«La notte cade cieca» – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

La notte cade cieca
quando dal palcoscenico spettrale
il peso del cielo diventa insopportabile,
l’aria velata di quelle mancanze banali
che sottili si infilano furtive tra le rughe.

Pare che da un momento all’altro
tutto intorno possa crollare nell’angoscia.

Ho sentito tra le dita quanto
mi potesse mancare la tua mano,
non ti vengo a cercare e
nemmeno oggi ti ho voluto pensare.

Mi sento infinito sul tetto di questa notte
mentre lancio verso il tuo orizzonte
un accento d’amore a te,
nemmeno ricordo il sapore dei tuoi baci.

Thomas Amadei

23/03/2020

Confini – Antonella Anedda

 

L’ennesima notizia della strage arriva questa sera
nell’ora in cui messi gli ultimi panni in lavatrice
si scoperchiano i letti per dormire.
Sullo schermo del televisore unica luce nella stanza buia
scorrono visi morti e morti vivi, lampi di armi,
corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane.
La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla
ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia.
Ha inizio un assedio senza nome.
Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate
in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi
intenti a costruire le nostre piramidi di beni.

Antonella Anedda

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

«Barbara, creatura amata» – Roberto Carifi

Man Ray, Mary Gill, 1931

 

Barbara, creatura amata,
cos’è questa luce arata dal destino,
la trasparenza dove continuo a vederti,
che inchioda la mia anima al tuo viso?
Lo bacio nell’assenza, l’accarezzo
come nei sogni si sfiora il nostro desiderio,
quello che nella veglia si sottrae.
Se chiudo gli occhi
e vorrei soffocarmi nel cuscino
i tuoi si accampano nel sonno
e in questa specie di morte fanno il nido.
Al mio risveglio li ritrovo,
principio della luce.
Cosí, Barbara mia, i tuoi occhi
sono la notte e il giorno,
la mia fuga nei sogni e il mio ritorno.
Se non fossero lí, custodi del silenzio,
chi mai difenderebbe il labile confine
che sta tra il sonno e la mia fine?

Roberto Carifi

da “Amore e Destino e altre poesie”, Crocetti Editore, 1993

La malinconia del motociclista – Moka

Foto di Moka, scattata sul lungomare di Acitrezza nel 2014

 

Tu sai che i segreti si annidano sulle sponde della notte,
a te piace leggere poesia in piedi in cucina,
lasciare le cuffie nel letto e
gli oggetti nei posti più insensati,
immagino ancora i tuoi abbracci,
il tuo affidarti totalmente a me,
il tuo stringermi,
mentre la velocità faceva a brandelli la ragione
e l’istinto mangiava la strada.
Ora, di fronte al murmure del mare,
attendo un suggerimento per come reagire alla mia solitudine,
al fantasma di te che m’accarezza l’anima malinconica.
Il viaggio avrei voluto proseguirlo con te
perché il tuo abbraccio mi rendeva un eroe.

Moka

da “L’orso logorroico”, Editore: Youcanprint, 2016

IBS – L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016
Amazon L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016
Mondadori STORE – L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016
Unilibro – L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016
Libreria Universitaria – L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016
La Feltrinelli – L’orso logorroico, Editore: Youcanprint, 2016

«Le nostre anime dovrebbero dormire» – Antonella Anedda

Foto di Josef Sudek

I

Le nostre anime dovrebbero dormire
come dormono i corpi sottili
stare tra le lenzuola come un foglio
i capelli dietro le orecchie
le orecchie aperte
capaci di ascoltare. Carne
appuntita e fragile, cava
nel buio della stanza. Osso lieve.
Cosí la membrana stringe
la piuma alla spalla dell’angelo.

Trasparenti sono le orecchie dei malati
dello stesso colore dei vetri
eppure ugualmente sentono
il rullio dei letti
spostati dalle braccia dei vivi.
Alle quattro, nei giorni di festa
hanno fine le visite. Lente
le fronti si voltano verso le pareti.
Nei corridoi vuoti scende una pace d’acquario.
Luci azzurre in alto e in basso
sulla cima delle porte
sul bordo degli scalini.

Luci notturne.
I malati dormono gli uni
vicini agli altri posati
su letti uguali.
Solo diverso è il mondo
di piegare le ginocchia
se le ginocchia
possono piegare, diversa
l’onda delle loro coperte.
Pochi riescono ad alzarsi sulla schiena
come nelle malattie di casa
e ogni letto ha grandi ruote di metallo dentato
molle che di scatto
serrano il materasso
o di colpo lo innalzano.
Il letto stride, si placa.

Luci di Natale.
La corsia è una pianura con impercettibili tumuli.
Con quali silenziosi inchini s’incontrano i pensieri dei morti.

Luci d’inverno.
Nella sala degli infermieri luccicano carte di stagnola
l’odore del vino sale nell’aria.
Se i vivi accostassero il viso ai vetri appannati
se allungassero appena le lingue
il vapore saprebbe di vino.
C’è un attimo prima della morte
la notte gira come una chiave.
Quali misteriosi cenni fanno i lampioni ai moribondi,
quante ombre lasciano i corpi.

Le dieci. Sulla tovaglia un coniglio rovesciato di fianco
patate bollite, asparagi passati in casseruola.
Nella stanza regna una solenne miseria.

I vivi chiamano come da barche lontane.

Antonella Anedda

da “Residenze invernali”, Crocetti Editore, 1992