Vorrei scrivere – Angelo Maria Ripellino

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Vorrei scrivere un poema che somigliasse
a una grande città, tutto strade e cortili,
un plesso di viuzze, viadotti, angiporti e crocicchi,
un poema da potervi passeggiare
con giardini da cogliervi fiori,
con piazze in cui i vecchi bevessero il sole.
Un poema da sfilarvi con la musica,
da appendervi bandiere, un labirinto
di insegne e di vetrine. E ad ogni strada
vorrei dare il cognome d’un coleottero.
Un poema con piccole case costruite
di mollica e smeraldi, con luoghi
di cui una guida spiegasse la storia
a torpide frotte di ottusi turisti.
Questo (direbbe) è un verso-cattedrale
dalle vetrate di sontuose immagini,
e questo è un vicolo cieco, in cui il poeta
ha raccolto le briciole e i residui.
E queste le muffe di logore sillabe,
i ruderi d’un fraseggiare barocco,
gli orpelli, le spoglie, le scaltre finzioni,
di cui vorrebbe adesso liberarsi,
per essere semplice come l’amore.

Angelo Maria Ripellino

da “Versi inediti e rari”, in “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

Vorrei scrivere. In «Tempo presente», n.9-10, settembre-ottobre 1960, p. 661.

«Nella mia tristezza entravano masnade» – Angelo Maria Ripellino

Oskar Schlemmer

 

39.

Nella mia tristezza entravano masnade
di pierrots, di pagliacci, di stracci sgargianti,
ma soprattutto ragazze dal muso di topo,
argentee donnine di pasta lunare,
gentiluzze con occhi come bragia di fuoco,
desiderabili, desiderabili.
«Fedeltà» è una parola che trasciniamo a fatica,
bruciata come il legno di una chitarra zigana:
senza la mia unica donna mi mancava la vita,
ma le altre, tuffolotte, premevano con sguardi succhiosi
e con popolline mature, bramose di darsi buon tempo.
Ecco Violante tra i capelli di rame di un fràssino
in un caffè di Kufstein, ma frenetiche turbe
di claudicanti vecchiacce sbucate da tane di tassi,
con ricciolini e cappelli a cloche, Dio ci salvi,
dimenando un nodoso Alpenstock, mi garrivano:
«Stop, torna subito dalla tua unica! ». E le Alpi
azzurre ripetevano: «Fedeltà! », come corvi.
E se Aquilia Zborowska dai guanti glacés fino al gomito
e dal collo lungo lunghissimo mi accarezzava le mani,
chiamandomi: «Dolce mia fiamma», «Idol mio»,
di colpo la gaglioffesca fanfara di pece dei corvi:
«Non si può. Non si deve.
Dove vai? Dove corri?
Parlane prima con Modigliani».
Dicono che la vita sia breve
e che il poeta sia un impostore,
ma è bello che mille occhi di donne
come semi di mele scintillino
dai margini verdi della città del tuo cuore.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

«Sono uno zolfanello, ardo di botto» – Angelo Maria Ripellino

Brett Weston, Untitled, 1951

24.

Sono uno zolfanello, ardo di botto,
in un prestissimo consumo il mio dappoco.
Che brillío, che impostura, che giuoco,
ma quanta fatica, mio Signore, c’è sotto.

Quanto si soffre a sgombrare
la massa ingorda dei detriti,
che ti sviolinano intorno incalliti
come donne di malaffare.

Quanta smaniosa tensione
per affrancarsi dai lacci
dei tenaci svolazzi, dall’infezione
di ignobili croste e di stracci.

Sono uno zolfanello, ardo in un lampo,
ma prima quanti mucchietti rachitici
ha scavato la talpa nell’umido campo,
nel fetido intrico delle radici.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

«Un ruscello montano si contorce» – Angelo Maria Ripellino

Josef Sudek, Untitled, 1922

Josef Sudek, Untitled, 1922

 

Un ruscello montano si contorce,
gelida lucertola di vetro.
E le colline sono ricoperte
d’una pellegrina arlecchinesca.
Stanca luce d’ottobre. Il sole diafano
ammicca come un fantoccio di paglia.
Gli alberi dalla parrucca rossastra
stendono al vento camicie giallicce.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di scaglie di pesce
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Il paesaggio s’infila nei tunnel
come dentro una camera oscura,
per uscirne stillante di colori.
Faggi vinosi, betulle giallicce
sprizzano dalla terra come fiamme
di un estremo fuoco d’artifìcio.
Sale asmatico il treno nella chiara,
cristallina giornata di ottobre.
Piccole foglie pendono dai rami
come gocciole gialle, come lacrime
sotto le nere nuvole di fumo
d’una stanca, stridente vaporiera.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di nastrini d’oro
giunge, mesto, un mazurek di Chopin.

Prima di Leoben, a destra del treno,
con le sue mani rossicce la luna
carezza la schiena felpata dei monti.
Una corrente di notturno gelo
soffia dentro l’imbuto del vagone.
Si rattrista lo sguardo, si frantuma
nelle luci luttuose dei villaggi
e nei vacillanti barlumi
che i vagoni gettano sui campi.
Come un’onda nebbiosa sul cuore,
dissolvendosi come nell’acqua,
con un costume di raggi di luna,
soffocato dal rombo delle ruote
piange e implora un mazurek di Chopin.

Angelo Maria Ripellino

da “Versi inediti e rari”, in “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

 

«È tardi per i sogni, spunta l’alba» – Angelo Maria Ripellino

Řevnice

 

È tardi per i sogni, spunta l’alba,
si spegne il gocciolìo della fontana;
come su un flauto l’acqua si lamenta,
ora che il freddo la muta in cristallo.
Ritorno oggi dinanzi alla capanna.
Le lanterne cinesi erano buffe,
come cilindri ammaccati da un grassone,
la notte che leggemmo «Rudoarmějci».
E alle ore quattro, coi piedi nell’erba,
correva il treno dalla gola roca
sul terrapieno bianco di rugiada.
Lunga notte e frescura del fiume
e scintillìo di stelle su Řevnice,
uccelli pigri, erba gelosa, amore.

Angelo Maria Ripellino

da “Versi inediti e rari”, in “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

Ms., datato listopav [novembre] 1947. In «Idra», n. 1, 1990, p. 114