«Nessuno in questa famiglia» – Philip Schultz

 

Nessuno in questa famiglia sospetta mai di essere infelice;
anzi, più infelici siamo, meno lo sospettiamo.
Mio zio se ne va in giro con un rasoio legato a un laccio rosso
intorno al collo, urlando e pestando sulle cose.
Quando è infuriato, e lo è sempre, si accovaccia a terra
e urla finché ha le vene del collo gonfie come condotti di vapore.
Mamma si chiude in bagno con me e con nonna finché non si è sfogato.
Passiamo molto tempo in bagno senza mai sospettare niente.
Non avevano tutti a Cuba Place uno zio nascosto
in una stanzetta accanto alla cucina che urlava in una radio della polizia e scriveva
lettere ai presidenti morti mentre leggeva riviste sexy tutta la notte?
Non vivevano tutti in una casa dove tutti si sentivano fregati,
ignorati, e senza speranza di redenzione?

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Vivere nel passato”, in “Il dio della solitudine”, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

«No one in this family»

No one in this family ever suspects they’re unhappy;
in fact, the less happy we are, the less we suspect it.
Uncle walks around with a straightedge razor tied round
his neck on a red string, screaming and pounding on things.
When he’s angry, and he’s always angry, he drops to a crouch
and screams until the veins in his neck bulge like steam pipes.
Mother locks herself, Grandma, and me in the toilet until he’s flat.
We spend a lot of time in the toilet never suspecting anything.
Didn’t everyone on Cuba Place have an uncle who hides
in a tiny room off the kitchen yelling at a police radio and writing
letters to dead presidents while reading girlie books all night?
Didn’t everyone live in a house where everyone feels cheated,
ignored, and unredeemed?

Philip Schultz

da “Living in the Past”, Harcourt, 2004

Per gli ebrei erranti – Philip Schultz

Foto di Izis Bidermanas

 

Questa stanza è riservata agli ebrei erranti.
Intorno a me, in altre stanze, le valigie guaiscono
come animali rinchiusi per la notte.

Il mio angelo custode, Stein, ha paura di dormire due volte
nello stesso letto. La costanza, pensa, attira i cosacchi nel buio.
Non si spiega la paura alla paura. La disperazione non ha orecchie, ma denti.

Nella stanza accanto sento la risata di una donna
& spingo la mano contro il muro. Le luci delle macchine mi bruciano
la carne fino a farla trasparente come vetro.

Mio padre è nato a Novo-Nikolayevka, Governatorato di Ekaterinoslav.
Ho come lui la fronte alta, gli occhi svegli, la risata fragorosa.
Miglia si srotolano sul palmo della mia mano.

Al di là di mille cortili la sua lapide
lo radica nella terra come un palo. Da solo, a letto,
sento il suo sangue che mi scorre nelle vene.

Da ragazzo passavo intere notti al luna park
a correre sul cilindro rotante della giostra verso la vetta magica,
dove credevo che mi sarei trovato al sicuro dal male, finalmente.

Come mi rompevo le ossa per liberarmene,
notte dopo notte, per tutta l’estate, io, ragazzo, mi arrampicavo
dall’altra parte del cielo, contro ogni scommessa,

come per essere tutt’uno con il tempo,
andavo sempre dove nessuno era mai stato prima,
le braccia mi sbattevano ai fianchi come ali.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Come ali”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

For the Wandering Jews

This room is reserved for wandering Jews.
Around me, in other rooms, suitcases whine
like animals shut up for the night.

My guardian angel, Stein, fears sleeping twice
in the same bed. Constancy brings Cossacks in the dark, he thinks.
You don’t explain fear to fear. Despair has no ears, but teeth.

In the next room I hear a woman’s laughter
& press my hand to the wall. Car lights burn
my flesh to a glass transparency.

My father was born in Novo-Nikolayevka, Ekaterinoslav Guberniya.
Like him, I wear my forehead high, have quick eyes, a belly laugh.
Miles unfold in the palm of my hand.

Across some thousand backyards his stone
roots him to the earth like a stake. Alone in bed,
I feel his blood wander through my veins.

