1950 anno del Libertador, ecc. – Julio Cortázar

E se il pianto ti viene a cercare…
da un tango

 

E se il pianto ti viene a cercare
affrontalo, bevi fino in fondo
il calice di lacrime legittime.
Piangi, argentino, piangi finalmente un pianto
di verità, faccia a faccia con il tempo
che manipolavi abilmente,
piangi le disgrazie che credevi altrui,
la solitudine senza remissione ai piedi di un fiume,
la colpa della pace immeritata,
il riposo di pance piene di pandolce.
Piangi la tua infanzia svilita dal cinema e dalla radio,
la tua adolescenza negli angoli del disgusto, la cricca, l’amore senza ricompensa,
piangi la gerarchia, il campionato, la bistecca al sangue,
piangi la tua nomina o il tuo diploma
che ti hanno rinchiuso nel benessere o nella disgrazia,
che nella pianura più immensa ti hanno legato al palo
di un piccolo terreno pagato
a rate trimestrali.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

1950 Año del Libertador, etc.

Y si el llanto te viene a buscar…
(de un tango)

Y si el llanto te viene a buscar
agarralo de frente, bebé entero
el copetín de lágrimas legítimas.
Llorá, argentino, llorá por fin un llanto
de verdad, cara al tiempo
que escamoteabas ágilmente,
llorá las desgracias que creías ajenas,
la soledad sin remisión al pie de un río,
la culpa de la paz sin mérito,
la siesta de barrigas rellenas de pan dulce.
Llorá tu infancia envilecida por el cine y la radio,
tu adolescencia en las esquinas del hastío, la patota, el amor sin recompensa,
llorá el escalafón, el campeonato, el bife vuelta y vuelta,
llorá tu nombramiento o tu diploma
que te encerraron en la prosperidad o la desgracia,
que en la llanura más inmensa te estaquearon
a un terrenito que pagaste
en cuotas trimestrales.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

«Quanti soli dell’aurora hanno veduto» – Yvan Goll

Camille Claudel, La valse, 1891

 

Quanti soli dell’aurora hanno veduto
Il loro riflesso nel nostro quadruplo occhio!
E la modellatura del giorno era rimessa al nostro arbitrio

Alla pura invenzione dell’amore
La rugiada doveva la sua durata

E dove tifoni si pascevano di fiere della giungla
E gettavano le loro lunghe ali gialle
Attorno a isole oscillanti

Persino là la nostra viva statua d’amore resisteva
Il tuo sorriso diletta
Scioglieva gli enigmi piú oscuri

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild»

Wieviele Morgensonnen haben ihr Ebenbild
In unserem Vieraug erschaut!
Und des Tages Gestaltung stand unsrer Willkür anheim.

Der reinen Erfindung der Liebe
Verdankte der Tau seine Dauer

Und wo Taifune an Urwaldgetier sich mästeten
Und ihre langen gelben Flügel
Um schwankende Inseln warfen

Selbst da hielt unser lebend Liebesdenkmal stand
Löste dein Lächeln Geliebte
Die dunkelsten Rätsel auf

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Ti ho sognato così a lungo – Robert Desnos

Montserrat Gudiol, El Beso, 1974

   

   Ti ho sognato così a lungo che hai perso la tua natura reale.
   C’è ancora tempo per raggiungere questo corpo vivo e
baciare su quella bocca la nascita della voce che mi è cara?
   Ti ho sognato così a lungo che le mie braccia abituate,
nello stringere la tua ombra, a incrociarsi sul mio petto
non si piegherebbero, forse, lungo la linea del tuo corpo.
   E, di fronte alla parvenza reale di ciò che mi assilla
e governa da giorni e anni, è indubbio che diverrei
un’ombra.
   O altalene sentimentali.
   Ti ho sognato così a lungo che non è, senza dubbio, più
il momento di svegliarmi. Dormo in piedi, il corpo esposto
a tutte le apparenze della vita e dell’amore e di te, la
sola che conti davvero oggi per me, mi sarebbe più difficile
toccare la tua fronte e le tue labbra rispetto alle labbra
e alla fronte del primo venuto.
   Ti ho sognato così a lungo, ho così a lungo camminato,
parlato, dormito con il tuo fantasma che non mi resta più
che essere fantasma tra i fantasmi e cento volte più ombra
dell’ombra che passeggia e passeggerà allegramente
sul quadrante solare della tua vita.

