la mano dei frutti,
Muti li guida in seno al mistero.
E a noi che da lontano
Stiamo guardando, tutto sia semplice,
Nell’incontrare lo sguardo suo che non vacilla.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Desiderio divenne Amore
Lungo le sue strade notturne
Nella mestizia dei secoli; e per la bellezza
Compresa, per il limite accolto, per la memoria,
Amore, il tempo, reca l’infante, − il segno.

E in noi e di noi, che ancora siamo
Oscuri tanto l’uno all’altra, e questo,
Ma fatale, è il peccato, essendo il dire
Sempre incompiuto non meno dell’essere,

La gioia prenda forma: a trattenere
L’acqua nell’effimera sua coppa; per riflettervi
Quel niente, che è il fuoco; per offrire
L’idea, almeno, del senso − a quella luce.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Nuvole,
E una, sì, di tutte
La più lontana, per sempre
Rossa, acqua e fuoco
Entro il vaso di terra, fumo
Vorticoso al sommo della pura
Brace, là dove sta per balzare la fiamma… Ma qui
Il suolo come il cielo, all’infinito
È cosparso di pietre
Dove qualcuna, rossa,
Reca tracce, che noi vorremmo segni.

E le districhiamo dai rovi, dal muschio,
Le solleviamo, le prendiamo. Guarda! Qui
Vi è un tracciato; vi è una scrittura,
Qui vibrò il grido sul cardine del senso,
Qui… Ma no, questo non parla. L’intaglio
Fuorvia, al sommo
Di pura brace anch’esso, nello spirito,
Là dove ripetizione, simmetria,
Avrebbero ridetto la speranza
Di una mano operante.

Il silenzio
Come sotto di noi un ponte, crollato
Nella sera.

Eppure noi raccogliamo, amica,
Tante e ancor più di quelle pietre, quando notte
Macchia la stoffa rossa, perfora le voci,
E già le sottrae
Alle nostre mani ansiose.

E noi, nuvole, il loro fuoco ci guida
Quando ritorniamo, appesantiti,
Alla casa, «laggiù». Quando passiamo,
Deserti,
Nel vetro infocato di questo paese
Che somiglia al linguaggio: illuminato
Da lungi, petroso qui. Se ci spingiamo
Ancora più lontano, lacerati, divisi,
Quando l’infante corre avanti a noi nella sua gioia
Verso la vita inconosciuta,

No, semplici no, − chiari.

In pace,
Immobili talvolta ai crocevia,
Tra le colonne dei fuochi
Dell’estate che volge alla fine,
Nell’odore
Della stella e della cenere.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Sì, «tutto questo»,
Le gioie, le insidie,
I nostri per sempre rimpianti,
No, le certezze, i consensi,

Sì, tutto questo è l’estate,
L’incoerente
Che ci aggredisce gli occhi
Con l’acqua sua brutale.

E nel fuori è la notte,
No, è il giorno,
Che, màdido, annuncia
Una nascita.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Estate:
La civetta inchiodata
Qui, sulla soglia,
Dal ferro in pace della stella.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Nell’insidia della soglia”, 1965, in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Les nuées

Deux fois silencieuse l’après-midi
Par vertu de l’été désert, et d’une flamme
Qui déborde, on ne sait si de ce vase
Ou de plus haut encore dans le ciel.

Nous avons donc dormi: je ne sais combien
D’étés dans la lumière; et je ne sais
Non plus dans quels espaces nos yeux s’ouvrent.
J’écoute, rien ne vibre, rien ne finit.

À peine le désir façonnant l’image
Tourne-t-il méditant, sur son axe simple,
L’argile d’un éveil en rêve, trempée d’ombre.

Toutefois le soleil bourdonne sur la vitre
Et, l’âme enveloppée de ses rouges élytres,
Il descend, mais en paix, vers la terre des morts.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Au-dessus de moi seul, quand je traçais
Le signe d’espérance en temps de guerre,
Une nuée rôdait noire et le vent
Dispersait à grandes lueurs la phrase vaine.

