controvento – Elisa Biagini

Galina Lukyanova, from the series House-1, 1981-1982

 

Mi rigiro la carta tra le mani,
mi riannodo il respiro nella gola:
guardo le lettere con tutte quelle lame,
come le ombre delle cose poi mai dette.

Faccio buio e dopo accosto il foglio
la tua parola piú scura mi fa luce,
pulsa nel palmo tutto il suo silenzio.
È questo un seme che mai si consuma.

Controvento le parole
sono solo richiami,
saliva che ti torna
in bocca.

I take – no less than skies –
niente di meno del cielo – per me
                                  Emily Dickinson

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Dare acqua alla pianta del sognare – Elisa Biagini

(dialogo con Paul Celan)
Esperimento di dialogo attivo con un poeta amato: testi costruiti intorno a singoli versi del poeta tedesco, allontanati dal contesto originario e usati come micce per scatenare una nuova deflagrazione poetica.

 

Mi si chiudono
le notti dentro
il palmo,
                ti tocco
e sei d’inchiostro.

Troppe cose già dette,
troppo già respirato,

nel palmo
solo una pietra risputata,
piccola come
una mandorla

(il dolce è troppo
nascosto e troppo
duro il guscio).

Contami tra le mandorle 1

     Zähle mich zu den Mandeln

La lingua vola ovunque, rotola,
gettala via, gettala via,
e cosí la riavrai 2:
sarà un frullare d’orecchio,
un’ala che s’apre a misurare il cielo.

     2 wirf sie weg, wirf sie weg, | dann hast du sie wieder

Quando la bocca
sputa la parola,
c’è un tempo, un
tra «me e te»,
che è una zolla
affettata dalla lama,
verme che poi
ritrova vita.

Questo torcersi di
piedi, come il cammino
in sogno, come
il racconto in
un orecchio
già di vetro.

Con gli occhi-
forbici 3 ti ritaglio
il profilo, ti fermo
con la lama di tempo
che mai fa ruggine.

     3 mit den Augen | -schere

– Quanto divelto torna di nuovo insieme –
il nome, il nome, la mano, la mano 4:

sulla mia mano
poggia la foglia
che a questa luce
non cresce:

mettile un guanto
che il vento la sbuccia,
mettila in tasca
che da qui non rinasca.

     4 was abriß, wächst wieder zusammen | … den Namen, den Namen, die Hand, die Hand

Scolami via,
scagliati fuori 5,
qui è solo specchio
che brucia, sole nero
dove rotolano lettere.

     5 Sink mir weg… wirf dich | aus

La scapola è già l’ascia
tavoletta di leggi non scritte:
affatica l’abbraccio
impiglia l’indicare
torce il crescere.

È tutto diverso, da come tu pensi, da come io penso 6,
eppure sotto la pelle c’è luce
intermittente, s’attiva alla
tua unghia-consonante, al dito
allungato della voce.

     6 Es ist alles anders, als du es dir denkst, als ich es mir denke

Piena è la borsa dell’occhio
di monete di tempo:
la tasca è cosí aperta
in queste ore che
sento il tintinnare.

Le mie, le tue
labbra, sono
le feritoie
dove cadono
monete, chiavi
di porte che
si aprono altrove.

Contaci me
tra quelli a
cui è venuta
meno la
parola, per
troppa luce,

fra quelli
che si contano
le dita
all’incontrario.

Le dita tutt’occhi
per sentirti nuotare,
annegare,
pensieri miei
tinti dal rumore d’api,

la voce tua
sale dall’acqua:
ha buccia di spillo.

Sullo spigolo del
congedo 7 mi sbuccio
il respirare.
Il fiato
rammendato col
filo piú scuro:
d’abbandono.

    7 am Abschieds- | grat

Se l’occhio
minerale t’avvicina,
ti attorcigli,
fossile nella montagna.

«Mi è, presso estranei, difficile il sonno».

qui cadono uova
di sonno, dai
bianchi che non
montano
                  (perché io
insisto le mani
in tasche di pietra?)

Io so da dove,
io dimentico, da dove 8

parliamoci
come tolte
le calze, prima che
la lingua collassi
e ci s’inciampi:
il disegno del
suono è tra le
dita.

     8 weiß ich, woher | vergeß ich, woher

Un fiammifero usato
ti solleva la palpebra,
ti cerca lo specchio di
retina, la rete coi
pesci-memorie.

Si parla buio
che appiccica il
respiro, si parla
vetro che buca
la carta:
ascolta
con la bocca 9,
guardati nel tuo specchio
con l’orecchio.