Robert Desnos

(Traduzione di Pasquale di Palmo)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

∗∗∗

J’ai tant rêvé de toi 

   J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité.
   Est-il encore temps d’atteindre ce corps vivant et de
baiser sur cette bouche la naissance de la voix qui m’est chère?
   J’ai tant rêvé de toi que mes bras habitués en étreignant
ton ombre à se croiser sur ma poitrine ne se plieraient
pas au contour de ton corps, peut-être.
   Et que, devant l’apparence réelle de ce qui me hante et
me gouverne depuis des jours et des années, je deviendrais
une ombre sans doute.
   O balances sentimentales.
   J’ai tant rêvé de toi qu’il n’est plus temps sans doute
que je m’éveille. Je dors debout, le corps exposé à toutes
les apparences de la vie et de l’amour et toi, la seule qui
compte aujourd’hui pour moi, je pourrais moins toucher
ton front et tes lèvres que les premières lèvres et le premier
front venu.
   J’ai tant rêvé de toi, tant marché, parlé, couché avec ton
fantôme qu’il ne me reste plus peut-être, et pourtant, qu’à
être fantôme parmi les fantômes et plus ombre cent fois
que l’ombre qui se promène et se promènera allégrement
sur le cadran solaire de ta vie.

Robert Desnos

da “Corps et biens”, NRF-Gallimard, 1930

Non esistono amori felici – Louis Aragon

Alexander Rodchenko, Elsa Triolet, 1924

 

Nulla appartiene all’uomo Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio 
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati incerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
Ma è il nostro amore di noi due

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

l n’y a pas d’amour heureux

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son cœur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
À quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désœuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos cœurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous deux

Louis Aragon

da “La Diane française”, Paris: Seghers, 1946

Siano Amore e Psiche – Yves Bonnefoy

Yves Bonnefoy

I

Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra,
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Penano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

II

E per tutto il giorno Psiche è cieca? No,
Ha rimboccato su di sé il lenzuolo della luce.
È estate, tutto è immobile sotto il cielo,
Anche il fiume nel suo letto in disordine.

Lei avanza, nel suo corpo, e sola. Ma ecco
Che un estraneo invoca, nel suo sangue,
È come se lo spirito si desiderasse altro
Da sé, un embrione in seno alla morte.

Felice il mondo in cui la notte trabocca
Nel giorno, e gronda sotto la luce.
Avanzare in quest’acqua, fino alle ginocchia,

È volgersi verso un altro sole,
E il fondo del mare è rosso, poi si nuota
E tutto si perde di ciò che si è stati.

III

E Psiche s’intorpidisce, quando viene sera, ama
Che batta nel suo corpo il cuore di un altro,
Vuole non essere altro che questa camera buia
Dei bambini della notte, sonno e morte.

È come quando tocchiamo uno specchio
E dita vengono incontro alle nostre,
Psiche crede che una mano afferri la sua,
Per condurla verso più di ciò che è.

Verso più? Sono scalini che digradano,
E il corpo si stanca, le mani si aggrappano
A una greve lampada, le ginocchia si piegano.

Psiche, perché vuoi, con la tua spalla nuda,
Spingere la porta in cui giace il tuo avvenire?
Tu entri, tu senti quei quieti respiri.

IV

E lei ha acceso, con mani tremanti,
Questa fiammella? Più svelto di lei
Si è lanciato nell’immagine, questa pace,
Qualcosa di nero, con un grido.

Amore dorme? No, i suoi occhi sono aperti,
Ma sono solo orbite vuote,
Due buchi, insanguinati. È cieco?
Peggio, i suoi occhi sono stati strappati.

Grande moto di questo gran corpo che ridesta
Qualche goccia d’olio, che lo brucia.
Tu errerai, tra i rovi del mondo.

