Anacoreta – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

Trovo rifugio nelle campagne di ieri
l’oggi è un ospite non sempre gradito ma
che talvolta ci mostra il lato buono dello sparire,
la nuvola di silenzio che offusca ogni intenzione.

C’è un paradiso che illude ogni mattina
quando l’oscurità lascia il posto al sole,
tutto sembra prendere una forma lineare ma
Zigzagando tra le vie si smembra e
tutto ritorna alla mostruosità dei miei incubi peggiori.

Questo odore che non mi abbandona
nemmeno sull’orlo del volare,
lascia parole e melodia
a ricamare merletti silenziosi
da compagnia nel frastuono dell’uragano
che esplode dentro al ritmo dei tuoi baci.

Versi recitati sul dorso delle mani e
canzoni sussurrate scivolando
sulla vertigine delle scapole abbandonate.

Ci sono solitudini che non hanno un nome e
che le circostanze hanno battezzato anacoreta
per scelta o per paura.

Thomas Amadei

da “L’inganno di Morfeo”, Tipolito Stear, Ravenna, 2021

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Notte, donami un corpo – Dinos Christianòpulos

Christian Coigny, La Riviere I, Undated

 

Notte, donami un corpo,
per saziare il mio ardore anche stasera,
per uccidere anche stasera la mia disperazione,
non tollero piú queste corse,
questo tormento dietro a impronte estranee.

Notte, donami un corpo,
non guarderò se il petto è bello,
se le braccia sono riarse dal lavoro,
né m’interessa il colore degli occhi,
il nome, la professione o l’età.

Notte, donami un corpo,
foss’anche per mezz’ora, per un quarto:
ti offro in voto anzitutto il mio corpo
ti offro in voto il mio futuro,
ti offro in voto qualcosa di piú: la mia anima –

donami un corpo.

Dinos Christianòpulos

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(da Angoscia inerme, 1960)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Νύχτα, χάρισέ μου ἕνα ϰορμί

Νύχτα, χάρισέ μου ἕνα ϰορμί,
νά χορτάσω ϰι ἀπόψε τήν ἔξαψη μου,
νά σϰοτώσω ϰι ἀπόψε τήν ἀπογνωξῖή μου,
δὲν τά ἀντέχω πιά αὐτά τά δρομολογια,
αὐτό τόν παιδεμό πίσω ἀπό ξένα ἴχνη.

Νύχτα, χάρισέ μου ἕνα ϰορμί,
δὲν ἐξετάζω ἂν τό στῆθος εἶναι ὅμορφο,
ἂν τά μπράτσα εἶναι ψημένα στή ὃουλειά,
οὔτε ϰαί νοιάζομαι γιά τῶν ματιῶν τό χρῶμα,
ὄνομα, ἐπάγγελμα ϰαί ἡλιϰία.

Νύχτα, χάρισέ μου ἕνα ϰορμί,
ἔστω ϰαί γιά μισή ὥρα, γιά ἕνα ὃεϰάλεπτο·
σοῦ τάζω πρῶτα πρῶτα τό ϰορμί μου,
σοῦ τάζω τό μέλλον μου,
σοῦ τάζω ϰάτι περισσότερο: τήν ψυχή μου –

χάρισέ μου ἕνα ϰορμί.

Ντῖνος Χριστιανόπουλος

da “Ἀνυπεράσπιστος ϰαημός”, 1960

Cravatta nera – Kikí Dimulà

Foto di Silena Lambertini

 

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere.
Scrivi però le ragioni,
forse devo altro dolore.
Voglio avere la coscienza in pace
di avere sofferto per tutto.

Scrivi che piango per uno specchio.
Un tempo oggetto ornamentale,
oggi oracolo.
Per la brusca buonanotte
che danno le poche possibilità
e si dileguano.
Scrivi che piango per la tua finestra,
chiusa e senza saluti,
melanconica per nascita.
Per gli uccelli dell’ultimo decennio.
Il loro terrore delle antenne televisive.
Per il loro adattarsi
e svolazzare
tra questi alberi di ferro.

Scrivi.
Per questo sabato sera sepolto
tra due cipressi
nella chiesa di campagna.
Per la luna in lutto – indossa
una cravatta nera nuvola,
scrivi che piange.
Piango perché mi hai chiesto
se ho visto la luna piena.
No, non ho visto niente di pieno, non ho vissuto.
Piango perché i ragazzi portano lo zaino
come una conoscenza già completa,
e non entrano nel tenero rassicurante
delle ore ancora acerbe
e non giocano.

Scrivi che piango per le madri.
Le più antiche madri.
Belle ed esili,
amanti delle finestre,
arpiste della vedetta
che la morte ha colto impreparate
e sono longeve materne
nelle fotografie del salotto
e nei ricami.

Piango perché hanno acceso le luci
e la domenica gatta raggomitolata
sulla mia finestra.
Scrivi che piango per le bufere,
il poco cibo,
per tutto il Poco,
per i terremoti
senza preavviso.
Piango perché va sprecata
la notizia che mi hai dato
della prima farfalla vista ieri.
Piango perché non fa notizia l’effimero.

Scrivi. Piango
perché la sorte si è chiusa in casa,
la dilazione è arrivata al boia,
la borraccia è arrivata nel deserto,
la gioventù nella fotografia.
Piango perché chissà chi chiuderà
dei miei giorni gli occhi.

