«a filo d’acqua intravedo» – Enrico Testa

Foto di Ansel Adams

 

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

Vedremo domenica – Milo De Angelis

Foto di Alex Pardi

 

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. È avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. È avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

*

Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
spazio assoluto di una lacrima. Un istante
in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
noi tra le ossa e l’essenza della terra.

*

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

*

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.

*

Non c’era più tempo. La camera era entrata in una fiala.
Non era più dato spartire l’essenza. Non avevi
più la collana. Non avevi più tempo. Il tempo era una luce
marina tra le persiane, una festa di sorelle,
la ferita, l’acqua alla gola, Villa Litta. Non c’era
più giorno. L’ombra della terra riempiva gli occhi
con la paura dei colori scomparsi. Ogni molecola
era in attesa. Abbiamo guardato il rammendo
delle mani. Non c’era più luce. Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa.

*

 Nell’estate del tempo umano, nell’ultima estate,
c’erano tutte le strade. La Prenestina
con le sue tangenziali raggiungeva il mare
di Taranto vecchia e i giardini di Porta Venezia,
geografia di unioni insperate, tempo che non si perde,
tutte le strade, tutti gli amori immersi in uno solo
e rinati, tutti i passi davanti al portone, gli sguardi
sul citofono, tutte le voci, gli accenti, le sillabe,
tu che uscivi sorridente con il tuo colbacco
e camminavi decisa verso un autobus.

*

C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.
Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo,
con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po,
il corpo vinto, il seno intravisto. È stato lì.
Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso
delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue
che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi
cercavano, nella materia inquieta, un’incisione.
Nel viso invecchiato di una donna, il mondo
intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte
e croce. Via degli smarriti. Compito scritto.

*

In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

*

Il luogo era immobile, la parola scura. Era quello
il luogo stabilito. Addio memoria di notti
lucenti, addio grande sorriso. Il luogo era lì.
Respirare fu un buio di persiane, uno stare primitivo.
Silenzio e deserto si scambiavano volto e noi
parlavamo a una lampada. Il luogo era quello. I tram
passavano radi. Venere ritornava nella sua baracca.
Dalla gola guerriera si staccavano episodi. Non abbiamo
detto più niente. Il luogo era quello. Era lì
che stavi morendo.

*
Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos
di lingue e colori, traumi e nuovi amori,
entra alla Bovisasca, spazza via il novecento
della solitudine maestra, del nostro verso
sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano
tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria
di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa,
guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario
dodici agosto, inizio a convocare le ombre.

Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza
di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo.
E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria
a tre secondi dalla fine. E Roberta
che ha dedicato la sua vita. E Giovanna,
in un silenzio di ospedali, quando il tempo
rivela i suoi grandi paradigmi.
“Torneranno vivi gli amori tenebrosi
che in mezzo agli anni lasciarono
una spina, torneranno, torneranno luminosi.”

Milo De Angelis

da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Le muraglie del mondo – Giancarlo Pontiggia

Foto di Boris Smelov

 

      Vicenda dopo vicenda
nella furia viola, nel delirio
dei giorni, s’imprime, sulla pelle
degli esseri del mondo, l’unghia

del tempo

   Stridono, le cose,
nella botola – scura – della materia,
oscillano

a un fiato di mondo

   E sei, e non sei, sei
dove non è che vita
prima, bollore

d’origine

   E dove guardi, non è memoria
ma ostinata volontà di essere
non nel nome, né nella gloria
di uno, ma del tutto
che ripiega, a notte, nel suo eremo
– cieco, torvo –

di nube

   E t’immoti, nel tuo ultimo qui
come nel primo, ti incateni
agli stupefacenti velami del mondo
– ori che razzano, ombre, lumi
di poco, nomi
che s’inabissano in altri nomi, sensi
petrosi, sepolti

in una voragine di fuoco

   E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

   Guardi, e temi
nello stridìo rigoglioso delle cose
che scrollano
da sé ogni nome

vibrano

s’impollinano, tumultuano
all’appello

di un ordine incessante

   Nell’ordine uncinato delle cose,
nel suo fulgore di fuoco e di vento
in ciò che è
e non è

impazzano

gli atomi della mente, nomi
infrazionabili

   Si liquefà, il pensiero
nel suo covo – altero, irreprensibile –

di bronzo lucente

   E affondi
sulla stadera del mondo
al flettersi di un ferro austero,
costante.

Pullula, tra i pesi del tempo,
una congerie di nomi

forme, stampi

   Vortica, l’infinitesima
frazione delle cose, folgora
come al tempo dei tempi

cognizione, talla, scura
deità

   E forzano i confini della mente,
giungono
al tempo che non consola

Necessità
li uncina, dal suo trono di nubi
perenni

Vacillano

   E invochi il giorno, il mese, l’anno
dei tuoi cominciamenti
spore, semi, stampi
del mondo che si ripete, incessante

e tremi

   E nessuno conosce il dopo,
non più del prima
e insorgono contro la fine
con litanie possenti,
con nomi

di fuoco

   Sopravvivono
nei semi dei semi
e della loro semenza, fino all’estremo
conflagrare di tutte

le cose

   Smottano
le muraglie del mondo

Natura,
salamandra possente, torce
la sua coda di tempo

fervido,
che ribolle

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

Arietta dei bambini – Maria Grazia Calandrone

Édouard Boubat, Madras, India, 1971



L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina. Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e piú niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore
sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e piú di me, come tutte le altre sulla terra: prendi, vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.

