Vita Felix – Maria Grazia Calandrone

Nikolay Aleksandrov, Together to the end

 

Immaginavamo navi
come le stimmate del mare – immaginavamo navi
come steli di fiori marini e vette
di mare in terra – immaginavamo il rumore dell’isola, il mare che batteva come una fontana
alta e la terra era impregnata e dolce
e senza dolore – e certamente questo immaginare
era tornare
al paradiso per la strada aperta
dalle parole e i corpi
si muovevano tenui e disumani come se il mondo dovesse ancora venire. Se tu parlavi io vedevo l’isola
dove i morti chiariscono
corpi fatti di rami e fili d’erba,
stanno seduti con il sole in faccia sulla piccola costruzione del molo. Falde di luce che perfezioniamo.
Se tu parlavi io vedevo l’isola
con il giallo sferzante delle ginestre, l’attracco
silenzioso delle barche, la piazzetta in cemento, i cubi bianchi
dove siedono parallele le nostre figure
con occhi carichi di sguardo umano
e gli affetti lasciati nelle case
come una foce dimenticata.
Siamo una compagine di vento
un canneto di carne lapidata
un fluttuare canoro di risorti
che perdono
lacrime
dall’occhio interno
perché il vento deve restare vento
e la cenere cenere fino alla fine del mondo
perché questo lasciare che accada
è piú dell’amore, questo dire
chi deve andare vada.

Maria Grazia Calandrone

Roma, 26 febbraio 2009

da “Indizi sulle fondamenta della luna nuova”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010

Arietta dei bambini – Maria Grazia Calandrone

Édouard Boubat, Madras, India, 1971



L’aria, la prima
che hai respirato, era aria di marzo e di mattina. Il sole
ardeva quieto nella sua onda
dalla finestra grande perché grande
era il cuore
e disinteressato
come il sole che appoggia la sua luce sulle acque del fiume
e naviga chiaro
fino al mare
dove lo spazio è tutto attraversato
da fischi di gabbiani e piú niente
fa male. È bello custodire
l’aria nuova sul viso di chi nasce, con mani
umane conservare
sacro il sacro, fare l’aria piú chiara dove tocca
il cuore, perché il cuore
sia semplice e leggero
come un aquilone
e altre cose che vanno dalla terra al cielo.
Bello è dire farò quello che posso
e piú di me, come tutte le altre sulla terra: prendi, vita
dalla mia vita
la tua innocente libertà.

Maria Grazia Calandrone

13 ottobre 2008

da “Questo inestimabile nulla”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010

Parla il frammento di un vaso – Maria Grazia Calandrone

Federica Erra, Letizia

 

Piú di cosí non si può essere amati, piú di quando il sole
scava la lente delle bottiglie abbandonate nel bosco come fossero gli occhi di lei
abbassati sul rischio della terra acre. Sopra questa scultura
c’è il frumento del corpo posato. Attraverso la lente del cuore
sorge e scintilla
un fiore immedicabile di grano
perché la rettitudine delle membra posi a terra
il doloroso eccesso della bellezza.

Maria Grazia Calandrone

24 giugno 2008

da “Croci e combinazioni”, in “Maria Grazia Calandrone, Sulla bocca di tutti”, Crocetti Editore, 2010

Ma il mio amore non smette – Maria Grazia Calandrone

Pierre Houcmant, Veronique Comme une Statue

 

Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.

Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.

Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.

Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.

Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

Maria Grazia Calandrone

testo tratto dalla rivista “Caffè Michelangiolo”, anno XVI, n. 1, gennaio-aprile 2011, Mauro Pagliai Editore