Innaffia tu la pianta
e lasciami piangere perché…

Kikí Dimulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Μαύρη γραβάτα

Πότιζε σύ τή γλάστρα
ϰι ἂσε νά ϰλαίω.
Μόνο γράφε τούς λόγους,
μήπως ϰι ὀφείλω ϰι ἂλλη λύπη.
Θέλω νά ἒχω τή συνείδησή μου ἣσυχη
πώς βασανίστηϰα γιά ὃλα.

Γράψε πώς ϰλαίω γιά ἕναν ϰαθρέφτη.
Ἄλλοτε διαϰοσμητιϰό στοιχεῖο,
μαντεῖο τώρα.
Γιά τήν ξερή ιωιλητύχτα
πού λέν οἱ μιϰρές πιθανότητες
ϰαí ξοφλᾶνε.
Γράψε πώς ϰλαίω γιά τό παράθυρό σου,
ϰλεωτό ϰι ἀϰαλημέριστο
ϰαí μελαγχολιϰό ἐϰ γενετῆς του.
Για τά πουλιά τῆς τελευταίας δεϰαετίας.
Τόν τρόιω τους μέ τíς ϰεραῖες τηλεοψίας.
Γιά τήν προσαρμσγή τους ὕστερα,
ϰαí τά πετάγματά τους
σ’ αὐτά τά σιδερένια δέντρα.
Ποῦ μάθανε νά τραγουδοῦν
σέ σιδερένιους ϰλώνους.

Γράφε.
Γι’ αὐτό τό Σαββατόβραδο πού θάφτηϰε
ἀνάμεσα σέ δύο ϰυπαρίσσια
στή Φραγϰόϰλησα.
Γιά τό φεγγάρι πού πενθεῖ – φοράει
μαύρη γραβάτα σύννεφο
γράψε πώς ϰλαίει.
Κλαῖω γιατí μέ ρώτησες
ἂν εἶδα τήν πανσέληνο.
Ὄχι, δέν εὒα τίποτα γεμάτο ϰαí δέν ἔζησα.
Κλαίω πού τά παιδιά ϰρατοῦν τή σάϰος τους
σάν τελειωμένη ϰιόλας γνώσῃ,
ϰαí στῶν ἀγίνωτων ὡρῶν
τήν τρυφερή ϰαθησύχαση δέν πᾶνε
ϰαí δέν παίζουν.

Γράψε πώς ϰλαίω γιά τíς μητέρες.
Τíς πιό παλιές μητέρες μου.
Τíς λεπτές ϰι ὅμορφες,
τῶν παραθύρων ἐρωμένες,
ἁρπίστριες τοῦ ἀγναντέματος,
πού τíς ἐπῆρε ἀπρόφταστες ὁ θάνατος
ϰι αὐτές μαϰροημερεύουν μητριϰές
σέ σαλονιοῦ φωτογραερίες
ϰαí σέ ϰεντήματα.

Κλαίω γιατí ἀνάψανε τά φῶτα
ϰι ἡ Κυριαϰή ϰουλουριασμένη γάτα
στό παράθυρό μου.
Ὁ φόβος βάζει τά ϰαλά του
ϰαí περιμένει.

Γράφε.
Πώς ϰλαίω γιά τούς τυφῶνες,
τό λίγτο φαΐ,
τό ϰάθε Λίγο,
γιά τούς σεισμούς
χωρíς προειδοποίηση.
Κλαίω ἐπειδή χαμένη πάει
ἡ εἴ δηση πού μοῦ’ φερες,
πώς εἶδες χθές τήν πρώτη πεταλούδα.
Κλαίω γιατí δέν εἶναι εἴδηση τό ἐφήμερο.

Γράφε. Κλαίω
ἐπειδή ἡ τύχη ϰλείστηϰε στό σπίτι της,
ἡ ἀναβολή ἕφτασε στόν δήμιο,
τό παγούρι ἔχει φτάσει στήν ἕρημο,
ἡ νεότης ἔχει φτάσει στή φωτογραφία.
Κλαίω γιατí ποιός ξέρει ποιός θά ϰλείσει
τῶν ἡμερῶν μου τά μάτια.

Πότιζε σύ τή γλάστρα
ϰι ἄσε νά ϰλαίω ἐπειδή…

Κική Δημουλά

da “Το λίγο τοῦ ϰόσμου”, 1971

«Il mio fanciullo ha le piume leggere.» – Sandro Penna

Foto di Édouard Boubat

 

Il mio fanciullo ha le piume leggere.
Ha la voce sì viva e gentile.
Ha negli occhi le mie primavere
perdute. In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.
Così l’amore insegna cose vere.
Perdonino gli dèi se non conviene
il sentenziare su piume leggere.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

Seduta sulla soglia… – Marcello Comitini

Foto di Monia Merlo

 

Seduta sulla soglia di un giorno bianco.
Nella mia mano il frutto aspro. Lo stringo
tra le dita. Lo mordo.
Il melograno
dalla scorza rossa e d’oro
non è come dicono.
Dalla luminosa ferita sgorga la tua anima.
Sento gocciare caldo il sangue sui miei seni
sulle ginocchia e sulle labbra.
Ne bevo il succo ne percepisco il sapore
con la lingua che saetta tra i miei denti.
Ora un lampo illumina la sera
anima e corpo stretta tra le tue braccia.
Un lampo
felicità di un sogno! Nient’altro
che l’illusione
dello specchio che mi dorme accanto.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020