Foglio di via – Franco Fortini

Foto di Anja Bührer

 

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

Franco Fortini

1944

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Madre – Mario Benedetti

Mario Benedetti, foto di Dino Ignani

3 ottobre 2011

Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.

Cosa devo guardare per sentire che non è così vero,
e riuscire a spostarti nelle faccende di casa,
a risospingerti lungo le strade. E tra le righe
vicine dei capelli guardo i sentieri del sottobosco
ingiallito. E riesco a vedere i vicoli di Napoli,
gli anni Trenta, i gatti, le gonne lunghe di una ragazza.
E tu mi dici: tu lo sai che è vero, tu resta forte e sereno,
quanti giorni hai davanti! Io sono morta di lunedì,
tu sei arrivato a guardarmi, ero una cosa vestita
con l’abito blu che mi avevi regalato e tutto il ricamo
del foulard. Così tanto elegante, così tanto bello.

I sogni nelle imposte accostate
eravamo noi per te. Dopo la vita dei nonni
c’era la vostra, la mia, Roberto
e il campo, la casa, i soldi da mettere via.
E quel film Il conte di Montecristo, i rotocalchi,
la radio di qualche opera lirica,
dei canti napoletani. Santa Maria Maggiore
a Roma dove sei stata fino alla guerra.
Io ho abitato qua e là, un terzo piano, un quarto,
di case dove hanno premuto i tuoi occhi.
Volevo diventare una maestrina,
chiedevi: Alessandra fa la maestrina?
Ora sono io a svuotare i tuoi sogni, dentro di me
ho sempre Le amiche di Michelangelo
Antonioni, dopo la scritta che dice Fine.

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c’eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C’erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.

Quel nulla che noi non saremo
porta con sé e cancella tutto.

Devo tenerlo per mano,
non vedo nessuno tenere per mano i bambini.
Vicino alla manica lunga del braccio
i suoi occhi liberi, e tante madri,
tanti cuccioli di cagne e mucche insieme ai vitelli
che dormono come i bambini.
Ora escono dai muri delle case, entrano
nella mano senza dolore.
Sono entrati nella mano come un suo osso.
Le madri sono così sole con i loro bambini.
I figli hanno solamente le nostre ossa.
Ma io nella mia vita non ho scritto nessuna poesia,
io nella mia vita non ho letto nessuna poesia.
E questa nessuno l’ha scritta, nessuno l’ha letta.

Mario Benedetti

da “Tersa morte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

Anniversario – Gesualdo Bufalino

Edward Weston, Tina Modotti, 1923

 

La festa abbaglia ancora i tuoi balconi
e il mare, sale una rosa di luce
antica sul tuo viso, ogni bengala
nel giro negro e veloce degli occhi
ti si ripete, e la musica fiera
degli spari: chissà se tu ripensi
il tuo cuore d’altranno, e le parole
che ci gridammo d’amore, sospesi
sui colori violenti della folla,
chissà se tu rammenti la mia voce.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, in “Gesualdo Bufalino, Opere 1981 – 1988”, Bompiani, 2006

Dolore – Giovanni Raboni

Foto di Florence Henri

 

Tu e le tue fissazioni! mi vien voglia
di rinfacciarti le mie piaghe,
quelle sí cancrenose, immedicabili…
Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l’erede
d’una sacra penuria,
te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo.
C’è piú tristezza nel tuo lutto
per un gioco perduto, per una bambola squartata
che nel mio per il novero dei morti
che colleziono da una vita.
È piú giusta, ha piú stoffa la tua pena.
E intanto non riesco a consolarti,
mio affamato, tremante, altero amore!
Non rispondi, mi guardi
come, ma sí, come un nemico di classe
se cerco di distrarti,
se ti ricatto con la tenerezza…
Ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo
l’osso del tuo dolore.

Giovanni Raboni

da “A tanto caro sangue”, (1956-1987), in “Tutte le poesie”, Einaudi, Torino, 2014

Romanza – Angelo Maria Ripellino

Foto di Josef Sudek

 

Su Kampa bisbigliava quella notte
il salice dei sogni; all’altra riva
i vecchi tram sul lungofiume Masaryk
guizzavano in un bosco di fanali.

«Addio, – dicevi al vento della notte –
prima che fugga il mio amore lontano,
vorrò cantare Tu červenou sukynku,
in questa luce di lilla e di neve».

Come in un bianco ghiacciaio, sullo specchio
del fiume vacillavano i gabbiani.
Quei gabbiani che via dal lago Máchovo
volano dentro la luna d’aprile.

Nei giorni del distacco, l’illusione
su una tastiera batteva di neve;
sulla bocca del tempo aveva nido
un vento amaro come l’atropina.

Sono spavalde sempre le promesse,
come la prima pioggia dei sobborghi,
e i presagi sul falso davanzale
cadono come neve dentro un orcio.

Era la notte, un pàlpito di favole,
erano infusi in un freddo sciroppo
ponti, gabbiani, tremolìo di salici,
e le speranze, e il nulla, e il nostro sangue.

Dai lembi della notte apparve l’alba,
come una febbre, e il guscio della luna
cadde nel fiume, mentre tu cantavi
in una luce di lilla e di làcrime.

Angelo Maria Ripellino

da “Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006