Ultimo brindisi – Anna Andreevna Achmatova

 

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

Anna Andreevna Achmatova

1934.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “Il giunco”, in “Anna Achmatova, La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

ПОСЛЕДНИЙ TOCT

Я пью за разоренный дом,
За злую жизнь мою,
За одиночество вдвоем,
И за тебя я пью,—
За ложь меня предавших губ,
За мертвый холод глаз,
За то, что мир жесток и груб,
За то, что Бог не спас.

Анна Андреевна Ахматова

1934

da “Сочинения. Т.1: Стихотворения и поэмы”, Художественная литература, 1990

Poema – Nichita Stănescu

 

Tu fluttui come un sogno notturno
sopra la mia anima.
Appoggi la tua tempia
sul mio cuore come su una pietra rossa,
e aspetti che ti dica il nome
di tutte le cose
che ho smesso da molto tempo
di dirti.
La mia bocca è nel silenzio più completo,
piegata come la seta di una bandiera
in un giorno senza vento.
Oh, non andare da nessuna parte!
Mi spezzerò il cuore con un solo movimento
della mano,
perché nasca il dolore che conosce
il nome del dolore,
perché nasca il mio amore di uomo
che conosce il tuo nome strano, di donna.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Il diritto al tempo”, 1965, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

∗∗∗

Poem

Tu pluteşti ca un vis de noapte
deasupra sufletului meu.
Iţi sprijini tâmpla
de inima mea ca de o piatră roşie,
şi aştepţi să-ţi spun numele
tuturor lucrurilor
pe care eu am isprăvit de mult
să ţi le mai spun.
Gura mea e-n tăcerea cea mai desăvârşită,
înclinată ca mătasea unui steag
într-o zi fără vânt.
O, nu pleca nicăieri!
Îmi voi rupe inima cu un singur gest
al mâinii,
ca să răsară durerea care ştie
numele durerii,
ca să răsară dragostea mea de bărbat
care ştie numele tău ciudat, de femeie.

Nichita Stănescu

da “Dreptul la timp”, Editura Tineretului, Bucureşti, 1965

Preghiera tra la notte e il giorno – Philippe Jaccottet

André Kertész, Les toits de Paris, 1963

 

All’ora incerta in cui la muta dei fantasmi
fa ressa alle finestre, e in gran subbuglio
per un’esitazione tra ombra e giorno
minaccia bisbigliando la chiarezza,

un uomo prega: gli è distesa accanto
la splendida guerriera inerme e nuda;
poco distante giace il loro erede,
tenendo stretto come stelo il tempo.

«Una preghiera dentro la paura, ardua a esaudire,
specie senza soccorso dall’esterno; una preghiera
detta dentro il crollo delle città,
la fine della guerra, i morti in folla:

perché la dolce aurora, la tenace,
la luce quando giunge sui crinali, se allontana
la lieve luna, cosí anche la mia favola cancelli,
e veli del suo fuoco anche il mio nome».

Philippe Jaccottet

(Traduzione di Fabio Pusterla)

da “Il barbagianni. L’ignorante”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

Prière entre la nuit et le jour 

A l’heure vague où les fantômes en grand nombre
se pressent contre les fenêtres, ameutés
par une hésitation entre le jour et l’ombre
et menaçant de leurs murmures la clarté,

un homme prie: à ses côtés est étendue
la très belle guerrière désarmée et nue;
non loin repose l’héritier de leurs batailles,
il tient le Temps serré dans sa main comme paille.

«Une prière dite dans la crainte, difficile
à exaucer, surtout sans secours du dehors;
une prière dans l’ébranlement des villes,
dans la fin de la guerre, dans l’afflux des morts:

pour que l’aurore, avec sa tendresse tenace,
pour que l’entrée de la lumière au ras des monts,
comme elle éloigne la lune légère, efface
ma propre fable, et de son feu voile mon nom».

