Una vetta – Diego Valeri

Donata Wenders, Untitled I, 2002

 

Eran disciolti veli di diafana bianchezza,
lievi come respiro, che passavano via,
sfiorando nevi e rocce d’una breve carezza
e subito svanendo nell’azzurra chiaría.

Nebbie del piano ardente, che il gran vento del mare
recava su le vette… Ma nell’ora beata
io sentivo e vedevo angeli trasvolare
su la terra in offerta tutta al cielo levata:

ali ali ali vedevo apparire e sparire
sul mio capo, com’ombre di pura luce, e un canto
divinamente triste mi pareva d’udire
d’ogni parte fluire dentro il silenzio santo…

Oh, l’anima era sopra di sé, sopra la vita,
alta sul suo soffrire, come in un paradiso!
Alta sopra la stessa soavità infinita
delle tue mani, amore, posate sul mio viso.

Diego Valeri

daPoesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

L’aspro sapore del mare – Derek Walcott

Emil Nolde, Mare al crepuscolo, acquerello su carta, s.d.

 

Quella vela piegata alla luce,
stanca d’isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l’Egeo;
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l’aspro livore della vecchiezza,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare,
da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell’esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore 

∗∗∗

Sea Grapes

That little sail in light
which tires of islands,
a schooner beating up the Caribbean

for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean,
that father and husband’s

longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry;

This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same

for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy lost its old flame,

and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose ground-swell the great hexameters come
to the conclusions of exhausted surf.

The classics can console. But not enough.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Prima che asciughino quei due o tre baci – Jaroslav Seifert

Foto di Josephine Cardin

 

Prima che asciughino quei due o tre baci
sulla fronte
             e qui e lí,
ti chinerai per bere
acqua d’argento dallo specchio,
e se nessuno ti starà a guardare
ti toccherai le labbra con la bocca.

C’è un tempo in cui piú svelto delle dita
che lo scultore passa sulla creta
il sangue impaziente ti modella
il corpo dal di dentro.

Forse stringerai tra le dita
i tuoi giovani capelli
e li solleverai sopra le spalle
perché somiglino piuttosto ad ali,
e davanti a loro prontamente correrai

               dove proprio davanti agli occhi
e sul fondo estremo dell’aria
sta il grande, erto, conturbante
e dolce nulla,
             che splende.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La colata delle campane” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Dříve než oschne těch pár polibků

Dříve než oschne těch pár polibků
na čele
             a tu a tam,
schýlíš se, aby ses napila
stříbrné vody zrcadla,
a nebude-li se nikdo dívat,
dotkneš se rty svých úst.

Je čas, kdy rychleji, než běží prsty
po sochařské hlíně,
nedočkavá krev ti modeluje
tvé tělo zevnitř.

Možná, že uchopíš do dlaní
své mladé vlasy
a pozvedneš je nad ramena,
aby se podobaly spíš dvěma křídlům,
a rozběhneš se prudce před nimi
až tam,
              kde blízko před očima
a hluboko až na dně vzduchu
je veliké, strmé, znepokojující
a sladké nic,
              které se třpytí.

 Jaroslav Seifert

da “Odlʹevʹanʹi zvonů”, Ceskoslovensky spisovatel, 1967

«Io lo ricordo, amata, io lo ricordo» – Sergej Aleksandrovič Esenin

Stephen Haweis, Mina Loy, Paris, 1905

 

Io lo ricordo, amata, io lo ricordo,
Lo splendore dei tuoi capelli;
Non fu allegra vicenda, né leggera,
Per me l’abbandonarti.

Delle notti autunnali mi ricordo,
Del murmure nell’ombra di betulle:
E se allora più corti erano i giorni,
Più a lungo dava luce a noi la luna.

Ed io ricordo che tu mi dicevi:
«Questi anni azzurri se ne andranno via,
E tu, mio amato, dimenticherai,
Per sempre, per un’altra».

Ma oggi il tiglio che va rifiorendo
Di nuovo ha ricordato ai sentimenti
Come teneramente cospargevo
A quel tempo i tuoi riccioli di fiori.

E il cuore, non disposto a raffreddarsi,
E amando un’altra con malinconia,
Va ricordando con quell’altra te,
Come un lungo racconto prediletto.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1925]

(Traduzione di Giuseppe Paolo Samonà)

da “S. A. Esenin, Poesie”, Garzanti Editore, 1981

∗∗∗

«Я помню, любимая, помню»

Я помню, любимая, помню
Сиянье твоих волос.
Не радостно и не легко мне
Покинуть тебя привелось.

Я помню осенние ночи,
Березовый шорох теней,
Пусть дни тогда были короче,
Луна нам светила длинней.

Я помню, ты мне говорила:
«Пройдут голубые года,
И ты позабудешь, мой милый,
С другою меня навсегда».

Сегодня цветущая липа
Напомнила чувствам опять,
Как нежно тогда я сыпал
Цветы на кудрявую прядь.

И сердце, остыть не готовясь
И грустно другую любя,
Как будто любимую повесть
С другой вспоминает тебя.

Сергей Александрович Есенин

da “Собрание стихотворений”, Volume 4, Гос. изд-во, 1926

«Perché cosí cattivi con gli alberi?» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Dirk Wüstenhagen

 

28.

Perché cosí cattivi con gli alberi?
Coi tronchi tremanti che avanzano a quattro zampe,
con le foglioline malate che vi leccano le mani,
coi ramoscelli scodinzolanti?
Oh, non dico che la vita sia sempre
la marcia nuziale di Mendelssohn,
ma la colpa non è degli alberi.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976