La notte viene col canto – Mario Luzi

 

La notte viene col canto
prolungato dell’assiuolo,
semina le sue luci nella conca,
sale per le pendici umide, trema
un poco. La forza in lunghi anni
acquistata a soffrire viene meno
e la piccola scienza si disarma,
il sorriso virile
non ha più la sua calma.

Tu chi sei
che aspettavi invisibile, appostata
a una svolta dell’età
finché fosse la tua ora? Ti devo
questo tempo di gratitudine
e d’altrettanto dolore.

Ed ora l’inquietudine s’insinua,
penetra queste prime notti estive,
invade il muro ancora caldo, segue
il volo delle lucciole sulle aie,
s’inselva nelle viottole ove a un tratto
nell’abbaglio dei fari la lepre saetta.

Cara, come ho potuto non intendere?
La vita era sospesa
tutta come questa veglia.
C’è da piangere a pensare
come ho sciupato questa lunga attesa
con tante parole inadeguate,
con tanti atti inconsulti, irreparabili,
e ora ferito dico non importa
purché il supplizio abbia fine.

«La salvezza sperata così non si conviene
né a te, né ad altri come te. La pace,
se verrà, ti verrà per altre vie
più lucide di questa, più sofferte;
quando soffrire non ti parrà vano
ché anche la pena esiste e deve vivere
e trasformarsi in bene tuo ed altrui.
La fede è in te, la fede è una persona».

Questa canzone non ha più parole.

Mario Luzi

1951

da “Appendice al quaderno gotico”, in “Mario Luzi, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

È mite il ghirigoro (pensato in disparte) – Mario Luzi

Laurie Steen

(pensato in disparte)

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

Mario Luzi

da “Temporada I”, in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999

Il pescatore – Mario Luzi

Florence Henri, Vue de ma fenêtre, 1935

 

Viene gente per acqua. Gente muta
rasenta le murate delle navi alla fonda,
si riscuotono all’urto dell’attracco.

                                                               Il soffio
di prima estate vola basso, sfiora
le tende, l’erba, eccita i capelli.
È l’alba ed è anche l’ora che si tirano le reti,
ora che in un brivido d’attesa
e d’incertezza luminosa guizza
di casa in casa, crea vuoti ed immagini
che se guardi da presso si dissolvono
rapidi sopra gli alberi e oltre i ponti.

Tempo sospeso ad alcunché tra oscuro
e manifesto quando pare certo
che il vero non sia in noi, ma in un segreto
o un miracolo prossimo a svelarsi,
tempo che illude gli uomini e se desta
speranza è la speranza di un prodigio.

L’inquietudine fa remote,
strane le ombre là sulla battigia
e sulla rena umida che scruto
tra queste antenne e questi alberi nani.

Perdonami, è parte dell’umano
cercare come fo in luoghi arcani
quel ch’è prossimo a noi umile e vero
oppure in nessun luogo. Tendo il viso,
seguo con gli occhi ansiosi il pescatore
mentre viene sul frangiflutti e reca
dal mare quel che il mare lascia prendere,
pochi doni, del suo perpetuo affanno.

Mario Luzi

1954

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, Venezia, 1957

«Ancora un po’ assonnata» – Mario Luzi

Foto di Katia Chausheva

 

Ancora un po’ assonnata
lei alza la serranda
ed ecco le si riempie
d’oro e d’aria
opalescente il vaso
della stanza. Oh mattino,
oh celeste tracotanza,
non travolgermi, non prendermi
di forza, non sono ancora pronta –
pensa e intanto lo sussurra
alla sua malsicura riluttanza –
                                                ti si oppone
il greve e l’ombra
della mia opacità
che la notte non ha arso
e il risveglio non ha sperso.
Ti prego, giorno nuovo,
vieni, ma vieni lentamente,
entra lentamente nella sostanza,
accendimi come una lampada,
così sarò votiva
come devo e come voglio
per te, per i miei simili,
per l’anima del mondo
che ci ospita, ci offende
e non poco ci conforta, noi sua parte.

Mario Luzi

da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999

Granisce nel suo apice oro-brace – Mario Luzi

Roberto Nespola, Perugia, agosto 2020

 

Granisce nel suo apice oro-brace
lei maturità
di fruge allo zenith dell’anno;
                                                                        flagra,
azzurro e suoi barbagli,
luglio, la gremita pigna
a picco sulla voragine.
                                                                         Siamo,
coro di cicale,
                                                              presi
noi pure in quell’ardore,
ci tiene
                                           la celestiale fabbrica
impaniati nel suo miele,
racchiusi nei suoi stampi.
Forse
nemmeno lo vorremmo, eppure
ci informa di sé, di sé ci brucia
estate la consustaziata carne,
ci mette nelle arterie luce,
ne espelle opacità,
tossici –
                                          o nuda
creatura che divampi
e canti il tuo plenario assenso
a non sai che – lo sa
però il tuo canto, lo reca in sé.

Mario Luzi

da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999