Quarta dimensione, dall’introduzione di Ezio Savino

 

[…]

“L’ultima incarnazione di Edipo questo pomeriggio si trova all’angolo fra la Quarantaduesima e la Quinta Avenue, e aspetta che il semaforo scatti”. Un credo. Un atto forte e dolce di fede, stilato da Joseph Campbell, professore americano di mitologia comparata. Fede nella continuità del tempo, nella persistenza degli atti, delle idee, dei sacrifici e delle morti degli uomini. La memoria del popolo è la pietra e il cemento. Il poeta possiede gli arnesi, e innalza l’edificio.
Chissà se il newyorkese Campbell ha letto questi versi, i diciassette poemetti composti dal greco Ghiannis Ritsos, il Maestro, che s’intitolano in gran parte da nomi di donne eroine e di antichi combattenti del suo mito patrio. Se l’ha fatto, l’americano vi ha trovato conferma quieta e ardente di quella sua visione, nella gazzarra dei clacson, nella fiumana dei pedoni, nella fibrillazione delle vetrine nella città che fermenta.

Chiamo Ghiannis Ritsos Maestro nel senso antico di un Chirone barbuto e fragilissimo, che ti apre gli occhi. Ha fra le mani quella sua cetra insonne e, per regalo inesplicabile di Muse, sfalda la sostanza tetra e inerte che ci avvolge, la sradica come quinte dozzinali da teatrino di periferia, e tra folate infuocate di canto, che ti striano dentro, ci profetizza in quale fermento lavico di veri segni il fato ci ha convocato a vivere.
Tracciare una mappa critica di questi soliloqui poetici del Maestro è forse sforzo futile. Sono fatti di diamante: refrattario alla pratica accademica dell’introduzione e dell’analisi. Sarebbe come almanaccare parole introduttive alla natura, al pulviscolo astrale che, adesso, trema nella lama di luce filtrata nella stanza, all’impasto di rumori che fumiga dalla strada, a quella bolla d’aria, al graffio che arabesca la tappezzeria sulla parete opposta, e alla formica che vi si abbarbica rinnovando il pendolo del tempo.
Meglio suggerire al lettore qualche modesto segnavia, scortandolo solo all’orlo del pozzo poetico, al limitare tagliente della quarta dimensione.
Quarta dimensione è una raccolta di diciassette poemi brevi che Ritsos consacra a figure – femminili, maschili – del mistero ellenico. Dieci di essi prendono titolo da personaggi del mito. Agamennone, Oreste, Il ritorno di Ifigenia, Crisòtemi ci riportano a Micene, lo spazio della saga degli Atridi.
Ismene si raccorda ai Labdacidi: Edipo, Giocasta, Antigone, Eteocle, Polinice.
Aiace, Filottete, Elena riemergono dai fatti bellici di Troia.
Con
Persefone ci tuffiamo nell’Ade: Thànatos, la morte.
Fedra ci scaraventa nell’eros, il sesso, l’amore.
La casa morta, il palazzo dei leoni di pietra, in Argolide, e Sotto l’ombra del monte (il cono di spoglia roccia che domina l’acropoli ciclopica, reggia degli Atridi) conservano legami allusivi con la leggenda.
Il tutto è inquadrato e bilanciato fra un esordio,
La finestra (il primo passo verso la quarta dimensione), e un epilogo, Quando arriva lo Straniero.

[…]

Incastonati nella loro cornice formale di carta stampata, i poemetti sono soliloqui ritmici. Nessuno sa dire se il Maestro li abbia composti perché fossero letti con la mente – sussurrando, pesando le pause – o perché qualche voce recitante, d’attore o d’attrice seduti al centro o all’angolo di un palco, desse loro calore di fiato, di saliva, di mano che si ravvia, di tanto in tanto, la ciocca dei capelli. È frequente, nelle stagioni, la produzione teatrale dei monologhi di Quarta dimensione.

