In quale bosco – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Il cielo era verde di freddo tra gli aghi dei pini
e qui non c’è nessuno, l’umido salito dalla neve
si intrama nell’odore dei vestiti bagnati
hai stretto per sempre il manico dell’ascia
all’altezza dell’intaglio, tre asterischi, le iniziali e una data
e la dignità delle tue mani si è svenata in dolcezza
adesso, tra la polvere e il dominio, dove hai incontrato
te stesso in chissà quale bosco dei miei occhi
quando ti sei voltato e mi hai detto, dio, quanto sole
cosí lontano, diverso, quanto ad uno ad uno i giorni
stringono il cuore e separano.

Pierluigi Cappello

da “I vostri nomi”, in “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Scolorimento – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Piú passa il tempo e piú ingrandisce il mare.
Contemporaneamente perde i suoi colori.
Le cime si spezzano a una a una. Innumerevoli ancore
arrugginiscono sulla terraferma. Quella che chiamavamo
libertà, che non fosse la perdita? E che non sia
la perdita l’unico guadagno? Dopo
né perdita né guadagno. Niente. Le luci
della dogana e della taverna sul mare spente.
Solo la notte con le stelle false.

Ghiannis Ritsos

Kalamos, 10.X.82

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

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’Αποχρωματισμός

Χρόνο τό χρόνο μεγεθύνεται ή θάλασσα.
Χάνει ταυτόχρονα τά χρώματά τηζ·
Τά σκοινιά κόβονται ίνα ένα. Πλήθος άγκυρες
σκουριάζουν στη στεριά. Αύτό που ονομάζουμε
έλευθερία, μήπως ήταν ή απώλεια; Καί μήπως
ή άπώλεια τό μόνο κέρδος; “Υστερα
ούτε άπώλεια ούτε κέρδος. Τίποτα. Τά φώτα
του τελωνείου καί τής ναυτικής ταβέρνας έσβησαν.
Μονάχα ή νύχτα μέ τά κάλπικα άστρα της.

Γιάννης Ρίτσος

Κάλαμος, 10.Χ.82

da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Sessant’anni dopo – Derek Walcott

John Loengard, Hand of Georgia O’Keeffe

27

Dalla mia sedia a rotelle nella lounge della Virgin a Vieuxfort,
ho visto, seduta sulla sua sedia a rotelle, la sua bellezza
curva come un fiore sgualcito, colei che in quanto
fuoco della mia giovinezza pensavo avrebbe assolto
il suo compito di restare aurea e bella e giovane per sempre,
mentre io invecchiavo. Era vecchia, col triplo mento, il suo sorriso
irresistibile irretito fra le rughe, ma per un istante
ho sentito tornare la febbre mentre, seduti, storpi,
odiavamo il tempo e la falsità dei convenevoli.
Onde minuscole si frangono ancora sul porticciolo di pietra
dove un barcaiolo mi lasciava nella pace arancione
del crepuscolo, mezzo secolo fa, forse più felice
perché eretto, lei timida come un daino, io perseguendo
una consumazione impossibile; chi ci conosceva sapeva
che non saremmo mai stati insieme, quantomeno non in piedi.
Ora i coltelli silenziosi dell’interfono ci trafiggono.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

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27.

Sixty Years After

In my wheelchair in the Virgin lounge at Vieuxfort,
I saw, sitting in her own wheelchair, her beauty
hunched like a crumpled flower, the one whom I thought
as the fire of my young life would do her duty
to be golden and beautiful and young forever
even as I aged. She was treble-chinned, old, her devastating
smile was netted in wrinkles, but I felt the fever
briefly returning as we sat there, crippled, hating
time and the lie of general pleasantries.
Small waves still break against the small stone pier
where a boatman left me in the orange peace
of dusk, a half-century ago, maybe happier
being erect, she like a deer in her shyness, I stalking
an impossible consummation; those who knew us
knew we would never be together, at least not walking.
Now the silent knives from the intercom went through us.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

«Hai un sangue, un respiro» – Cesare Pavese

Frederick C. Frieseke, Nudo alla luce screziata del sole, 1915

 

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano –
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano –
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte –
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

Cesare Pavese

21 marzo 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Una fanciulla – Rainer Maria Rilke

André Hachette, Jeune femme brune de profil, tête dans les mains, 1900 circa

   

   Una fanciulla emerse dall’estatico
consonare del canto e della lira.
Raggiò primaverile ne’ suoi veli:
e nell’orecchio mio, ebbe un giaciglio.

   In me adagiata, il sonno la recinse.
E tutto, fu in quel sonno. I prodigiosi
alberi, il dolce prato, i sensitivi
spazii remoti: ed ogni mio stupore.

   In Lei, dormiva il mondo. O Dio Canoro!
Cosí l’hai tu perfetta, che non brama piú
ridestarsi? Dal suo nascer, dorme.

   Quando morrà? Prima che taccia il canto,
trovami ancóra questo spunto! Dove
cadrà da me? Rispondi!… Una fanciulla…

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “I Sonetti a Orfeo” (1922), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

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I, 2

Und fast ein Mädchen wars und ging hervor
aus diesem einigen Glück von Sang und Leier
und glänzte klar durch ihre Frühlingsschleier
und machte sich ein Bett in meinem Ohr.

Und schlief in mir. Und alles war ihr Schlaf.
Die Bäume, die ich je bewundert, diese
fühlbar Ferne, die gefühlte Wiese
und jedes Staunen, das mich selbst betraf.

Sie schlief die Welt. Singender Gott, wie hast
du sie vollendet, daß sie nicht begehrte,
erst wach zu sein? Sieh, sie erstand und schlief.

Wo ist ihr Tod? O wirst du dies Motiv
erfinden noch, eh sich dein Lied verzehrte? –
Wo sinkt sie hin aus mir?… Ein Mädchen fast…

Rainer Maria Rilke

da “Die Sonette an Orpheus”, Insel-Verlag, Lipsia, 1923