Elogio alla durata – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

L’elogio della durata è
la condanna degli allibratori,
il purgatorio delle sale d’attesa,
la guerra di satelliti gravitazionali.
Polaroid di fontane ghiacciate, da
artefici ed inganni sono
spalmati sul dorso della realtà
sbattuta sulle nove colonne
del dramma quotidiano, mentre
la radio passa una canzone rivoluzionaria.
Messaggi in segreteria lasciati
a prendere polvere
fino ad esplodere di ricordi
con la memoria che
trabocca di dimenticanze.
Specchi, vetri e luci di Natale
appesi al labirinto delle idee,
un percorso di sopravvivenza all’amore
dove tutto si vince, quando
tutto sembra perso e
un folle all-in degli audaci
abbraccia la durata.

Thomas Amadei

18/02/21

In principio erano i viaggi – Diego Baldassarre

Foto di Donata Wenders

 

In principio erano i viaggi 
lunghi quanto la villeggiatura 
Mio padre alla guida  
col finestrino aperto  
e tu nei polmoni di noi tutti 
Non mi piacevi e ti odiavo 
con la gelosia di un figlio 
Lui pensava e parlava 
da solo ma mai solo: 
tu eri con i suoi pensieri adulti 
 
Il seguito lo conosci: una figlia 
gelosa dei nostri silenzi 
Una promessa di padre mai  
mantenuta (Prima)

Diego Baldassarre

da “Memorie di un tabagista”, Il Babi Editore, 2021

MEMORIE DI UN TABAGISTA,  Il Babi Editore, 2021
POSTFAZIONE
Parrebbe vinta la personale lotta dell’io poetico con il fumo (Ho smesso di fumare/ e cerco compagnia) tanto che l’esito viene da subito annunciato: Una promessa di padre mai/ mantenuta (Prima). In realtà il titolo della raccolta tiene all’àncora il disincanto (tabagista, non “ex” tabagista), ma non apro la questione su quanta verità ci sia nella finzione letteraria: poco importa, Memorie di un tabagista parla di poesia molto più che di sigarette.
L’andamento diaristico si sfrangia in un presente riflessivo e a-storico, il sonetto pare gettato a terra e ricomposto con le crepe, il disordine e i pezzi mancanti di un vaso rotto, un muro di Gaudí. Stesso effetto in dissolvenza la sostituzione del punto fermo con la spaziatura tra le strofe: il tempo sospeso di una boccata.
La sigaretta è il “tu” lirico, percepita fin dall’infanzia come una compagna che ha saputo farsi di volta in volta consolatrice, confidente, primo amore da minorenne, bacio, mancanza e ritorno, cenere sulle poesie, fumo su cui aleggiano parole.
Tornano le immagini de La sigaretta di Palazzeschi (da Via delle cento stelle) e la leggerezza delle spire della Aleramo (Fumo di sigarette, in Momenti), poesie nate in un’epoca all’oscuro degli effetti della nicotina, che da essa prendeva sollievo, intimità.
Allora perché mettere fine al rapporto? Causa apparente è la salute (Abbandonarti…/…/per amore salutista), e da qui muove il racconto doloroso. Il capitolo sveviano del Fumo è un paradigma capovolto: Zeno non è in grado di smascherarsi, l’autore invece rievoca la propria esperienza con l’amara lucidità di chi si rivede costruire patetici autoinganni (gomme alla nicotina, rolla per prendere tempo), affrontare la mancanza con gesti compensatori che riconosce, cedere (Eppoi sei tornata tenace brace/ del desiderio/ a spezzarmi il fiato) e riprovare.
La causa reale però dell’abbandono è un’altra, anch’essa una compagna: la poesia.
Sottesa sempre, fa capolino qua e là in una penna, un libro, ma si mostra in piena urgente luce nel nesso fra il primo e l’ultimo testo che chiudono ad anello la raccolta e la vita insieme.
La poesia è canto, un canto sottile, ripete Baldassare, melodia modulata dal mantice dei bronchi. Più che dell’inchiostro quindi il poeta ha bisogno del respiro: sgombrati i fumi del primo amore, inspira parole a pieni polmoni ed espira, spinge la fisarmonica con forza e solo ora origina il canto (I polmoni sono vitali/ è lì che nasce la parola).
Ecco il motivo vero, l’impossibile ricaduta.
Camilla Ziglia

