Autostrada della Cisa – Vittorio Sereni

Foto di Gerard Laurenceau

 

Tempo dieci anni, nemmeno
prima che rimuoia in me mio padre
(con malagrazia fu calato giù
e un banco di nebbia ci divise per sempre).

Oggi a un chilometro dal passo
una capelluta scarmigliata erinni
agita un cencio dal ciglio di un dirupo,
spegne un giorno già spento, e addio.

Sappi – disse ieri lasciandomi qualcuno –
sappilo che non finisce qui,
di momento in momento credici a quell’altra vita,
di costa in costa aspettala e verrà
come di là dal valico un ritorno d’estate.

Parla così la recidiva speranza, morde
in un’anguria la polpa dell’estate,
vede laggiù quegli alberi perpetuare
ognuno in sé la sua ninfa
e dietro la raggera degli echi e dei miraggi
nella piana assetata il palpito di un lago
fare di Mantova una Tenochtitlán.

Di tunnel in tunnel di abbagliamento in cecità
tendo una mano. Mi ritorna vuota.
Allungo un braccio. Stringo una spalla d’aria.

Ancora non lo sai
– sibila nel frastuono delle volte
la sibilla, quella
che sempre più ha voglia di morire –
non lo sospetti ancora
che di tutti i colori il più forte
il più indelebile
è il colore del vuoto?

Vittorio Sereni

da “Stella variabile”, Garzanti, 1981

Una tomba per l’amore ucciso – Piero Bigongiari

Marcus Møller Bitsch

 

Chi ha nascosto qualcosa nell’evidenza?
Chi non ha scagliato la prima pietra?
Chi è senza peccato, il testimone
o il testimoniato?

                              Eppure senza
quella testimonianza, il reato
avrebbe la voce dell’innocenza.
Chi ha passeggiato, un giorno come questo
che la storia era solo un filo d’erba
spuntato tra il selciato, intorno a quello
che fu scritto illeggibile da tutti?
Il dito s’è rialzato come i flutti
amari del mare di Galilea:
pesantissimo è stato quello che non è stato
più di quello che è stato.

                                              Un fiotto ancora
del sangue del costato, sotto il sole,
fluttua purpureo come le viole
nel vento che ti accarezza il viso
in cui il sorriso erra dimenticato
del più incomprensibile perdono:
è l’atto più enigmatico del dono.
Chi è tra noi, chi si è allontanato?
Vive la santità grazie al peccato
o questo è un’inutile disgrazia?

Ma quale inopia più di questa sazia,
quale copia di quale sacrificio,
la misteriosa ira della storia?
Ogni storia è particola di un tutto,
un’ostia che attende quale lingua:
è Croazia, è il flutto che schiaffeggia
la mia terra natale così bassa
all’orizzonte che ritorna mare,
in cui quando vi torno non so andare
al di là di uno sguardo obliato.
(Sono sempre in ritardo su me stesso
o qualcosa scompare di me stesso
in un altro me stesso inattendibile,
in un me stesso ch’io non so più amare?).

La terra è così piccola – chi è stato
a ferire a morte anche l’amore? –
là dove Bosko, serbo innamorato,
e la piccola Admira musulmana,
abbracciati, in terra di nessuno,
giacciono morti. Chi potrà slacciarli,
dare una tomba all’amore ucciso?
Quale porta, di quale sacrificio,
s’è dischiusa, se non quella del sogno?
La parola che romba nell’orecchio
è quella del più antico maleficio,
ma di quale risveglio c’è bisogno?

Quel viso contro viso, quale bacio
– lì tra l’erba di un greto (è la storia
che appartiene a tutti e a nessuno?) –
è più intriso per noi di rimorso…
È stata fucilata la speranza?
Quale sforzo il dolore non sa fare
tra l’odio, il male e lì presso, dove…,
ma dove ha sede la felicità?
Quale cecchino sta a spiare, quale
risuscitato Caino, pronto
allo sparo, nascosto? Il testimone
del dolore del mondo ha cambiato
posto, non sa ormai più che sparare,
innamorare ormai solo la morte,
sventagliare nel mucchio l’innocenza,
il suo ghigno divenuto immonda
indifferenza tra il dire e il fare,
insofferenza tra il mezzo e il fine.

La vergogna del secolo non ha
nel dolore del secolo confine.
Là il rezzo della morte non ha fine.
Carezza dolce le chiome corvine
di Admira la morte innamorata,
molce il respiro spento in quelle labbra.
E io che ci sto a fare, alla mia rabbia
che cosa è rimasto da ammirare,
perduta in quale lebbra ogni bellezza,
in quale ebbro annaspare la carezza
che non sa più su qual volto posare
la sua stessa terribile tristezza.

Piero Bigongiari

24-26 maggio 1993

da “Nel centro oscuro dell’incandescenza”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

«Aveva, albero» – Mario Luzi

Dirk Wüstenhagen

 

Aveva, albero,
disobbedito alla sua norma,
                                      aveva
lui
tradito o altri
contrastato la sua forma,
deviato dal suo fine
                      la sua forza?
                                    E ora era
                                   deforme
per errore
o cattiveria
di chi? Si logora,
si imbroncia.
                    «Non piangere,
albero, non gemere»
                                   gli gridano
le rondini
nei tuffi e negli affondo
del loro mulinello. «C’è
un’armonia più estesa
e misericordiosa
che abbraccia anche il tuo sgorbio,
lo modula, lo lima,
                                       lo commisura
al suo perenne ritmo…»
Chi è, non è nessuno
ma c’è, onnipresente,
colui che raccoglie questo dialogo
e passa tra gli effimeri che passano
nel vento inesauribile del mondo…

Mario Luzi

da “Promenade humaine I”, in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999 

L’amica della sposa – Marcello Comitini

Dipinto di Beatrice Borroni

 

Parole strane tornano alla mente
nel silenzio delle pareti, nella luce
della stanza
e dalla strada al fuoco del rosso zafferano
s’insinua l’inquietudine
nelle ultime ore del meriggio.
Ah quel sorriso che t’attraversa gli occhi
lo sguardo tuo perduto
in un angolo d’azzurro.
Alla finestra il vento soffia cielo e sole
sul velo delle tende che si lanciano in volo
rapite dal suo fiato.
Tiepido carezza la tua pelle
e ti spinge intorno la veste trasparente
che al tuo ventre dona l’ombra di una foglia.
Ah quanta voglia
in me alimenta il vento
di stringerti abbracciarti che non ti porti via.
Tu sorridente ed io nuda nel mio timore
serro al mio petto muta
i miei efebici seni.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Sono uno zolfanello, ardo di botto» – Angelo Maria Ripellino

Brett Weston, Untitled, 1951

24.

Sono uno zolfanello, ardo di botto,
in un prestissimo consumo il mio dappoco.
Che brillío, che impostura, che giuoco,
ma quanta fatica, mio Signore, c’è sotto.

Quanto si soffre a sgombrare
la massa ingorda dei detriti,
che ti sviolinano intorno incalliti
come donne di malaffare.

Quanta smaniosa tensione
per affrancarsi dai lacci
dei tenaci svolazzi, dall’infezione
di ignobili croste e di stracci.

Sono uno zolfanello, ardo in un lampo,
ma prima quanti mucchietti rachitici
ha scavato la talpa nell’umido campo,
nel fetido intrico delle radici.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976