Addio a una vista – Wisława Szymborska

Eddie Kuligowski, Couple, 1978

 

Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sull’acqua
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva d’un certo lago
è rimasta – come se tu vivessi ancora –
bella com’era.

Non ho rancore
contro la vista per la vista
sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino ad immaginare
che degli altri, non noi,
siedano in questo momento
su un tronco rovesciato di betulla.

Rispetto il loro diritto
a sussurrare, a ridere
e a tacere felici.

Suppongo perfino
che li unisca l’amore
e che lui la stringa
con il suo braccio vivo.

Qualche giovane ala
fruscia nei giuncheti.
Auguro loro sinceramente
di sentirla.

Non pretendo alcun cambiamento
dalle onde vicine alla riva,
ora leste, ora pigre
e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla
dalle acque fonde accanto al bosco,
ora color smeraldo,
ora color zaffiro,
ora nere.

Una cosa soltanto non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza –
ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Pożegnanie widoku

Nie mam żalu do wiosny,
że znowu nastała.
Nie obwiniam jej o to,
że spełnia jak co roku
swoje obowiązki.

Rozumiem, że mój smutek
nie wstrzyma zieleni.
Źdźbło, jeśli się zawaha,
to tylko na wietrze.

Nie sprawia mi to bólu,
że kępy olch nad wodami
znowu mają czym szumieć.

Przyjmują do wiadomości,
że – tak jakbyś żył jeszcze –
brzeg pewnego jeziora
pozostał piękny jak był.

Nie mam urazy
do widoku w widok
na olśnioną słońcem zatokę.

Potrafię sobie nawet wyobrazić,
że jacyś nie my
siedzą w tej chwili
na obalonym pniu brzozy.

Szanuję ich prawo
do szeptu, śmiechu
i szczęśliwego milczenia.

Zakładam nawet,
że łączy ich miłość
i że on obejmuje ją
żywym ramieniem.

Coś nowego ptasiego
szeleści w szuwarach.
Szczerze im życzę,
żeby usłyszeli.

Żadnej zmiany nie żądam
od przybrzeżnych fal,
to zwinnych, to leniwych
i nie mnie posłusznych.

Niczego nie wymagam
od toni pod lasem,
raz szmaragdowej,
raz szafirowej,
raz czarnej.

Na jedno się nie godzę.
Na swój powrót tam.
Przywilej obecności –
rezygnuję z niego.

Na tyle Cię przeżyłam
i tylko na tyle,
żeby myśleć z daleka.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a5, Poznań 1993 

Vola alta, parola… – Mario Luzi

Foto di Josef Sudek

 

Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…

La cosa e la sua anima? o la mia e la sua sofferenza?

Mario Luzi

da “Tutto perso, tutto parificato?”, in “Per il battesimo dei nostri frammenti”, 1978-1984, Garzanti, 1985

Un uomo di parole – John Ashbery

John Ashbery

 

Il suo caso suscita interesse
ma scarsa simpatia; è più piccolo
di quanto non sembrasse a prima vista. Che contributo
dà la prima ortica se ciò che cresce
diventa uno sketch? Tre lati conchiusi,
il quarto aperto all’erosione delle intemperie,
uscite ed entrate, gesti intesi in modo teatrale
a interrompere ripetutamente come malerbe piegate su se stesse
mentre il giardino si satura di neve?
Ah, ma si sarebbe trattato di un altro, ben altro
spettacolo, non del sapore metallico
che ho in bocca mentre distolgo lo sguardo, densità nera come polvere infume
negli angoli in cui continua lo scrivere d’erba,
Rosarossa in luoghi inusitati come la pressione
di dita su un libro chiuso di scatto all’improvviso.

Quelle intricate versioni del vero vengono
sbrogliate, i ringhiosi grovigli estirpati
e sparpagliati. Dietro la maschera
permane una comprensione continentale
del bello, che s’appalesa di rado e quando lo fa già
muore sulle ali del vento che l’ha portato sulla soglia
della parola. Racconto consunto dal raccontare.
Tutti i diari s’assomigliano, limpidi e gelidi, con
la prospettiva di un gelo interminabile. Vengono collocati
in orizzontale, paralleli alla terra,
come i morti che non ci intralciano. Giusto il tempo di rileggere
e il passato ti scivola tra le dita, augurandosi che tu sia con lui.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

A man of words

His case inspires interest
But little sympathy; it is smaller
Than at first appeared. Does the first nettle
Make any difference as what grows
Becomes a skit? Three sides enclosed,
The fourth open to a wash of the weather,
Exits and entrances, gestures theatrically meant
To punctuate like doubled-over weeds as
The garden fills up with snow?
Ah, but this would have been another, quite other
Entertainment, not the metallic taste
In my mouth as I look away, density black as gunpowder
In the angles where the grass writing goes on,
Rose-red in unexpected places like the pressure
Of fingers on a book suddenly snapped shut.