Au-dessus de nous deux, qui avons voulu
Le nœud, le déliement, une énergie
S’accumula entre deux hauts flancs sombres
Et il y eut, enfin,
Comme un tressaillement dans la lumière.

Autres pays, montagnes éclairées
Du ciel, lacs au-delà, inapprochés, nouvelles
Rives, — apaisement des dieux progéniteurs,
L’éclair aura été sa propre cause

Et au-dessus de l’enfant à ses jeux
L’anneau de ces nuages, le feu clair
Qui semble s’attarder ce soir, comme une preuve.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Nuages, oui,
L’un à l’autre, navires à l’arrivée
Dans un rapport de musique. Il me semble, parfois,
Que la nécessité se métamorphose
Comme à la fin du Conte d’hiver
Quand chacun reconnaît chacun, quand on apprend
De niveau en niveau dans la lumière
Que ceux qu’avaient jetés l’orgueil, le doute
De contrées en contrées dans le dire obscur
Se retrouvent, se savent. Parole en cet instant
Leur silence; et silence leurs quelques mots
On ne sait si de joie ou de douleur
« Bien qu’à coup sûr l’extrême de l’une ou l’autre ».
Ils semblent, dit encore
Un témoin, méditant, et qui s’éloigne,
Entendre la nouvelle
D’un monde rédimé ou d’un monde mort.

Nuages,
Et ces deux pourpres là-bas un père, une fille,
Et cet autre plus proche, la statue
D’une femme, mère de la beauté, mère du sens,
Dont on voit bien qu’immobile longtemps,
Étouffée dans sa voix de siècle en siècle,
Déniée, animée
Par rien que la magie de la sculpture,
Elle prend vie, elle va parler. Foudre ses yeux
Qui s’ouvrent dans le gouffre du safre clair,
Mais foudre souriante comme si,
Condamnée à suivre le rêve au flux stérile
Mais découvrant de l’or dans le sable vierge,
Elle avait médité et consenti.
L’homme d’ailleurs s’approche, son visage
Déchiré s’apaisant de tant de joie
Il gravit les degrés de l’heure qui roule
En rafales, car le ciel change, la nuit vient,
Et vacille où elle l’attend, nuit étoilée
Qui s’ébrase, musique. Il se redresse,
Il se tourne vers l’univers. Ses traits scintillent
De la phosphorescence de l’absolu,
Et le jour reprend pour eux tous et nous, comme une veine
Se regonfle de sang, — cime des arbres
Crevassée par l’éclair, fleuves, châteaux
En paix de l’autre rive. Oui, une terre
Sur ses colonnes torses de nuée.

Et qu’importe si l’homme, le ciel tournant,
Vacille une seconde fois, dit à la femme
À demi emportée déjà, nuage noir,
Quelques mots que l’on n’entend pas puis se détourne,
S’éloigne à ses côtés qui se dissipent
Et se penche vers elle
Et cache son visage en pleurs dans ses mains pures

