Lo so la purezza – Ana Blandiana

 

Lo so, la purezza non frutta,
dalle vergini non nascono figli,
è la suprema legge dell’impuro
la tassa sulla vita.

Azzurre farfalle generano bruchi,
generano frutti i fiori tutt’intorno,
la neve bianca è casta,
la terra calda è infetta.

Incontaminato l’etere dorme,
l’atmosfera brulica di microbi,
puoi non nascere se non vuoi,
ma se esisti ti aspetta la tomba.

È felice la parola nella mente,
pronunciata, l’orecchio la diffama,
su quale piatto della bilancia
pesare – sogno muto o fama?

Tra silenzio e colpa
cosa scegliere – mandrie o loti?
Oh, il dramma di morire in bianco
o la morte di vincere comunque…

Ana Blandiana

(Traduzione di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni)

da “Il tallone vulnerabile”, 1966, in “Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Ştiu puritatea

Ştiu, puritatea nu rodeşte,
Fecioarele nu nasc copii,
E marea lege-a maculării
Tributul pentru a trai.

Albaştri fluturi cresc omizi,
Cresc fructe florilor în jur,
Zăpada-i albă neatinsă,
Pământul cald este impur.

Neprihănit eterul doarme,
Văzduhul viu e de microbi,
Poţi dacă vrei să nu te naşti,
Dar dacă eşti te şi îngropi.

E fericit cuvântu-n gând,
Rostit, urechea îl defaimă,
Spre care o să mă aplec
Din talgere – vis mut sau faimă?

Între tăcere şi păcat
Ce-o să aleg – cirezi sau lotuşi?
O, drama de-a muri de alb
Sau moartea dc-a învinge totuşi…

Ana Blandiana

da “Călcâiul vulnerabil”, Bucureşti, Editura pentru Literatură, 1966

Esattamente un anno fa… – Philip Schultz

Foto di Phil Penman

UNO
6

Esattamente un anno fa,
l’11 settembre scorso,
uno scroscio scintillante
di scariche di elettroshock
sibilò attraverso
l’etere sorpreso
della rosea elasticità del mio cervello.
Mi svegliai fluttuando
nel reparto psichiatrico del Saint Vincent,
su un fondale roccioso,
una ghianda inerte, sotto
una tenda di lenzuolo, qualcuno
all’altro capo del tempo
cantava l’aria
di Madama Butterfly
come andava cantata.

È così che
ci si sente da morti,
mi chiesi,
un falso alleluia,
un turbinare, guizzare
e traboccare,
non cercare più
di essere qualcosa
di più o di meno di
un inizio,
un centro, o una fine?

Poi, quasi
subito dopo,
mi buttarono fuori
sulla strada.
Ci servono i letti,
dissero i dottori.
C’è una grande emergenza.

Philip Schultz

(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli e Paola Splendore)

da “Erranti senza ali”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2016

∗∗∗

ONE
6

Exactly one year ago
last September 11,
a brilliant burst
of electroshock waves
zinged through
the surprised ether
of my brain’s pink elasticity.
I awoke floating
in Saint Vincent’s psych ward,
on a rocky seabed,
an inert acorn, under
a sheet-tent, someone
at the far end of time
singing the aria
from Madame Butterfly
the way it was meant to be sung.

Is this what it
feels like to be dead,
I wondered,
a false hallelujah,
to swirl, flicker,
and overflow,
never again contrive
to be anything
more or less than
a beginning,
middle, or end?

Then, almost
immediately afterwards,
I was put out
on the street.
We need the beds,
the doctors said.
There’s a great emergency.

Philip Schultz

da “The Wandering Wingless”, in “Failure”, Harcourt Books, 2007

Macchina – Antonella Anedda 

Foto di Robert Doisneau

 

Le dita sulla tastiera del computer schioccano
– solo piú leggermente –
come un tempo la macchina per scrivere.
Era bello quel nome: macchina, ancora meglio
quando senza la c ritorna machina.
Impalcatura per un dio o un assedio,
ariete per abbattere le mura.
Rimandava a un arto di ferro, un ordigno
e un artiglio che ubbidiva al cervello.
Eppure non ha senso
rimpiangere il passato,
provare nostalgia per quello che
crediamo di essere stati.
Ogni sette anni si rinnovano le cellule:
adesso siamo chi non eravamo.
Anche vivendo – lo dimentichiamo –
restiamo in carica per poco.

Antonella Anedda 

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

A molti – Anna Andreevna Achmatova

 

Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali…
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

Ecco perché amate cosí cúpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere piú strettamente,
non si può amare piú perdutamente…

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
cosí io adesso voglio essere scordata.

Anna Andreevna Achmatova

1922.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

Многим

Я – голос ваш, жар вашего дыханья,
Я – отраженье вашего лица.
Напрасных крыл напрасны трепетанья, —

Ведь все равно я с вами до конца.
Вот отчего вы любите так жадно
Меня в грехе и в немощи моей,
Вот отчего вы дали неоглядно
Мне лучшего из ваших сыновей,
Вот отчего вы даже не спросили
Меня ни слова никогда о нем
И чадными хвалами задымили
Мой навсегда опустошенный дом.
И говорят – нельзя теснее слиться,
Нельзя непоправимее любить…

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь – забытой быть.

Анна Андреевна Ахматова

1922

da “Сочинения. Т.1: Стихотворения и поэмы”, Художественная литература, 1990

«Mi insegno» – Chandra Livia Candiani

Donata Wenders, Untitled I, 2002

 

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte
mentre mi inchiostro
nera sotto lenzuola
pallide e fremo d’alba
mi insegno
che non si trema e non si piange
neanche al chiuso di una faccia
e non ci si denuda come albero
appena soffia il gelo
di un assolo adulto
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza.
Mi insegno a parlare molte lingue
sotto la fitta sassaiola
dei silenzi armati,
mi ingegno a non contare
niente, a declinare gli urli
come verbi senza transito,
ad addormentarmi coperta di neve
contro la porta della ragione
e dell’accordo, e dormendo sfioro
la foglia che ieri sbordando leggera
dalla traiettoria della sua caduta
voleva dire: «Niente».

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015