Philippe Jaccottet

da “L’ignorant”, poèmes 1952-1956, Éditions Gallimard, 1957

Plausibile – Giuseppe Conte

Josef Sudek, Still life, 1956

 

Altri sogni, altri eroi.
La vita è l’incessabile.
Altri fiori, altri noi.
L’amore è l’inestinguibile.
Altre passioni, e poi
anche morire potrà
sembrarci dolce, plausibile.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Lo Specchio” Mondadori, 1992

Coscienza – Attila József

Sergio Larrain, Railway station, 1963

1.

Dalla terra il cielo scioglie l’alba
e alla sua mite parola pura
gli insetti ed i bambini
alla luce del sole si levano.
L’aria è senza vapori.
Vibrano lucide minuzie.
Sono volate stanotte sugli alberi
come minime farfalle le foglie.

2.

Ho visto in sogno figure screziate
di blú, di rosso, di giallo.
Quello era – sentivo in me – l’ordine:
non un grano di pulviscolo mancava.
Ora qui vola dentro le mie membra
il sogno. Ordine è il mondo di ferro.
Di giorno sorge in me la luna; e se fuori
è notte, qui risplende dentro un sole.

3.

Sono magro, solo pane
mangio qualche volta. Fra queste anime
vane, ciarliere, cerco inutilmente
qualcosa piú certo del dado da giuoco.
Mai che un pezzo d’arrosto mi si strusci
alla bocca ed un bambino al cuore.
Oh, si ingegna! Ma il gatto non sa
prendere il topo, insieme, dentro e fuori.

4.

Come catasta di legna
sta in un cumulo il mondo.
Stringe, spinge, rinserra
una cosa l’altra cosa
e ciascuno cosí è determinato.
Solo quel che non è, mette rami.
Solo quel che sarà, è il fiore.
Quello che è, si disfa.

5.

Lungo lo scalo merci
mi ero annidato ai piedi dell’albero
come un pezzo di silenzio. Una gramigna
mi sfiorava le labbra, aspra, stranamente dolce.
Morto, spiavo il guardiano
e tra i vagoni muti ostinato
i balzi della sua ombra sui lampi
del carbone bagnato di rugiada.

6.

Ecco, la pena è qui dentro.
Ma è fuori, lí, quel che la spiega.
Il mondo è la tua piaga. Brucia, arde;
e tu la tua anima senti, la febbre.
Schiavo se il cuore soltanto è in rivolta
non sarai libero finché per te
non avrai costruito una casa
e non per un padrone.

7.

Ho guardato dalla sera in alto
verso la ruota dei cieli:
con i lucidi fili del caso
si tesseva al telaio del passato la legge.
E ancora ho guardato verso il cielo
su dai sogni delle mie nebbie
e ho veduto: ora qui, ora là si sdruciva
la trama della legge sempre.

8.

Il silenzio ascoltava. Un colpo suonò.
Puoi la tua gioventú rivedere
tra cemento di umide mura
e immaginare qualche libertà,
pensavo. Ma, levandomi, su in alto
stelle e carri dell’Orse
brillavano come le sbarre
sopra la cella muta.

9.

Ho sentito gemere il ferro.
Ho sentito ridere la pioggia.
Vedevo, era rotto il passato,
solo quel che si immagina si perde
e io non so altro che amare,
curvo sotto i miei pesi…
Perché si deve fare di te
un’arma, coscienza d’oro!

10.

Adulto è chi non ha
né padre né madre nel cuore,
che sa di ricevere come
in aggiunta alla morte la vita;
come oggetto trovato sa renderla
in qualunque momento e per questo la serba;
chi non è prete o dio
né per se stesso né per nessuno.

11.

Io l’ho vista, la felicità:
morbida, bionda, piú d’un quintale.
Sull’erba austera del cortile
il suo sorriso ricciuto barcollava.
Sdraiata nel tepore della melma
grugní ammiccando verso di me.
Vedo ancora come indecisa
fra i crini la luce esitava.

12.

Abito lungo la ferrovia. Qui molti
treni vengono e vanno e mi piace
guardare le luci che volano
sul fondo sventolío del buio.
Cosí filano nella notte eterna
i giorni illuminati
e io sono nella luce di ogni scompartimento
mi appoggio sul gomito e non parlo.

Attila József

1957

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Il ladro di ciliege e altre versioni di poesia”, “I Supercoralli” Einaudi, 1982