Puisque vers l’Occident, encore clair,
Un navire à fond plat, dont la proue figure
Un feu, une fumée, est apparu,
Livre rouvert, nuage rouge, au faîte
De la houle qui s’enfle. Il vient,
Il vire, lentement, on ne voit pas
Ses ponts, ses mâts, on n’entend pas les cris
De l’équipage, on ne devine pas
Les chimères, les espérances de ceux qui
Là-haut se pressent à l’avant, les yeux immenses,
Ni quel autre horizon ils aperçoivent,
Quelle rive peut-être, on ne sait non plus
De quelle ville incendiée ils ont dû fuir,
De quelle Troie inachevable; mais on sent
Battre dans ce bras nu toute l’ardeur
De l’été, notre angoisse… Aie foi, le sens
Peut croître dans tes mots, terre sauvée,
Comme la transparence dans la grappe
De l’été, celui qui vieillit. Parles-tu, chantes-tu, enfant,
Et je rêve aussitôt que toute la treille
Terrestre s’illumine; et que ce poids
Des étoiles serrées à du froid, des pierres
Denses comme des langues non révélées,
Et des cimes que prend notre nuit encore,
Des cris de désespoir mais des cris de joie,
Des vies qui se séparent dans l’énigme,
Des erreurs, des effondrements, des solitudes
Mais des aubes aussi, des pressentiments,
Des eaux qui se dénouent au loin, des retrouvailles,
Des enfants qui jouent clair à des proues qui passent,
Des feux dans les maisons ouvertes, des appels
Le soir, de porte en porte dans la paix,
Oui, que ce vrai, ce lieu déjà, presque le bien,
Mûrit, que ce n’était que la grappe verte.

Tout n’est-il pas si cohérent, si prêt
Bien que, certes, scellé? Le soleil de l’aube
Et le soleil du soir, l’illuminé,
Mènent bien, bœufs aveugles, la charrue
De l’or universel inachevé,
Et sonne sur leur front cette chaîne d’astres
Indifférents, c’est vrai: mais eux avancent
Comme une eau s’évapore, un sel dépose
Et n’est-ce toi là-bas, mère dont les yeux brillent,
Terre, qui les conduis,
La robe rouge déchirée, non, entrouverte
Sous l’arche de l’étoile première née?

Mais toujours et distinctement je vois aussi
La tache noire dans l’image, j’entends le cri
Qui perce la musique, je sais en moi
La misère du sens. Non, ce n’est pas
Aux transfigurations que peut prétendre
Notre lieu, en son mal. Je dis l’espoir,
Sa joie, son feu même de grappe immense, quand
L’éclair de chaque nuit frappe à la vitre, quand
Les choses se rassemblent dans l’éclair
Comme au lieu d’origine, et les chemins
Luiraient dans les jardins de l’éclair, la beauté
Y porterait ses pas errants… Je dis le rêve,
Mais ce n’est que pour le repos de mots blessés.

Et je sais même dire; et je suis tenté
De vous dire parfois, signes fiévreux,
Criants, les salles peintes,
Les cours intérieures ombragées,
La suffisance de l’été sur tes dalles fraîches,
Le murmure de l’eau comme absente, le sein
Qui est semblable à l’eau, une, infinie,
Gonflée d’argile rouge. De vous donner
L’anneau des ciels de palmes, mais aussi
Celui, lourd, de cette cheville, qu’une main
De tiédeur et d’indifférence fait glisser
Contre l’arc du pied maigre, cependant
Que la bouche entrouverte ne cherche que
La mémoire d’une autre. « Regarde-moi,
Dirait la voix néante à travers la mienne,
Je mens, à l’infini, mais je satisfais,
Je ne suis pas mais je ferme les yeux,
Je courbe si tu veux ma nuque noire
Et je chante, veux-tu, esprit lassé,
Ou je feins de dormir »… Au crépuscule
La guêpe se couronne de lumière,
Elle règne absolue dans son instant
D’ascension tâtonnante sur la grappe.
Non, nous ne sommes pas guéris du jardin,
De même que ne cesse pas, gonflé d’une eau
Noire, l’épanchement du rêve quand les yeux s’ouvrent.
Encore nous chargerons, à contre-jour
Dans l’afflux d’en dessous, étincelant,
Notre barque à fond plat de fruits, de fleurs
Comme d’un feu, rouge, dont la fumée
Dissipera de ses âcres images
Les heures et les rives. Et que d’espoirs
Enfantins, sous les branches! Quelle avancée
Dans les mots consentants! Bien que la nuit
Nous frôle même là d’une aile insue
Et trempe même là son bec, dans l’eau rapide.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

« Je voulais l’enrichir de n’être qu’une image
Pour que lui n’en soit qu’une, et que le feu
Du temps, s’il prend aux corps, aux cris, aux rêves même,
Laisse intacte la forme où nous nous retrouvions,

Aussi je me faisais sa réserve d’eau pure,
J’illimitais ses yeux qui se penchaient sur moi,
Ma bouche aimait sa bouche aux hâtives confiances,
C’était ma joie d’attendre et de lui faire don.

