Un’apparizione – Giancarlo Pontiggia

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

È notte, sei
tra le cose del mondo, le cose
solide, vaganti, che si sfanno
in altre cose: cose
su cose, nell’imo che fermenta,
e sprofondi
nella vita che è, nel tutto
che s’invasa in uno, prima
di sfarsi nel crivello della mente

stridi, becchi, blaterii
buchi di lingua, suoni
che si torcono, stipano,
si ammaccano
ed è lì, lei, fa un cenno
l’ombra funesta, troppo amata,
fa freddo, com’è troppa la stagione,
con che tenaglie stride, si torce, scuote

le lusinghe del mondo, «dov’è che sei?»
le chiedo, nel gelo
di biglia delle cose
«sei cosa o altro?», mentre delira
in delirio il mondo, si sfarina, ed io
«non ho tempo per questo
struggimento stupido, doloroso, di’

soltanto se sei o no»
ma lei: «di’ tu, piuttosto, di’
qualcosa che valga
per me, per noi, che ti guardiamo», e va
per una strada che non conosco, va, dove non è
altro che lei, che loro, lì, nella gran fossa

del firmamento algido, stipato
di roba ultima, vagante, «di’, se sai, qualcosa
che valga la pena», continua
stridendo come una stupida
ferraglia

e fa cenno, nel non so dove del sonno, nel
ben maturato senno della mente
a qualcosa che si cela, s’infima
in brividi, in onde

di niente, di poco – cosa
che si fa cosa, verbo
che s’intana

in una lingua di troppo gelo,
di solo, forse,

vuoto?

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

Le muraglie del mondo – Giancarlo Pontiggia

Foto di Boris Smelov

 

      Vicenda dopo vicenda
nella furia viola, nel delirio
dei giorni, s’imprime, sulla pelle
degli esseri del mondo, l’unghia

del tempo

   Stridono, le cose,
nella botola – scura – della materia,
oscillano

a un fiato di mondo

   E sei, e non sei, sei
dove non è che vita
prima, bollore

d’origine

   E dove guardi, non è memoria
ma ostinata volontà di essere
non nel nome, né nella gloria
di uno, ma del tutto
che ripiega, a notte, nel suo eremo
– cieco, torvo –

di nube

   E t’immoti, nel tuo ultimo qui
come nel primo, ti incateni
agli stupefacenti velami del mondo
– ori che razzano, ombre, lumi
di poco, nomi
che s’inabissano in altri nomi, sensi
petrosi, sepolti

in una voragine di fuoco

   E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

   Guardi, e temi
nello stridìo rigoglioso delle cose
che scrollano
da sé ogni nome

vibrano

s’impollinano, tumultuano
all’appello

di un ordine incessante

   Nell’ordine uncinato delle cose,
nel suo fulgore di fuoco e di vento
in ciò che è
e non è

impazzano

gli atomi della mente, nomi
infrazionabili

   Si liquefà, il pensiero
nel suo covo – altero, irreprensibile –

di bronzo lucente

   E affondi
sulla stadera del mondo
al flettersi di un ferro austero,
costante.

Pullula, tra i pesi del tempo,
una congerie di nomi

forme, stampi

   Vortica, l’infinitesima
frazione delle cose, folgora
come al tempo dei tempi

cognizione, talla, scura
deità

   E forzano i confini della mente,
giungono
al tempo che non consola

Necessità
li uncina, dal suo trono di nubi
perenni

Vacillano

   E invochi il giorno, il mese, l’anno
dei tuoi cominciamenti
spore, semi, stampi
del mondo che si ripete, incessante

e tremi

   E nessuno conosce il dopo,
non più del prima
e insorgono contro la fine
con litanie possenti,
con nomi

di fuoco

   Sopravvivono
nei semi dei semi
e della loro semenza, fino all’estremo
conflagrare di tutte

le cose

   Smottano
le muraglie del mondo

Natura,
salamandra possente, torce
la sua coda di tempo

fervido,
che ribolle

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

«I segni che volarono, un giorno, fino a noi» – Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia, foto di Dino Ignani

 

I segni che volarono, un giorno, fino a noi
e ci colpirono; le cose
che già erano prima di noi,
e restano, quasi immortali, dopo;
tutto ciò che s’impadronì dei nostri occhi
e fece vela verso il cuore, navigando
per scogli di pensieri improvvisi, di immagini
celate, inaccessibili;

emozioni
che ci scossero, sensi
che ci turbarono, congiunzioni felici; giorni
di vaste nubi accidiose, che ci spinsero
sulle rive di una morte troppo
a lungo invocata

– non furono loro che ci legarono
alla vita, al sovrano, fisico, delirante

moto delle cose?

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017