Il porto – Antonia Pozzi

Arnold Böcklin, Ruine am Meer, 1880

 

Io vengo da mari lontani –
io sono una nave sferzata
dai flutti
dai venti –
corrosa dal sole –
macerata
dagli uragani –

io vengo da mari lontani
e carica d’innumeri cose
disfatte
di frutti strani
corrotti
di sete vermiglie
spaccate –
stremate
le braccia lucenti dei mozzi
e sradicate le antenne
spente le vele
ammollite le corde
fracidi
gli assi dei ponti –

io sono una nave
una nave che porta
in sé l’orma di tutti i tramonti
solcati sofferti –
io sono una nave che cerca
per tutte le rive
un approdo.
Risogna la nave ferita
il primissimo porto –
che vale
se sopra la scia
del suo viaggio
ricade
l’ondata sfinita?

Oh, il cuore ben sa
la sua scia
ritrovare
dentro tutte le onde!
Oh, il cuore ben sa
ritornare
al suo lido!

O tu, lido eterno –
tu, nido
ultimo della mia anima migrante –
o tu, terra –
tu, patria –
tu, radice profonda
del mio cammino sulle acque –
o tu, quiete
della mia errabonda
pena –
oh, accoglimi tu
fra i tuoi moli –
tu, porto –
e in te sia il cadere
d’ogni carico morto –
nel tuo grembo il calare
lento dell’ancora –
nel tuo cuore il sognare
di una sera velata –
quando per troppa vecchiezza
per troppa stanchezza
naufragherà
nelle tue mute
acque
la greve nave
sfasciata –

Antonia Pozzi

20 febbraio 1933

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Shemà – Primo Levi

 

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

             Considerate se questo è un uomo
             Che lavora nel fango
             Che non conosce pace
             Che lotta per mezzo pane
             Che muore per un sì o per un no.
             Considerate se questa è una donna,
             Senza capelli e senza nome
             Senza più forza di ricordare
             Vuoti gli occhi e freddo il grembo
             Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

10 gennaio 1946

da “Ad ora incerta”, Garzanti Editore, 1984

Osservazioni sulle notti d’agosto a Petřín – Angelo Maria Ripellino

Josef Sudek, Prague Garden & Petřín Hill, circa 1969

 

La luna è velata di garza,
si spegne su Petřín un giardino di rose;
muore ogni rosa su un piatto di spine.
Triste, come una vecchia ballata sui topi e sul frumento,
sino alla cìntola immersa nel fiume
piange, senza sollievo, la città sdentata.
Laggiù, all’orizzonte, il Cigno Bianco,
in punta di piedi su un tetto,
divampa come salnitro.
Sui viottoli fioriti il vento spinge
i nostri occhi, granelli di papavero.
Ahimè, le pupille in un pozzo di luce,
gli occhi che punge un diluvio di rose!

Angelo Maria Ripellino

da “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

Bowling dei fiori – Milo De Angelis

Foto di Mark Kauffman

 

Tra gli infiniti luoghi della sera, torni qui, con il passo
brancolante e l’estremo di te stesso, torni come una falena
attratta dalle voci confuse dei giocatori, torni
e ti getti tra i numeri, afferri la boccia con tre fori,
infili il pollice e l’ultima falange del medio e dell’anulare,
avambraccio teso, polso diritto, gambe unite, guardi laggiù
il triangolo ammaliante dei dieci birilli,
cammini sulla pista oliata, cammini e qualcuno ti chiama
Lebowski, il grande Lebowski, qualcuno sussurra
adesso devi restare, devi restare, devi dare alla notte
la sua dizione più precisa, devi condurre il mondo intero
in queste vetrate, giungere al cuore del punteggio
con il gioiello della mano destra, devi
giungere a trecento, questo è il numero sancito.

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2021

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra – Alfonso Gatto

Mario Giacomelli, da Carolin Branson, 1971-1983

 

Soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra,
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.

Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…

Forse è più dolce piangermi che avermi.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973