— Il dort. Je suis l’étoffe de la porte
Que l’on a trempée d’eau pour changer de ciel,
J’ourle l’après-midi d’outre-marine,
Je suis le jeu des quelques ombres sur son corps.

Il vieillit. Même en nous l’heure a grossi et roule
Son bruit de nuit qui vient dans les pierres. Parfois
Il laisse aller son bras dans cette eau plus froide,
Je ne sais si en rêve et ne me sachant pas… »
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

« Es-tu venu pour ce livre fermé,
Je ne consens pas que tu l’ouvres.
Es-tu venu pour en briser le sceau
Brûlant, troué de nuit, courbé, feuillage
Sous l’orage qui rôde et n’éclate pas,
Je ne te permets pas d’en toucher la cire.
Es-tu venu « ne serait-ce que pour »
Entrevoir, comme en songe, une parole
Croître transfigurée dans l’aube du sens
(Et je sais bien qu’un soc a travaillé
Longtemps à cet espoir et, retombé
Dans la phrase terrestre, brille là
Déchiré au rebord de ma lumière),
Je reste silencieux dans ta voix qui rêve…
Es-tu venu pour dévaster l’écrit
(Tout écrit, tout espoir), pour retrouver
La surface introublée que double l’étoile
Et boire à l’eau qui passe et te baigner
Sous la voûte où mûrit le fruit non le sens,
Je ne t’ai pas permis d’oublier le livre. »
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Ô rêves, beaux enfants
Dans la lumière
Des robes déchirées,
Des épaules peintes.

« Puisque rien n’a de sens,
Souffle la voix,
Autant peindre nos corps
De nuées rouges.

Vois, j’éclaire ce sein
D’un peu d’argile
Et délivre la joie, qui est le rien,
D’être la faute. »
 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Ils marchent, les pieds nus
Dans leur absence,
Et atteignent les rives
Du fleuve terre.

Ils demandent, ils donnent,
Les yeux fermés,
Les chevilles rougies
Par la boue d’images.

Rien n’aura précédé, rien ne finit,
Ils partagent, une eau,
S’étendent, le flanc nu
Reflète l’étoile.
Ils passent, prenant part
À l’eau étincelante,
À toi, pierre jetée,
À des mondes là-bas, qui s’élargissent.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Et à leurs pas se joint
Flore la pure
Qui jette ses pavots
À qui demande.

Et beauté pastorale
Nue, pour ouvrir
À des bêtes mouillées, au froid du jour,
L’enclos du simple

— Mais aussi beauté grise
Des fumées
Qui se tord et défait
Au moindre souffle

Et la folle qui parle
Par plusieurs bouches
Et, penchée, qui secoue
Sa chevelure…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

« Tu ne me toucheras
Ni d’été ni d’hiver,
Ni quand la lune croît
Ou se dissipe.

Ni des mains du désir
Ni en image,
Ni de bouche qui aime
Ou déchirée.

Dormiras-tu,
Je reviendrai pourtant
Contre tes lèvres,

Te retourneras-tu
En soupirant
Comme pour te pencher, mon voyageur,
Sur une source,

Je serai là,
Ta bouche frôlera mes paupières closes. »
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Ici, la tâche
Que je ne sais finir. Ici, les mots
Que je ne dirai pas.