    9 hör dich ein | mit dem Mund

È la pausa dell’orologio
scarico, il cuore dentato 10
a cui il bavero
resta impigliato,

tu, bottone infilzato.

    10 Herzzähnen

Appoggio la fronte
sul vetro, guardo nella
notte delle tue parole 11,
la voce s’imbianca di
silenzio, le ombre
s’infittiscono tra i denti:
io sono te, quando io io sono 12.

     11 Nacht deiner Worte
     12 ich bin du, wenn ich ich bin

Ho le orecchie
confuse come api
per tutto il tuo
liquido silenzio, i lobi
fazzoletti annodati:
poggio il capo
sul cuscino piú nero 13.

      13 nach schwarzerem Pfühl

Ho sedie nel petto,
vuote, per ospitare
respiri piú pesi di
libri, bolle d’aria
risucchiate d’ombra,
un guscio nero
(dice il vero chi dice ombra) 14.

      14 wahr spricht, wer Schatten spricht

Respiro di mandorla,
guscio-botola alla gola:

respiro d’amaro
che tossisci,
t’ingolfi, ti lacrima
a tratti

l’ombelico.

Mettigli questa parola sulla palpebra 15:

le lettere scivoleranno nella

ruga di luce, daranno acqua

alla pianta del sognare.

     15 Leg ihm dies Wort auf die Lider

Questo tuo sbadigliare
è rumoroso alle orecchie
dei morti.

                   Vogliono
il tondo dell’ossigeno
per rimpastare il respiro,

vogliono parlarti
col rosso di labbro.

Cammino per
sottrazione
ed il respiro inciampa,
gli vengono guance
color del sale.

E la carta crepita
vicino all’osso,
segna di bianco
il dito.

La saliva non usata prima

chiude le fessure tra i
denti, poi mura la

lingua al palato.

C’è uno che ha i miei occhi 16
li strizza come spugna dopo
i piatti, li tira come lenzuoli,
li incastra a fermare le porte

e da qui ogni passaggio
è amaro, come di un vento
che ti soffia dritto in bocca.

     16 Es ist einer, der hat meine Augen

Finché c’è pietra
ci sarà materia
per un’altra di mano,
che trattenga la pagina
in questo vento di
lame annebbiate.

A questa luce
il tuo viso
è tazza dove
converge
il latte di brivido,
dove si leggono
saturno e luna.

Ci sfioriamo
le rotule, bottoni
che aprono la
tasca del piede,
vicini e inafferrabili.

E intanto
l’altro sole
scende e
per metà
è già notte.
dormi?
dormi 17.

     17 schläfst du? | schlaf

È una voce
che scricchiola
la mia, come
tavola troppo
apparecchiata,
come persiana
da lungo tempo
chiusa.

Quando ti parlo
sale la terra
in bocca:
                 muta
ma non silenziosa,
mi attraverso di
suono, faccio
cassa al
fruscio nella
testa.

Mi entri il
sonno e
scivoli come
gruccia nella
manica
              che poi
non si piega il
polmone, poi
la mano piú
non tocca il
foglio.

Ci sarà un occhio ancora,
uno 18, da cui scende
il filo d’acciaio dell’
attesa, lega per
pentole d’infinito
bollire, per orli
che sempre
s’impigliano.

     18 Es wird noch ein Aug sein, | ein fremdes

Cresce il tuo
piede che
non cede

e l’unghia
si tinge color
del rimanere.

La crepa che da te
parte, segna
il passo al
vicino.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

«Quando l’occhio si oscura» – Elisa Biagini

Ralph Gibson, Christine, 1981

 

Quando l’occhio si oscura
non cercare il calore della
mano che la palpebra abbassa,
scappa la melodia della parola,
la voce che ti sorride coi denti rifatti.

Se la lingua è mondo, è
specchio, trovatici con la pupilla
spalancata, pescaci da quel nero
quell’inchiostro che dica la parola
verticale. Alla sua ombra crescono
domande, si fa spazio
al respiro del pensare.

Non parola orizzontale che sommerge,
ma il bianco dei margini, la pausa che
copre l’assenza tra te e me.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Da una crepa – Elisa Biagini

Foto di Francesca Woodman

 

mi scrivo tra le
crepe, nei nodi
del legno, nella
polvere sotto il tappeto:

il buio, che aspetta
d’entrare, s’aggruma
d’occhiaie.

∗∗∗

come su foglio
accartocciato
che si liscia
resta il
segno
           crepa
a colarci
l’inchiostro.

(noi ci imbeviamo
d’infiniti spigoli.)

