«Volevo che il mio amore non finisse» – Antonella Anedda

Foto di Katia Chausheva

 

Volevo che il mio amore non finisse
che resistesse intero – in disaccordo
perfino col ricordo e ignorasse il corpo
che da me si scostava
che ne ignorasse distanza e indifferenza
e fosse cosa mia doppiamente intrecciata
cesta di giunco e aria, cesta per acqua
forma che la mano conosce
e che la storia medita quando – così di rado
per questo raramente sacra – salva un bambino dal suo Nilo.
Così a volte fanno canestri i pazzi
per il silenzio – credo – che sale dagli spazi
per quella paglia
che le dita oscurano
per quel nodo terreno di aria e di materia.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Aspetta che scenda la temuta notte – Antonella Anedda

Katia Chausheva, Les fleurs d’hiver

 

Aspetta che scenda la temuta notte, che scompaia
la luce dal crepuscolo, e ruoti
la terra sul suo asse.
Questa è la verità di questa sera incerta
sui cespugli di acacie e sulle case
questa è la sua misura – un acro di deserto.

Sopporta i tuoi pensieri dentro il buio
che avanzino in fitte di memoria.
Puoi schierarli fino a crinali di spavento
fissarli vacillare quando la pianura si oscura
attenderne il ritorno ora che il cane tace
e la mente si spegne
per un attimo forma senza male
anima del geranio
teso sulla ringhiera.

Antonella Anedda

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli Poesia, 1999

Esilii – Antonella Anedda

Foto di Hengki Koentjoro

… plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.
TACITO, Historiae, I,2

 

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda, nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sí – sciogliersi nel sale.

Antonella Anedda 

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

Confini – Antonella Anedda

 

L’ennesima notizia della strage arriva questa sera
nell’ora in cui messi gli ultimi panni in lavatrice
si scoperchiano i letti per dormire.
Sullo schermo del televisore unica luce nella stanza buia
scorrono visi morti e morti vivi, lampi di armi,
corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane.
La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla
ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia.
Ha inizio un assedio senza nome.
Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate
in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi
intenti a costruire le nostre piramidi di beni.

Antonella Anedda

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

Sui vetri appannati dal freddo… – Antonella Anedda

Foto di Josef Sudek

II

Sui vetri appannati dal freddo passavano ombre confuse.
Nel cielo, oltre le case salivano fuochi d’artificio. Quando le
lancette degli orologi raggiunsero le dodici da uno dei letti
vicino alla finestra venne una breve risata infelice.

È scesa una notte orientale, si è incollata sui tetti
di colpo come nei presepi
da una fessura del cielo è precipitata la neve.
Davanti alla sponda dei letti sfilavano silenziose le renne
contro il legno degli armadi ardevano i fuochi dei Lapponi
fuori crepitavano rami e bottiglie
bruciavano alberi di Natale
legno e vetro segreto scintillío di carte.

È arrivato il Capodanno.
Noi abbiamo vegliato senza fatica,
semplicemente
la luna spezzava le travi
l’ombra di una calza velava il cortile
ogni lume era spento.

Gennaio lascia nelle isole
gusci di riccio sugli scogli
e tesa luce
sulle secche invernali.
Come una desolata corona di pietre
in un naufragio polare
lastre di granito e chiuse lapidi
nell’acqua e in terra
oltre il promontorio della Trinità
dentro il recinto del cimitero.

Vi chiedo coraggio, sognate
con la dignità degli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra dei fiocchi
e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.

Un filo d’acqua scende nel lavabo
il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.

La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.

Antonella Anedda

da “Residenze invernali”, Crocetti Editore, 1992