As a boy I would spend whole nights at the fair
running up the fun house’s spinning barrel toward its magical top,
where I believed I would be beyond harm, at last.

How I would break my body to be free of it,
night after night, all summer long, this boy climbing
the sky’s turning side, against all odds,

as though to be one with time,
going always somewhere where no one had been before,
my arms banging at my sides like wings.

Philip Schultz

da “Like Wings”, Viking, 1978

Tristezza – Philip Schultz

Foto di Arianna Marchesani

 

All’improvviso
e senza capirne la ragione
tutto mi appare postumo,
impassibile e inevitabile,
ho gli occhi cerchiati dall’unto di chiacchiere e complicità,
le mani ansiose di trattenere ogni piacevole infatuazione
che potrebbe altrimenti scappar via.
All’improvviso
è sera e le luci lungo
la strada appaiono promettenti,
perfino generose,
gonfie come sono di antichi rancori
e progetti inaciditi. Il cielo,
tuttavia,
appare ostile,
e distante, ansioso di consegnare la sua apatia alla mia sofferenza.
A proposito di sofferenza,
le case – le nostre sobrie case refrattarie – traboccano
di sogni diventati opachi con l’età,
per l’accumularsi di verità
non traducibili in un credo fiducioso.
Nel frattempo,
la mia solitudine,
su cui si basano tante leggi mie personali,
continua a consumare ogni cosa.
All’improvviso,
nonostante quel che dicono gli dei,
il presente resta inabitabile,
il passato non perdona il male che ha visto,
mentre
il futuro rimane diafano
e inequivocabile
nel suo desiderio di sfuggirmi.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Lusso, 1918”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Sadness

Suddenly
for no reason I can point to
everything feels afterwards,
stoic and inevitable,
my eyes ringed with the grease of rumor and complicity,
my hands eager to hold any agreeable infatuation
that might otherwise slip away.
Suddenly
it’s evening and the lights up and
down the street appear hopeful,
even magnanimous,
swollen as they are with ancient grievances
and souring schemes. The sky,
however,
appears unwelcoming,
and aloof, eager to surrender its indifference to my suffering.
Speaking of suffering,
the houses – our sober, recalcitrant houses – are swollen
with dreams that have grown opaque with age,
hoarding as they do truths
untranslatable into auspicious beliefs.
Meanwhile,
my loneliness,
upon which so many personal laws are based,
continues to consume everything.
Suddenly,
regardless of what the gods say,
the present remains uninhabitable,
the past unforgiving of the harm it’s seen,
while
the future remains translucent
and unambiguous
in its desire to elude me.

Philip Schultz

da “Luxury: Poems”, W. W. Norton & Company, 2018

Attenzione – Philip Schultz

Edward Hopper, Cape Cod Evening, 1939

 

Il più delle volte mia moglie ne merita più
di quanta gliene possa dare, un atto di equilibrio
su quando essere visibile, data l’importanza di lei
nella nostra vita complessa. I miei figli, crescendo,
ne hanno meno bisogno, uno sempre meno dell’altro.
Gli amici, invecchiando, ne hanno più bisogno.
Specialmente i morti. Il nostro cane, anche mentre dorme,
ne vuole un po’, chiama con la coda. La casa,
più gliene diamo, più ne vuole. Le pareti hanno bisogno
di essere ringraziate per la loro pazienza e lealtà,
i pavimenti perché sostengono il peso della nostra indifferenza.
Io cerco di non sentirmi troppo in colpa con i miei studenti.
La colpa è essenziale nel nostro rapporto, colpa,
ostinazione e una buona dose di calma. Le mie poesie
saccheggiano quasi tutto, timori, progetti,
congetture e stupori, cercano prove
di infedeltà, frammenti di ispirazione. Indifferenti alla
sofferenza che descrivono, odiano tutto quello
che amo, credono solo nella loro insularità. La mia
carriera, prima quasi inesistente, non ne ha mai
richiesta molta. Ora, sotto forma di lettere,
email, telefonate, non mi permette di dimenticare che esiste,
una nuova amica il cui unico scopo è di mostrarsi
inevitabile. C’è la nostra città, la sua politica, scandali
e impegni, e tutti i bei privilegi ineludibili
della cittadinanza, un’idea che nessuno più comprende.
E poi le guerre, naturalmente, coi loro soliti eccessi
graffianti ipocriti ingigantiti. E c’è anche
la mia felicità, la sua testarda perversa fragilità
che cerca di non farsi notare. A volte
a notte fonda ci abbandoniamo ai ricordi, io e la mia felicità,
nemici di una vita che si godono la reciproca compagnia.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Attention