Those tangled versions of the truth are
Combed out, the snarls ripped out
And spread around. Behind the mask
Is still a continental appreciation
Of what is fine, rarely appears and when it does is already
Dying on the breeze that brought it to the threshold
Of speech. The story worn out from telling.
All diaries are alike, clear and cold, with
The outlook for continued cold. They are placed
Horizontal, parallel to the earth,
Like the unencumbering dead. Just time to reread this
And the past slips through your fingers, wishing you were there.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Aspetta che scenda la temuta notte – Antonella Anedda

Katia Chausheva, Les fleurs d’hiver

 

Aspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce dal crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verità di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura – un acro di deserto.

Sopporta i tuoi pensieri dentro il buio
che avanzino in fitte di memoria.
Puoi schierarli fino a crinali di spavento
fissarli vacillare quando la pianura si oscura
attenderne il ritorno ora che il cane tace
e la mente si spegne
per un attimo forma senza male
anima del geranio
teso sulla ringhiera.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Voglio sapere – Vicente Aleixandre

Foto di Peter Coulson, 2015

 

Dimmi il segreto della tua esistenza;
voglio sapere perché la pietra non è piuma
e non è il cuore un delicato albero,
perché la bimba che muore là tra due vene-fiumi
non scorre verso il mare come tutti i vascelli.

Voglio sapere se il cuore è una pioggia o un confine,
quel che resta da parte quando due si sorridono,
o è solo la frontiera tra due mani recenti
che stringono una pelle calda che non divide.

Fiore, dirupo o dubbio, o sete o sole o sferza:
non è che uno il mondo, la palpebra e la riva,
come l’uccello giallo che dorme tra due labbra
quando penetra l’alba con fatica nel giorno.

Voglio sapere se un ponte è ferro o desiderio,
l’unione cosí ardua di due carni segrete,
quanto divide due petti toccati
da una freccia nuova scoccata di tra il verde.

Muschio o luna è lo stesso, quello che non sorprende,
l’indugiata carezza che notturna percorre
i corpi come piuma o labbra che ora piovono.
Voglio sapere se il fiume da se stesso va lungi
stringendo silenzioso alcune forme,
cateratta di corpi che come spuma s’amano,
finché giungono al mare del piacere concesso.

I gridi sono stecchi di fischio, conficcati,
disperazione viva che vede brevi braccia
levate verso il cielo in supplica di lune,
teste dolenti che lassú dormono, vogano,
senza respiro, simili a lamine offuscate.

Voglio sapere se la notte vede
corpi bianchi di tela giacenti sulla terra,
false rocce, cartoni, fili, pelle, acqua quieta,
uccelli come stampe disposte contro il suolo,
o rumori di ferro, bosco vergine all’uomo.

Voglio sapere altezza, mare vago o infinito;
se è il mare l’occulto dubbio di cui m’inebrio
quando il vento trasporta tessuti trasparenti,
avori, pesi, ombra, prolungate bufere,
il viola prigioniero che laggiú si dibatte
invisibile, o muta di dolcissime insidie.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Quiero saber

Dime pronto el secreto de tu existencia;
quiero saber por qué la piedra no es pluma,
ni el corazón un árbol delicado,
ni por qué esa niña que muere entre dos venas ríos
no se va hacia la mar como todos los buques.

Quiero saber si el corazón es una lluvia o margen,
lo que se queda a un lado cuando dos se sonríen,
o es sólo la frontera entre dos manos nuevas
que estrechan una piel caliente que no separa.

Flor, risco o duda, o sed o sol o látigo:
el mundo todo es uno, la ribera y el párpado,
ese amarillo pájaro que duerme entre dos labios
cuando el alba penetra con esfuerzo en el día.

Quiero saber si un puente es hierro o es anhelo,
esa dificultad de unir dos carnes íntimas,
esa separación de los pechos tocados
por una flecha nueva surtida entre lo verde.

Musgo o luna es lo mismo, lo que a nadie sorprende,
esa caricia lenta que de noche a los cuerpos
recorre como pluma o labios que ahora llueven.
Quiero saber si el río se aleja de sí mismo
estrechando unas formas en silencio,
catarata de cuerpos que se aman como espuma,
hasta dar en la mar como el placer cedido.

Los gritos son estacas de silbo, son lo hincado,
desesperación viva de ver los brazos cortos
alzados hacia el cielo en súplicas de lunas,
cabezas doloridas que arriba duermen, bogan,
sin respirar aún como láminas turbias.

Quiero saber si la noche ve abajo
cuerpos blancos de tela echados sobre tierra,
rocas falsas, cartones, hilos, piel, agua quieta,
pájaros como láminas aplicadas al suelo,
o rumores de hierro, bosque virgen al hombre.

Quiero saber altura, mar vago o infinito;
si el mar es esa oculta duda que me embriaga
cuando el viento traspone crespones transparentes,
sombra, pesos, marfiles, tormentas alargadas,
lo morado cautivo que más allá invisible
se debate, o jauría de dulces asechanzas.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, 1935