Maria Grazia Calandrone

13 ottobre 2008

da “Questo inestimabile nulla”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010

Coi denti macchiati d’inchiostro: fotografie – Elisa Biagini

(dialogo con Emily Dickinson)

la parola
silenzio ha
messo spine,
la sfiori
passando, ti
buchi le calze
a un suo
respiro.

un passo alla volta, per negazione,
segno il perimetro a questo nostro
campo di racconto – lettere dense da
reggere il vento dei suoni.

apri la finestra del polmone.

la sedia
rovesciata
per meglio copiare il
racconto di
luce, da sotto i
cassetti –

i capelli che sanno
di fiume.

ti gonfi d’ore,
trattieni il respiro –
capelli ovunque
magri come lettere

i fili tesi al pensarti,
dove inciampo.

tu racconti dell’erba
travolta, della piuma
incastrata alla
finestra, della pioggia
raccolta dentro
l’orecchio
(e il silenzio, qui
perde peso).

ti guardo, come
si guarda una casa
in fiamme. (mi
guardi, come si guarda
un fil di ferro
in un prato.)

respirano i
tuoi guanti
nel cassetto,
la maglia che
si tende alla
memoria –
la lampadina
e il suo
filamento.

soffia dalla
mattonella il vento
delle 3, sposta la
mano nello scrivere,
fa della gonna
una vela.

intrecciata alla federa,
siedo e taglio
le ore a fette sottili –
che durino.

smangiata,
quel troppo passare
lungo i muri per
cercare la porta –
grattugiata
(risèntiti, nell’osso
piú cavo).

con l’acqua dei
polmoni, annaffi
la gamba del
tavolo che
trema – il respiro
è di terra rivoltata.

le cose che cadono
dai libri –
un fazzoletto per
le unghie tagliate, tenuto
da un capello
lungo.

raggio di luna che
scardina il
cassetto, s’avvolge intorno
alla caviglia
(mi rimbocchi le
coperte per la notte –
la carta è ruvida e le
virgole pizzicano).

ti conti i
piedi cercando il
sonno al suono,
ascolti il pesce nell’
orecchio che traduce
l’acqua increspata
del bicchiere.

vicino alla prima
cervicale, dove
si salda il
pensare, sul
colletto, hai
ricamato l’alfabeto,
tutto.

quello che resta
è il calco del
respiro, il
morso che hai
dato all’aria
per tenerla.

la fronte appoggiata
nel buio, cuscino
striato d’inchiostro –
la rete d’acqua
dove rimbalzi
e poi ti alzi.

nella gola è lo specchio
d’olio, riflette la
parola senza
ruggine.

nell’acqua
alle caviglie
per lo specchio,
il polso, la
gola lasciati
distrattamente
aperti –
il coltello dei sogni
riluce.

unturned stone-
words – hair
stuck in a window.

conosci la misura
del respiro, il nodo al
fazzoletto, il peso
del tuo corpo
sulla soglia,

la lunghezza della
freccia nella
mano.

stamani c’è come
un gorgo nel bicchiere,
c’è l’acqua che
ti chiama al suo
deserto.

si addensa negli
angoli lo sguardo,
mercurio rotolato
dal termometro.

tiri via la tua
mano dall’
inverno e
ascolti lo
scricchiolio del
legno, parola
alla soglia.

il viso che decidi
d’ignorare, midollo
e neve insieme.
il mattino arriva
per caso, alla luce
del tuo stesso fuoco.

s’accende la
candela al
tuo voltarti –
hai spazzolato
il sonno dai
capelli (o
spazzolato dentro
il buio?)

c’è corrente
da sotto la porta,
il racconto della
polvere dietro,
dell’unica briciola
sul tavolo.

è sempre centro
lí, dove il
pensarti riscalda
la coperta del
risveglio.

scivola la carta
via dal palmo,
ti viene incontro
come tendine
slegato, ti si
cuce sul braccio.

resta intatto
l’oggetto che ti
sfiora: tu t’impigli,
ti sfili, illividisci,
t’intacchi di tempo
a ogni contatto –
polpastrelli imbevuti
di lava.

là rovina la
ruota dell’occhio,
inciampa nel
filo fattosi d’improvviso
scuro.

scrivi ai bordi,
per lasciare respiro
al tuo dire

fuoco spento ogni giorno
col latte.

sorridi
coi denti macchiati
d’inchiostro – sotto l’unghia
il nero della parola grattata
via oggi.

l’orecchio è l’ultimo
volto. poi ti seguo
con la candela all’
orizzonte, dove
ti bagni i piedi
nel buio.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014