More often than not, my wife deserves more
than I can give her, a balancing act of knowing
when to be visible, given her importance
to our complexity. My sons need less as they
grow older, one always less than the other.
My friends need more as they grow older.
The dead ones, especially. Even while asleep,
our dog needs some, tail beckoning. The more
our house gets, the more it needs. The walls
need to be thanked for their loyalty and patience,
the floors for suffering the weight of our indifference.
I try not to feel too bad about my students.
Guilt is essential to our relationship, guilt,
persistence and a great serenity. My poems
poach nearly everything, my fears, schemes,
conjectures and astonishments, after evidence
of infidelity, scraps of inspiration. Indifferent to
the suffering they describe, they dislike everything
I love, believe only in their insularity. Because
I never really had one before, my career never
used to ask for much. Now, disguised as letters,
emails, phone calls, it never lets me forget it’s there,
a new best friend whose only purpose is to prove
its inevitability. There’s our town, its politics, scandals
and obligations, and all the fine, inescapable privileges
of citizenship in an idea no one understands anymore.
And, yes, the wars, of course, their constant scraping
fork-tongued self-aggrandizing exaggerations. Also,
my happiness, its stubborn, perverse vulnerability
that tries not to call attention to itself. Sometimes,
late at night, we, my happiness and I, reminisce,
lifelong antagonists enjoying each other’s company.

Philip Schultz

da “The God of Loneliness. Selected and New Poems”, Houghton Mifflin Harcourt, 2010

Fuori dai denti – Philip Schultz

 

Odio sentirmi chiedere
di inchinarmi davanti
a qualcosa nel cui nome
milioni di persone sono state sacrificate.
Non voglio avere niente a che fare
con l’anima. Odio
i suoi orli frastagliati
e le sue tasche senza fondo,
il suo sguardo privo di malizia, cieco.
Odio l’idea del paradiso,
dove le anime di Socrate
e di Machiavelli si trovano
a vivere fianco a fianco. Se
devo credere in qualcosa,
credo nella disperazione. Nei suoi
denti decrepiti, il fiato rancido
e la memoria lunga. Lascio
a lei in eredità il capolavoro
della mia coscienza, la regola
più inutile che esista.
Alla verità vadano gli avanzi
della mia dignità. Potrà fare
ciò che vuole dei miei desideri
folli e delle mie illusioni
impotenti. Preferisco
vedermi come un’anomalia
legata senza volerlo a
una coscienza ormai
obsoleta e provvisoria
che deve a ogni passo salvarsi
da se stessa,
come una specie di istinto speciale
per la felicità che
mi ha sostenuto per un breve
ma promettente momento.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Fallimento, 2007”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

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Blunt

I hate the idea of being asked
to bow down before
something in whose name
millions have been sacrificed.
I want nothing to do
with a soul. I hate
its crenulated edges
and bottomless pockets,
its guileless, eyeless stare.
I hate the idea of paradise,
where the souls of Socrates
and Machiavelli are made
to live side by side. If
I have to believe in something,
I believe in despair. In its
antique teeth and sour breath
and long memory. To it
I bequeath the masterpiece
of my conscience, the most
useless government of all.
The truth gets the table scraps
of my dignity. It can do
what it likes with the madman
of my desire and the conjurer
of my impotence. I prefer
to see myself as an anomaly
involuntarily joined to
an already obsolete
and transitory consciousness
that must constantly save
itself from itself,
as a peculiar instinct
for happiness that
sustained me for a brief
but interesting time.

Philip Schultz

da “Failure”, Harcourt Books, 2007