[…]

Affacciamoci al pozzo. Apriamo spiragli sulla quarta dimensione. La quarta dimensione è quella che, didascalicamente, si definisce mito. La poesia infrange le didascalie. Non il mito: la verità del tempo.
Il regista di cinema Anghelopulos firma
O thíasos, “La recita”. C’è un’antica leggenda su un’insanguinata fortezza dell’Argolide. Qui regnavano gli Atridi: Agamennone era il signore dei luoghi. Mosse contro la città asiatica di Troia, per passione di prede e per certe vendette. Lasciò nella fortezza Clitennestra, sposa inquieta, e i figli, Elettra, Crisòtemi, Oreste. L’altra figlia, la gemma della casa, la primogenita, Ifigenia, era caduta sull’altare votivo, immolata dal padre al fine di ottenere, da feroci dèi, il lasciapassare per Troia. È noto. Le conquiste, le glorie dei padri costano salate: figli accantonati, rifiutati, sacrificati negli incendi rituali dei successi. Agamennone, reduce dalla campagna d’armi, è atteso al varco da Clitennestra, che ha in serbo per lui un’ascia da macelleria. Gli spacca il cranio in un momento di abbandono. Questa regina di sangue ha un’attenuante: rappresaglia per Ifigenia adorata. E un’aggravante: adulterio con Egisto, uomo delle ombre nella reggia, nel letto senza sovrano. Rimane Oreste, il giovane maschio della famiglia nella tormenta. Si fa adulto nella memoria del padre massacrato, nel tossico della vendetta, inoculato dagli dèi selvaggi. Impara a roteare una spada e si presenta alla madre. Trapassa i seni offerti al colpo e s’immortala nell’Orestea, armonioso monumento d’orrore dell’ateniese Eschilo.
Per Anghelopulos, la spoglia impalcatura della leggenda è un breviario di verità. Come microcosmo, la famiglia è la nicchia perenne di quei conflitti, fra persone sotto lo stesso tetto, che per sbocco estremo hanno il sangue versato, ma che nella cadenza dei giorni si arrovellano in incomprensioni, rifiuti, estraneità, vittorie parziali dell’uno che sottomette l’altro, e quest’altro è una moglie, un figlio, un fratello.
Ma allarghiamo lo sguardo e troviamo la storia, con le sue gazzarre di potere. Anghelopulos inscena la sua personale
Orestea nella Grecia lacerata, negli anni della Seconda guerra mondiale e successivi. Nella famiglia il padre, Agamennone, è un uomo del passato. Reduce, come il suo leggendario archetipo, dalla Ionia: un profugo dell’immane esodo, quando ai giorni del disastro dell’Asia Minore (1922) la Turchia aveva espulso i greci, e milioni di disperati si erano riversati nella madrepatria troppo angusta, troppo arida. E in un arco d’anni la Grecia fu sotto il nazismo. Nella famiglia, Egisto collabora con gli aggressori. Spalleggiato dall’amante Clitennestra, denuncia Agamennone, che cade sotto il plotone d’esecuzione. Oreste è alla macchia, partigiano. Elettra lo guida al covo della coppia. Qui il ragazzo fa esplodere i colpi della vendetta, forse della giustizia. E come quell’Oreste diventa, per i suoi, un eroe, quando, fucilato come disertore, lo ritroviamo sul tavolaccio mortuario di un’anonima caserma. La sua tomba è un’ara.
C’è un’inquadratura, fra tante altre del film, che ci rivela la quarta dimensione. Agamennone è in piedi, nel fango del cortile, davanti alle bocche da fuoco naziste. Ragazzi con l’elmetto, estranei, che sbrigano l’incombenza di guerra. Prima della scarica, nella sua lingua di sillabe arcane, l’uomo grida: “Io vengo dalla Ionia. E voi?”. Il tempo si avvera nel ricalco sorprendente fra lo spettro leggendario di Agamennone che rimpatria dall’Asia con il suo trionfo di cartapesta e l’uomo della Ionia che, approdato in Grecia, aveva elemosinato calzoni e camicia per alleviare la sua miseria: il mito non è ricordo di fiaba, né ricamo d’immaginazioni poetiche, ma l’autentico, tetragono linguaggio dei fatti, la struttura sepolta sotto i dispersi cascami dell’esperienza, e l’artista ha il dovere morale, profondamente politico, di farcela splendere innanzi.
Questi poemetti di Ritsos trapiantano il mito nei giorni e nei territori che ci appartengono, oggi. Le strade lambiscono i palazzi ridotti a ruderi. Le ambulanze accorrono a ritirare le spoglie degli eroi. Tendine fiorate schermano le solitudini. Scintillìo di sigaretta accesa nei portacenere. Anelli-talismani alle dita. Nomi perduti nel passato – Fedra, Antigone, Demetra, Menelao – ma, all’angolo della via, inquadrata dalla finestra, la facciata screpolata della Maternità.
Restano, di loro, parole e statue.
Alcune donne di
Quarta dimensione sono “altre” eroine. “Altre” nel senso che, nei racconti solenni, si adagiano talvolta all’ombra di maggiori signore. Crisòtemi, più che di identità propria, esisteva come riflesso di lei, della sorella estrema, Elettra, gigante dei dolori compressi in odio. Persefone, la fragile, l’esile rapita tra i fiori di Sicilia, era la proiezione del desiderio materno, di Demetra imperiale del grano dorato, della terra culla di vita: e finiva come pallida consorte del dio dominatore, Plutone della morte.
Il Maestro le riscatta. Ci svela i segreti. Che fine aveva fatto la nascosta, la remissiva Ismene? Tutti sapevano di lei, di Antigone folle di pietà. Ma l’altra sorella, uscendo dalla sala maledetta di Edipo, come terminava i suoi giorni?
Ora lo sappiamo. E, non senza sgomento, apprendiamo che l’eroismo maiuscolo – quello travestito dalle gramaglie, con la sua aureola ghiacciata di sacrifici, di rinunzie, d’idolatria per la morte – può essere il risvolto dell’egoismo piú sinistro, di un culto immaturo di sé, di disastrosi ritardi nella crescita, del terrore per gli scottanti regali che solo la vita, e l’amore, sanno fare.
Nessun manuale di mitologia, neppure il piú informato, il piú ricco di note puntigliose, può sfidare l’intrinseca esattezza del Maestro. Che vanta con la mitologia “classica” un rapporto felicemente equivoco. Ne ruba i frutti, come un superbo predatore, e li snatura trapiantandoli nei suoi giardini dell’Atene, dell’Eleusi, della Diminiò, della sua Samo di oggi. In un certo senso dissacra, smitizza. Ma, insieme, compie un’opera di restauro mitologico di finezza e precisione senza eguali. Il Maestro va oltre il dato mitico. Completa il disegno.
Due esempi stupendi, da togliere il respiro. Elena. Terzo Canto dell’Iliade. La teichoskopia, la “rassegna dalle mura”. Elena, piú bella di una dea, si mostra sugli spalti: vi incontra Priamo, il vecchio re di Troia, e per accontentare una sua domanda di anziano curioso gli indica, con il gesto e per nome, i guerrieri greci assedianti schierati nella pianura. Non capivamo il perché di quell’apparizione. L’Elena del Maestro confessa che sbocciò sul bastione con un fiore tra i seni, e un altro tra le labbra per nascondere il sorriso della libertà.

