È tanto che non ti scrivo… – Angelo Maria Ripellino

Brett Weston, Washington Square, 1945

67.

È tanto che non ti scrivo. Non ho tue notizie. Ma sempre
spero che un giorno tu possa tornare
nella città che hai cantato.
Come stupide navi si dissolvono gli anni.
Io recito al Wolker. Sono serena. Il passato
lo tengo lontano, sui margini, come un intruso.
C’è solo un filo di ignobile malinconia,
che trapela talvolta di sotto una porta,
ma io riesco a tagliarlo, fingendomi ottusa
e decrepita come una mummia di Strindberg.
La primavera ha inondato di bionde forsythie
la piccola casa in cui vivo, in cui studio le parti.
Com’è duro parlarsi a distanza,
quando l’armadio del cuore
vorrebbe aprirsi in un fiotto di chiacchiere.
Eppure vedrai, se verrai: dopo secoli
non avremo che dirci, vi sarà solo un attònito,
goffo, appallottolato, bruciante silenzio.

Angelo Maria Ripellino

da “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

«Tra due-trecento anni la vita sarà migliore» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Anja Bührer

60.

Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala nel Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichío del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un réprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

«La volpe medica le sue ferite» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Brett Weston

9.

La volpe medica le sue ferite
con lacrime di làrice. E poi fugge.
Ma tu sei rimasto inchiodato dopo il Diluvio,
con occhi e ciuffo di gufo.
Tu pensi sempre al vistoso gilè di Majakovskij,
come a un attrezzo che possa proteggerti,
come allo strabico farsetto di una sequoia,
anche se fu un malfído talismano.
Qualcosa resiste oltre la brama del suicidio,
oltre la quotidiana sfiducia, − e la vita balbetta,
anche quando vien meno la voglia di vivere,
e i gesti diventano pigri e vischiosi,
ciò che suol dirsi: non posso inghiottire.
Eppure temo che tutto sia vano:
non finirà mai la violenza
sugli altri e su se stessi.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

«Pian piano anche tu ti sfilerai dalla stretta» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Josef Ehm

50.

Pian piano anche tu ti sfilerai dalla stretta
cruna della rivolta,
per diventare un vecchietto benpensante che sgretola
croste di massime ottuse, la stolta
avena del fastidioso Buon Senso.
Pian piano diverrai anche tu un oggidiano,
un arcisapiente melenso,
che fruga perdute felicità fra i detriti,
getterai gli spallacci dorati dell’arroganza,
tutte le obese spoglie dei miti,
sarai buffo sul làstrico verde,
sarai raggricchiato, minuscolo, nano
nella luce palustre della tua notte che avanza,
avrai tanto freddo, come Varsavia a novembre.

Angelo Maria Ripellino

da “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

«Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo» – Angelo Maria Ripellino

Rupert Vandervell, Man on Earth

2.

Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickería.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.

Angelo Maria Ripellino

da “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976