Ici, la flaque
Noire, dans la nuée.
Ici, dans le regard,
Le point aveugle.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Mais, vois,
Nos fenêtres là-bas sont éclairées
Par tout de même encore un soleil du soir
Et nos vitres sont comme une eau, troublées
Mais aussi transmutées, coagulées
Par le bras méditant de la lumière.
L’énigme, le soleil rêvé, la barque rouge
Passe, boitant sa mort. Mais ce pays
Est, calme, son sillage, où la maison
Se révèle l’étoile, qui s’élève
Pour la paix au-dessus des herbes, dans le souffle
Égal enfin, des dieux du jardin désert.
Approchons-nous. De près les vitres s’éteignent,
Mais l’or se retirant à son autre rive
A laissé à fleurir dans leur sable vierge
Le rien, qui est la vigne. Oh, penche-toi, appuie
Ton front contre la vitre! C’est le bien,
Tout lieu où naître vient dans le flux sans trêve,
Vois croître le vrai fruit, toi qui consens,
Vois ses rinceaux briller dans la salle sombre.

Tu te penches, tu prends
Un peu de la divinité d’une herbe sèche
Et dans la profusion de l’odeur froissée
Cesse l’attente de la vie au cri de faim.
Des lèvres qui demandent d’autres lèvres,
De l’eau qui veut la pente dans les pierres,
De l’élan de l’agneau, fait de joie pure,
De l’enfant qui joue sans limite sur le seuil
Tu accomplis le vœu puisque tu accueilles
La terre, qui excède le désir.

Tu te penches… Le myrte, puis pleurer,
Mon amie, ce n’est là que l’été qui vibre
Comme fait un volet que le vent assaille
Sur son gond d’espérance déchirée.
Mais que ce jour est clair! Notre révolte
Est bue par la porosité de la lumière,
Et l’assombrissement de l’aile du ciel,
Son cri, le vent qui recommence, tout cela
Dit la vie enfin prête à soi et non la mort.
Vois, il aura suffi de faire confiance,
L’enfant a pris la main du temps vieilli,
La main de l’eau, la main des fruits dans le feuillage,
Il les guide muets dans le mystère,
Et nous qui regardons de loin, tout nous soit simple
De croiser son regard qui ne cille pas.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Désir se fit Amour par ses voies nocturnes
Dans le chagrin des siècles; et par beauté
Comprise, par limite acceptée, par mémoire
Amour, le temps, porte l’enfant, qui est le signe.

Et en nous et de nous, qui demeurons
Si obscurs l’un à l’autre, ce qui est
La faute mais fatale, la parole
Étant inachevée comme l’être encor

Que sa joie prenne forme: pour retenir
L’eau dans sa coupe fugitive; pour refléter
Le feu, qui est le rien; pour faire don
D’au moins l’idée du sens — à la lumière.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

Nuages,
Et un, le plus au loin, oui, à jamais
Rouge, l’eau et le feu
Dans le vase de terre, la fumée
En tourbillons au point de braise pure
Où va bondir la flamme… Mais ici
Le sol, comme le ciel,
Est parsemé à l’infini de pierres
Dont quelques-unes, rouges,
Portent des traits que nous rêvons des signes.

Et nous les dégageons des mousses, des ronces,
Nous les prenons, nous les soulevons. Regarde!
Ici, c’est un tracé, de l’écriture,
Ici vibra le cri sur le gond du sens,
Ici… Mais non, cela ne parle pas, l’entaille
Dévie, au faîte
Aussi de braise pure, dans l’esprit,
Où la répétition, la symétrie
Auraient redit l’espoir d’une main œuvrante.

Le silence
Comme un pont éboulé au-dessus de nous
Dans le soir.