                                    “Avrebbero potuto
colpirmi da entrambi i lati con le frecce.
Mi offrivo a bersaglio
camminando lentamente sulle mura, stagliandomi
nel cielo porporino della sera.
Tenevo gli occhi chiusi
per agevolare un gesto d’ostilità da parte loro – ben sapendo in fondo
che nessuno l’avrebbe osato. Le loro mani tremavano per il bagliore
della mia bellezza e immortalità –”

Dopo questi versi, Elena è davvero piú immortale: donna della sfida, un sorriso impedito dal fiore, ebbrezza d’invincibilità.
Ismene è scrigno di rivelazioni, fra le quali, terribile, l’Antigone del non amore,

“Oh, mia sorella regolava tutto con un si deve o non si deve […]
Non indossò mai un gioiello; perfino l’anello di fidanzamento
lo seppellí dentro un baule, portando in giro
la sua cupa arroganza tra le nostre giovani comitive,
brandendo il suo sguardo arcigno sulle nostre risa
come una spada di vanità sguainata”

 Com’era la vita con Antigone, nella quotidianità della casa? Nessun professore di mitologia ce lo comunica. Il Maestro ci folgora con la verità:

                                                              “E se a volte
faceva tanto di aiutare a tavola, di portare un piatto, un’idria,
sembrava che tenesse in mano un teschio nudo
e che lo posasse tra le anfore. Nessuno piú si ubriacava”

Questo è un punto di non ritorno. La quarta dimensione. Il mito si estingue. Entra la vita con la sua pienezza ingombrante.

Dal 1990 Ghiannis Ritsos è quieto sotto la sua lapide di Monemvasià.
Di lui non restano statue. Forse gli anelli. Di certo le parole.
Dicono che le donne di Tracia decapitarono il poeta Orfeo.
Ne inchiodarono la testa sulla cetra e l’abbandonarono alle onde. Il vento faceva vibrare le corde canore. Palpebre chiuse, nel volto sbiancato del poeta. Ma la lingua continuava a ritmare gli esametri sonanti.

Ezio Savino, dall’introduzione a «Ghiannis Ritsos, Quarta Dimensione», Crocetti Editore, 2020

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