Una perdita – John Williams

Rudolf Bonvie, Dialog, 1973

 

Di notte quante volte ti ho chiamata,
voltandomi a cercare la tua carne, lì dov’eri
e ora non sei? Non c’è mano più cieca della mano
che non stringe chi vorrebbe avere;
dalle altre che incontrai ravviso la tua forma,
e sempre ti ritrovo in quell’assenza
che avverto in chi accarezzo ancora.

Quale anarchia d’istinti ci trattiene qui
poli dell’orbita celeste della giovinezza?
Più non ti trovo, lì dove sei andata
oltre zodiaci di trasformazioni, e il baratro degli anni.
Prima del mio pensiero ti alzi in volo, come dalla terra,
sfuggendo alla mia presa in quell’immenso
spazio senza tempo, remoto come il sonno,
dando al sentiero del mio povero pianeta incerto
un’altra traiettoria nella polvere
che eternamente vortica nel buio senz’aria.

Cara sconosciuta, ormai t’invoco carezzando
questa pelle estranea; t’invoco nel mio sonno,
e sogno che ti svegli al chiuso delle tenebre,
odi il mio grido muto e non disperi:
“O sognatore in quella casa strana, di te serbo
la parte che non sfugge a questa terra
e brilla nel midollo esangue delle ossa”;

– e poi ti riaddormenti,
sognando di fanciulli che non sono i miei.

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

∗∗∗

A Loss

How often have I called you out of night,
And turned to touch a flesh where you have been,
And are no longer? There is no hand so blind
As that which cannot hold what it would seek;
I tell your shape now by other shapes l’ve known,
And find you in that loss
Of which I am aware in whom I touch.

What lawlessness of instinct holds us here
Like poles that turn the planet of our youth?
I cannot trace you where you’ve gone
Through zodiacs of change, through the vaulting years.
Before my thought you fly, as if from earth,
Escaping my pull into the vast
And timeless place that is as far as sleep,
And give to my poor wobbling planet’s path
A new trajectory among the dust
That wheels forever in an airless dark.

Dear stranger now, I call you through
This stranger flesh I touch; I call you out of sleep,
And dream you start awake to the lidded dark,
Hearing my voiceless cry without despair;
“O dreaming one in your strange house, I keep
Some part of you that cannot slip my earth
Bright in the dying marrow of my bone”;

– And sleep again,
Dreaming of children that are not my own.

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965

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