Nous ramassons pourtant,
Mon amie,
Tant et plus de ces pierres, quand la nuit
Tachant l’étoffe rouge, trouant nos voix,
Les dérobe déjà à nos mains anxieuses.
Et nuées que nous sommes, leur feu nous guide
Quand nous rentrons, chargés,
À la maison, « là-bas ». Quand nous passons
Déserts
Dans la vitre embrasée de ce pays
Qui ressemble au langage: illuminé
Au loin, pierreux ici. Quand nous allons
Plus loin même, nous divisant, nous déchirant,
L’enfant courant devant nous dans sa joie
À sa vie inconnue,

Simples, — non, clairs,

En paix,
Immobiles parfois à des carrefours,
Entre les colonnes des feux de l’été qui va prendre fin,
Dans l’odeur de l’étoile et de la cendre.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

« Tout cela », oui,
Nos leurres, nos joies,
Nos regrets à jamais,
Non, nos consentements, nos certitudes,

Tout cela, c’est l’été,
L’incohérent
Qui assaille nos yeux
De son eau brusque.

Et dehors c’est la nuit,
Non, c’est le jour
Qui proclame, glaireux,
Une naissance.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 

L’été:
Cette chevêche que cloue
Là, sur le seuil,
Le fer en paix de l’étoile.

Yves Bonnefoy

da “Dans le leurre du seuil”, 1965, in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1978

Light, in an empty room – Yves Bonnefoy

 

Immagino di tornare, non so dove,
È un luogo sia intimamente conosciuto
Che estraneo. Ho vissuto qui?
No, non vi ho lasciato traccia

E sono immensamente triste, ma la luce
Che ancora abita oggi questa stanza
S’alza, mi viene incontro. Vedi, siamo invecchiati,
Lei mi dice. Non sono più una promessa

Per la tua vita futura, non voglio più
Farti credere che vita e morte siano la stessa rosa
Che fiorisce, al mattino,
Nel risveglio di due corpi che si uniscono.

Ma parliamoci. Ho da dirti la tua notte,
E quanto è accogliente grazie a me,
Ho scostato il lenzuolo del mio sonno,
Scopro il mio corpo, tutte le sue stelle.

Questo sole nella stanza vuota, è la notte,
Accetta di brancolare nella luce,
Entra, perché i tuoi occhi s’aprano di più,
Perfino perché dardeggino.

Dove siamo, certo, non lo sai più,
Ma respira ciò che toccano le tue dita.
Abbandona le labbra al mio respiro
Prima di addormentarti, le tue mani su di me.

Non-essere il sole degli antichi risvegli
Se già non fosse questa grande condivisione.
Come hai vissuto? Ti siano specchio
La finestra, il letto della stanza vuota.

Yves Bonnefoy

(Traduzione inedita di Fabio Scotto)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Settembre 2016, N. 318, Crocetti Editore

∗∗∗

Light, in an empty room

J’imagine que je reviens, où, je ne sais,
C’est à la fois l’intimement connu
Et un lieu étranger. Ai-je vécu ici,
Non, je n’y ai laissé aucune trace

Et je suis infiniment triste, mais la lumière
Qui habite aujourd’hui encore cette chambre
Se lève, vient à moi. Vois, nous avons vieilli,
Me dit-elle. Je ne suis plus une promesse

Pour ta vie à venir, je ne veux plus
Te faire croire que vie et mort, c’est même rose
À fleurir, au matin,
Dans l’éveil de deux corps qui se renouent.

Mais parlons-nous. J’ai ta nuit à te dire,
Et combien elle est accueillante grâce à moi,
J’ai repoussé le drap de mon sommeil,
Je découvre mon corps, toutes ses étoiles.

Ce soleil dans la chambre vide, c’est la nuit,
Accepte de tâtonner dans la lumière,
Entre, pour que tes yeux s’ouvrent davantage,
Même, pour qu’ils émettent des rayons.

Où sommes-nous, certes, tu ne sais plus,
Mais ce que tes doigts touchent, cela respire.
Abandonne tes lèvres à mon souffle
Avant de t’endormir, tes mains sur moi.

Non-être le soleil des éveils anciens
S’il n’était pas déjà ce grand partage.
Comment as-tu vécu? Soient ton miroir
La fenêtre, le lit de la chambre vide.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble encore, suivi de Perambulans in noctem”, Mercure de France, 2016