«Ci sono sere che vorrei guardare» – Giovanni Raboni

Herbert List, Neighbours, Hamburg, Germany, 1931

 

Ci sono sere che vorrei guardare
da tutte le finestre delle strade
per cui passo, essere tutte le rade
ombre che vedo o immagino vegliare

nei loro fiochi santuari. Abbiamo,
sussurro passando, lo stesso sogno,
cancellare fino a domani il sogno
opaco, cruento del giorno, li amo

anch’io i vostri muri pallidamente
fioriti, i vostri sonnolenti acquari
televisivi dove i lampadari
nuotano come polpi, non c’è niente

che mi escluda tranne la serratura
chiusa che esclude voi dalla paura.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

«Essere… essere, sì, intimi, nel cuore» – Giovanni Raboni

Pietro Canonica, L’abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

 

Essere… essere, sì, intimi, nel cuore,
nel midollo, con chi è noi, con chi
d’altro noi siamo – forse è tutto qui
il segreto, è così che si fa onore

alla vita se è solo per ardore
che le duecentosei ossa non si
dissaldano innanzi tempo, se è di
estraneità alla vita che si muore,

con minima pena, come lasciamo
una casa senza fuoco. E forse, ossa
dimenticate, una provvida mente

ci penserà, due amanti! e nuovamente
vivi traslocheremo dalla fossa
all’apparirci, all’esserci che siamo.

Giovanni Raboni

da “Ogni terzo pensiero”, “Lo Specchio” Mondadori, 1993

«Stare coi morti, preferire i morti» – Giovanni Raboni

Foto di Philip McKay

 

Stare coi morti, preferire i morti
ai vivi, che indecenza! Acqua passata.
Vedo che adesso piú nessuno fiata
per spiegarci gli osceni rischi e torti

dell’assenza, adesso che è sprofondata
la storia… E cosí tocca a noi, ci importi
tanto o quel tanto, siano fiochi o forti
i mesti richiami dell’ostinata

coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l’infinito, atroce

scempio dell’esistente… (Al capitale
forse è questo che può restare in gola,
l’osso senza carne della parola.)

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Canzonette mortali – Giovanni Raboni

Foto di René Groebli

 

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

*

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che piú di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giú prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

*

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…

*

Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per i tuoi capelli.

*

Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.

*

Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.

*

Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.

*

Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

*

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

*

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Giovanni Raboni

(1983)

da “Canzonette mortali”, (1981-1983), in “Tutte le poesie, 1949-2004”, Einaudi, Torino, 2014

La riunione ristretta – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

La scrittura da alterare
o aggiungere in un libro bollato non vale
i suoi mesi di prigione: un buon inchiostro
invecchia presto: restano i sospiri
dei soci torturati dalle tasse, i sorrisi
all’impiegato complice… Si vede
che anche in queste equazioni marginali e
poco protocollari (e a prima vista
piú sordide) s’annida un plusvalore
negativo. Ma davvero, chi è l’ucciso
da vendicare? se poi restiamo soli
a mangiarci con gli occhi: il consigliere
delegato, l’amico, il direttore
delle imposte indirette… noi tre soli
a non sapere, a chiederci chi siamo,
persone separate o una: un coniglio,
un topo che condizionato a certi
riflessi verifica il sistema.

Giovanni Raboni

da “Le case della Vetra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966