Come foglia e albero – Moka

Foto di Moka

 

Non mi sono fermata per il timore
di perdere per strada quei pezzi
che, dentro me, s’erano rotti.
Come foglia d’autunno intrepida,
mi sono lanciata alla ricerca
dello sconosciuto che mi abita.
A tratti
sento l’aria umida
a tratti il nulla,
senza il calore e la linfa del mio albero.
Ma io sono quell’albero e
la mia corteccia è scavata già,
segnata dalle sconfitte e dalle rinascite.

Moka

22 novembre 2015

da “Difettosa”, silloge poetica – fotografica, Editore: Youcanprint, 2017

Moka, Difettosa, Editore: Youcanprint , 2017

Addio a Nausicaa – Piero Bigongiari

Édouard Boubat, Lella sur la plage, France

 

Credo di averti visto nella perdita
con un accento, penso, inobliabile.
(Ma si perde qualcosa nell’oblio
o si acquista qualcosa d’impensato
forse più che nel suo vano ricordo?).
Il fuoco che dilunga le tue rive
più e più si allontana entro di noi?
Chi scrive o pensa o solo anche ricorda,
come una corda d’arco che si tende
mette in contatto i propri estremi. Io credo,
proprio per non lasciarti, di averti
lasciata al tuo saluto più incerto,
più lontano d’ogni distanza, ed eri
a un passo da me, dal mio passo.
Sul chi vive è ormai solo il pensiero
che erto altro non scorge entro di sé
di più diviso di quanto più è prossimo,
anzi quasi lo stesso: è la lama
nella ferita, l’occhio nella brama,
che tiene unito quanto si allontana,
labbra già sanguinanti del silenzio
che s’infebbra e le screpola. È l’addio.

Scruta il mare il nocchiero e non sa
se temere che l’orizzonte porga
altri approdi, o se desiderarli.
Vidi in città nebbiose ardere un raggio
di sole.  Era il tuo sguardo? O forse era
quanto già visto che nell’invisibile
penetrava per me. Che devo dirti,
amata, che l’amore è sempre a mezzo
e sempre estremo? Il remo che ora sciacqua,
nell’acqua glauca della mente esplora
con più forza l’aurora in cui si scioglie
a poco a poco il calore del sole.

Mi volto, posso ormai voltarmi in giro,
ma altro non ammiro che il silenzio
in cui, appena sorge, la parola
abbandona il purpureo rumore
in cui cerca il tuo nome. Ormai lo ignoro,
ove non sia, fluttuante, l’ugola
del mare a suggerlo in un singhiozzo.
Io so tutto di te, o almeno credo,
perché più nulla so di te, né mai
ho saputo oltre il tuo sorriso, il lieve
arcuarsi delle labbra: la parola
era inutile, quella sola ch’io
attendevo da te, altro non era
che il chiudersi della viola quando il sole,
questo che vedo qui sulle onde spremere
i suoi ultimi raggi, allontanava
dalla felicità il proprio gemito.

Ritornerai nelle tue stanze, avrai
quel sorriso da donare a qualcuno.
Ma io sarò dietro le tue porte uno
che non vi è, il sospiro del vento.
Premerai con dolcezza più ostinata
quelle ante prima di spalancarle.
Il biancospino lì lieve si arrampica
dal più alto gradino su se stesso
e si ritorce: breve è lo spazio
in cui si espande e fiorisce; è anche dire
che solo nel più espanso si nasconde
più a fondo intrattenibile ogni impulso.
Terribile è il mistero dell’oblio,
ma trepido come la felce dietro cui
ti vidi la prima volta apparire.

Piero Bigongiari

3 maggio – 27 novembre ’90

da “La legge e la leggenda” (1986 – 1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Nàufraghi – Antonia Pozzi

Nicolas Henri, Eternal, 2008

 

Nàufraghi sugli scogli
ognuno narra
a sé solo – la storia di una dolce casa
perduta,
sé solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare –

Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

Antonia Pozzi

19 dicembre 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964