Poesia per chi non legge poesie – Hans Magnus Enzensberger

 

Chi a bocca lacerata chiama
dalla camera a nebbia? Chi nuota,
un anello di gomma alla gola,
in questa pozza che ribolle
di birra e sangue?
                                È per lui
che questo nella polvere incido,
per lui che non decifra.

Chi è tutto sepolto dai giornali
e dal letame? Chi ha uranio nell’urina?
Che è cucito nella bava
tenace dei consigli direttivi? Chi
è idiota per attivi piombi?
                                                Guarda, è lui,
nella nuca l’antenna,
meningi di rogna, che mastica zitto.

Che incomprensibili orecchie sono mai quelle e colano
d’orrido zucchero candito
fasciate di listini-cambi, accumulate
nei classificatori,
in torvi fascicoli sordi,
di stralunati traditori orecchie;
                                                          io a quelle
freddo come la notte ostinatamente dico.

E l’ululato che queste parole
inghiotte? Sono le lorde
aquile pubbliche e alleluiano
attraverso il cielo attonito
per proteggere noi.
                                    Con il fegato
che è mio, che è tuo, si nutrono,
lettore che non leggi.

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser)

da “Poesie per chi non legge poesia”, “Le Comete” Feltrinelli, 1964

∗∗∗

gedicht für die gedichte nicht lesen

wer ruft mit abgerissenem mund
aus der nebelkammer? wer schwimmt,
einen gummiring um den hals,
durch diese kochende lache
aus bockbier und blut?
                                           er ist es,
für den ich dies in den staub ritze,
er, der es nicht entziffert.

wer ist ganz begraben von zeitungen
und von mist? wer hat uran im urin?
wer ist in den zähen geifer
der gremien eingenäht? wer
ist beschissen von blei?
                                           siehe,
er ists, im genick die antenne,
der sprachlose fresser mit dem räudigen hirn.

was sind das für unbegreifliche ohren,
von wüstem zuckerguss triefend,
die sich in kurszettel wickeln
und in den registraturen stapeln
zu tauben mürrischen bündeln?
                                                           geneigte,
ohren verstörter verräter, zu denen
rede ich kalt wie die nacht und beharrlich.

und das geheul, das meine worte
verschlingt? es sind die amtlichen
schmierigen adler, die orgeln
durch den entgeisterten himmel,
um uns zu behüten.
                                   von lebern,
meiner und deiner,  zehren sie,
leser, der du nicht liest.

Hans Magnus Enzensberger

da “Landessprache”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1960

Questa felicità – Mario Luzi

Foto di Anja Bührer

 

Questa felicità promessa o data
m’è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell’unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.

Mario Luzi

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, 1957

Ragazzo prodigio – Charles Simic

 

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Prodigy

I grew up bent over
A chessboard.

I loved the word endgame.

All my cousins looked worried.

It was a small house
Near a Roman graveyard.
Planes and tanks
Shook its windowpanes.

A retired professor of astronomy
Taught me how to play.

That must have been in 1944.

In the set we were using,
The paint had almost chipped off
The black pieces.

The white King was missing
And had to be substituted for.

I’m told but do not believe
That that summer I witnessed
Men hung from telephone poles.

I remember my mother
Blindfolding me a lot.
She had a way of tucking my head
Suddenly under her overcoat.

In chess, too, the professor told me,
The masters play blindfolded,
The great ones on several boards
At the same time.

Charles Simic

da “Classic Ballroom Dances”, New York: George Braziller, 1980

Le biciclette – Giorgio Caproni

Gérard Laurenceau, Ile de Sein, 2009

a Libero Bigiaretti

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora piú
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora piú
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
piú del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno piú antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso».

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu cosí,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpí
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio! Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora piú un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, cui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non piú
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di piú
nel tempo ancora intatto ed indiviso.

Giorgio Caproni

1946-47.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

I tuoi capelli al di sopra del mare – Paul Celan

 

Pure i tuoi capelli si librano sopra il mare col ginepro d’oro.
Si fanno bianchi con lui, poi li coloro azzurro-pietra:
colore di quel borgo ove alla fine mi trassero e volsero a sud…
Mi legarono con funi ad ognuna allacciando una vela
e sputando su di me da fauci nebbiose cantarono:
«Oh vieni oltre il mare!»
Ma io dipinsi di porpora le mie ali come fosse una barca,
mi spirai da me stesso rantolante la brezza e presi il largo prima che dormissero.
Ora dovrei colorarli di rosso, i tuoi ricci, ma li amo azzurro-pietra:
Voi, occhi della città, ove io caddi e strascinato fui verso sud!
Col ginepro d’oro pure i tuoi capelli si librano al di sopra del mare.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Dein Haar überm Meer

Es schwebt auch dein Haar überm Meer mit dem goldnen Wacholder.
Mit ihm wird es weiß, dann färb ich es steinblau:
die Farbe der Stadt, wo zuletzt ich geschleift ward gen Süden…
Mit Tauen banden sie mich und knüpften an jedes ein Segel
und spieen mich an aus nebligen Mäulern und sangen:
«O komm übers Meer!»
Ich aber malt als ein Kahn die Schwingen mir purpurn
und röchelte selbst mir die Brise und stach, eh sie schliefen, in See.
Ich sollte sie rot dir nun färben, die Locken, doch lieb ich sie steinblau:
O Augen der Stadt, wo ich stürzte und südwärts geschleift ward!
Mit dem goldnen Wacholder schwebt auch dein Haar überm Meer.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche VerlagsAnstalt GmbH, Stuttgart, 1952