Si rialza, parla, che dice?
La attira svestita contro il suo cuore,
Ascolta i suoi gran singulti che nulla placa.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

***

Soient Amour et Psyché

I

Ces mains qui se prenaient à elle dans la nuit,
Elle les ressentait sans nombre, ne cherchait
À leur donner figure. Il lui fallait
Ne pas savoir, désirant ne pas être.

Âme et corps, pour nouer vos doigts, unir vos lèvres,
Faut-il vraiment l’approbation des yeux?
Peinent nos yeux, qu’oblige le langage
À déjouer sans répit trop de leurres!

Psyché avait aimé que ne pas voir,
Ce soit comme le feu quand il enveloppe
L’arbre d’ici des autres mondes de la foudre.

Éros, lui, désirait garder tout ce visage
Entre ses mains, il ne l’abandonnait
Qu’à grand regret aux caprices du jour.

II

Et tout le jour Psyché est-elle aveugle, non,
Elle a tiré sur soi le drap de la lumière.
C’est l’été, tout est immobile sous le ciel,
Même le fleuve en son lit en désordre.

Elle va, dans son corps, et seule. Mais voici
Qu’un étranger réclame, dans son sang,
C’est comme si l’esprit se désirait autre
Que soi, un embryon dans le sein de la mort.

Heureux le monde où déborde la nuit
Dans le jour, et ruisselle sous la lumière.
Avancer dans cette eau, jusqu’aux genoux,

C’est se tourner vers un autre soleil,
Et le fond de la mer est rouge, puis on nage
Et tout se perd de ce qu’on a été.

III

Et Psyché s’engourdit, le soir venant, elle aime
Que batte dans son corps le cœur d’un autre,
Elle veut n’être plus que cette chambre sombre
Des enfants de la nuit, sommeil et mort.

C’est comme quand on touche à un miroir
Et que des doigts y viennent vers les nôtres,
Psyché croit qu’une main y prend la sienne,
Pour la guider vers plus que ce qui est.

Vers plus? Ce sont des marches qui descendent,
Et le corps se fatigue, les mains se crispent
Sur une lourde lampe, les genoux plient.

Psyché, pourquoi veux-tu, de ton épaule nue,
Pousser la porte où gît ton avenir?
Tu entres, tu entends ces souffles paisibles.

IV

Et a-t-elle allumé, à mains tremblantes,
Cette petite flamme? Plus vite qu’elle
S’est jeté dans l’image, cette paix,
Quelque chose de noir, avec un cri.

Amour dort-il, non, ses yeux sont ouverts,
Mais ce ne sont que des orbites vides,
Deux trous, avec du sang. Est-il aveugle?
Pire, ses yeux ont été arrachés.

Grand mouvement de ce grand corps qu’éveillent
Quelques gouttes de l’huile, qui le brûlent.
Tu erreras, dans les ronces du monde.

Il se redresse, il parle, que dit-il?
Il attire la dévêtue contre son cœur,
Il écoute ses grands sanglots que rien n’apaise.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Raturer outre e Soient Amour et Psyché sono apparse una prima volta nel 2009 presso le Éditions Galilée con il titolo Raturer outre, accompagnate dalla seguente nota preliminare:
Se io non avessi adottato questa scelta prosodica, quattordici versi distribuiti in due quartine e due terzine, queste poesie non sarebbero esistite, il che forse non sarebbe molto grave, ma non avrei mai saputo ciò che qualcuno in me aveva da dirmi.
Le parole, le parole in quanto tali, autorizzate da questo primato della forma a ciò che possiedono per la propria realtà sonora, hanno stabilito fra loro rapporti per me insospettati. Il bisogno di evitare in questo luogo ristretto la ripetizione, se non meditata, del minimo vocabolo, ha cancellato in esso immagini, pensieri sotto i quali altri sono affiorati. La costrizione sarà stata un trivello, che fora dei livelli di difesa, dando accesso a ricordi rimasti sigillati, quando non anche repressi.
È quanto chiamo «cancellare oltre». La forma, che può mettersi, retoricamente, e a questo punto passiva, al servizio di ciò che si crede di sapere e si desidera dire, propone anche, poeticamente, di decostruire queste idee, scoprendo, dal di sotto, altri strati. Un «trobar», sulle corde del linguaggio.
Y.B.