In principio erano i viaggi – Diego Baldassarre

Foto di Donata Wenders

 

In principio erano i viaggi 
lunghi quanto la villeggiatura 
Mio padre alla guida  
col finestrino aperto  
e tu nei polmoni di noi tutti 
Non mi piacevi e ti odiavo 
con la gelosia di un figlio 
Lui pensava e parlava 
da solo ma mai solo: 
tu eri con i suoi pensieri adulti 
 
Il seguito lo conosci: una figlia 
gelosa dei nostri silenzi 
Una promessa di padre mai  
mantenuta (Prima)

Diego Baldassarre

da “Memorie di un tabagista”, Il Babi Editore, 2021

MEMORIE DI UN TABAGISTA,  Il Babi Editore, 2021
POSTFAZIONE
Parrebbe vinta la personale lotta dell’io poetico con il fumo (Ho smesso di fumare/ e cerco compagnia) tanto che l’esito viene da subito annunciato: Una promessa di padre mai/ mantenuta (Prima). In realtà il titolo della raccolta tiene all’àncora il disincanto (tabagista, non “ex” tabagista), ma non apro la questione su quanta verità ci sia nella finzione letteraria: poco importa, Memorie di un tabagista parla di poesia molto più che di sigarette.
L’andamento diaristico si sfrangia in un presente riflessivo e a-storico, il sonetto pare gettato a terra e ricomposto con le crepe, il disordine e i pezzi mancanti di un vaso rotto, un muro di Gaudí. Stesso effetto in dissolvenza la sostituzione del punto fermo con la spaziatura tra le strofe: il tempo sospeso di una boccata.
La sigaretta è il “tu” lirico, percepita fin dall’infanzia come una compagna che ha saputo farsi di volta in volta consolatrice, confidente, primo amore da minorenne, bacio, mancanza e ritorno, cenere sulle poesie, fumo su cui aleggiano parole.
Tornano le immagini de La sigaretta di Palazzeschi (da Via delle cento stelle) e la leggerezza delle spire della Aleramo (Fumo di sigarette, in Momenti), poesie nate in un’epoca all’oscuro degli effetti della nicotina, che da essa prendeva sollievo, intimità.
Allora perché mettere fine al rapporto? Causa apparente è la salute (Abbandonarti…/…/per amore salutista), e da qui muove il racconto doloroso. Il capitolo sveviano del Fumo è un paradigma capovolto: Zeno non è in grado di smascherarsi, l’autore invece rievoca la propria esperienza con l’amara lucidità di chi si rivede costruire patetici autoinganni (gomme alla nicotina, rolla per prendere tempo), affrontare la mancanza con gesti compensatori che riconosce, cedere (Eppoi sei tornata tenace brace/ del desiderio/ a spezzarmi il fiato) e riprovare.
La causa reale però dell’abbandono è un’altra, anch’essa una compagna: la poesia.
Sottesa sempre, fa capolino qua e là in una penna, un libro, ma si mostra in piena urgente luce nel nesso fra il primo e l’ultimo testo che chiudono ad anello la raccolta e la vita insieme.
La poesia è canto, un canto sottile, ripete Baldassare, melodia modulata dal mantice dei bronchi. Più che dell’inchiostro quindi il poeta ha bisogno del respiro: sgombrati i fumi del primo amore, inspira parole a pieni polmoni ed espira, spinge la fisarmonica con forza e solo ora origina il canto (I polmoni sono vitali/ è lì che nasce la parola).
Ecco il motivo vero, l’impossibile ricaduta.
Camilla Ziglia

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