∗∗∗

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

∗∗∗

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami,
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Coi denti macchiati d’inchiostro: fotografie – Elisa Biagini

(dialogo con Emily Dickinson)

la parola
silenzio ha
messo spine,
la sfiori
passando, ti
buchi le calze
a un suo
respiro.

un passo alla volta, per negazione,
segno il perimetro a questo nostro
campo di racconto – lettere dense da
reggere il vento dei suoni.

apri la finestra del polmone.

la sedia
rovesciata
per meglio copiare il
racconto di
luce, da sotto i
cassetti –

i capelli che sanno
di fiume.

ti gonfi d’ore,
trattieni il respiro –
capelli ovunque
magri come lettere

i fili tesi al pensarti,
dove inciampo.

tu racconti dell’erba
travolta, della piuma
incastrata alla
finestra, della pioggia
raccolta dentro
l’orecchio
(e il silenzio, qui
perde peso).

ti guardo, come
si guarda una casa
in fiamme. (mi
guardi, come si guarda
un fil di ferro
in un prato.)

respirano i
tuoi guanti
nel cassetto,
la maglia che
si tende alla
memoria –
la lampadina
e il suo
filamento.

soffia dalla
mattonella il vento
delle 3, sposta la
mano nello scrivere,
fa della gonna
una vela.

intrecciata alla federa,
siedo e taglio
le ore a fette sottili –
che durino.

smangiata,
quel troppo passare
lungo i muri per
cercare la porta –
grattugiata
(risèntiti, nell’osso
piú cavo).

con l’acqua dei
polmoni, annaffi
la gamba del
tavolo che
trema – il respiro
è di terra rivoltata.

le cose che cadono
dai libri –
un fazzoletto per
le unghie tagliate, tenuto
da un capello
lungo.

raggio di luna che
scardina il
cassetto, s’avvolge intorno
alla caviglia
(mi rimbocchi le
coperte per la notte –
la carta è ruvida e le
virgole pizzicano).

ti conti i
piedi cercando il
sonno al suono,
ascolti il pesce nell’
orecchio che traduce
l’acqua increspata
del bicchiere.

vicino alla prima
cervicale, dove
si salda il
pensare, sul
colletto, hai
ricamato l’alfabeto,
tutto.

quello che resta
è il calco del
respiro, il
morso che hai
dato all’aria
per tenerla.

la fronte appoggiata
nel buio, cuscino
striato d’inchiostro –
la rete d’acqua
dove rimbalzi
e poi ti alzi.

nella gola è lo specchio
d’olio, riflette la
parola senza
ruggine.

nell’acqua
alle caviglie
per lo specchio,
il polso, la
gola lasciati
distrattamente
aperti –
il coltello dei sogni
riluce.

unturned stone-
words – hair
stuck in a window.

conosci la misura
del respiro, il nodo al
fazzoletto, il peso
del tuo corpo
sulla soglia,

la lunghezza della
freccia nella
mano.

stamani c’è come
un gorgo nel bicchiere,
c’è l’acqua che
ti chiama al suo
deserto.

si addensa negli
angoli lo sguardo,
mercurio rotolato
dal termometro.

tiri via la tua
mano dall’
inverno e
ascolti lo
scricchiolio del
legno, parola
alla soglia.

il viso che decidi
d’ignorare, midollo
e neve insieme.
il mattino arriva
per caso, alla luce
del tuo stesso fuoco.

s’accende la
candela al
tuo voltarti –
hai spazzolato
il sonno dai
capelli (o
spazzolato dentro
il buio?)

c’è corrente
da sotto la porta,
il racconto della
polvere dietro,
dell’unica briciola
sul tavolo.

è sempre centro
lí, dove il
pensarti riscalda
la coperta del
risveglio.

scivola la carta
via dal palmo,
ti viene incontro
come tendine
slegato, ti si
cuce sul braccio.

resta intatto
l’oggetto che ti
sfiora: tu t’impigli,
ti sfili, illividisci,
t’intacchi di tempo
a ogni contatto –
polpastrelli imbevuti
di lava.

là rovina la
ruota dell’occhio,
inciampa nel
filo fattosi d’improvviso
scuro.

scrivi ai bordi,
per lasciare respiro
al tuo dire

fuoco spento ogni giorno
col latte.

sorridi
coi denti macchiati
d’inchiostro – sotto l’unghia
il nero della parola grattata
via oggi.

l’orecchio è l’ultimo
volto. poi ti seguo
con la candela all’
orizzonte, dove
ti bagni i piedi
nel buio.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014