Ragazzo prodigio – Charles Simic

 

Sono cresciuto chino
su una scacchiera.

Amavo la parola scaccomatto.

Il che sembrava impensierire i miei cugini.

Era piccola la casa,
accanto a un cimitero romano.
I suoi vetri tremavano
per via dei carri armati e caccia.

Fu un professore di astronomia in pensione
che m’insegnò a giocare.

L’anno, probabilmente, il ’44.

Lo smalto dei pezzi che usavamo,
quelli neri,
era quasi del tutto scrostato.

Il Re bianco andò perduto,
dovemmo sostituirlo.

Mi hanno detto, non credo sia vero,
che quell’estate vidi
gente impiccata ai pali del telefono.

Ricordo che mia madre
spesso mi bendava gli occhi.
Con quel suo modo spiccio d’infilarmi
la testa sotto la falda del soprabito.

Anche negli scacchi, mi disse il professore,
i maestri giocano bendati,
i campioni, poi, su diverse scacchiere
contemporaneamente.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Prodigy

I grew up bent over
A chessboard.

I loved the word endgame.

All my cousins looked worried.

It was a small house
Near a Roman graveyard.
Planes and tanks
Shook its windowpanes.

A retired professor of astronomy
Taught me how to play.

That must have been in 1944.

In the set we were using,
The paint had almost chipped off
The black pieces.

The white King was missing
And had to be substituted for.

I’m told but do not believe
That that summer I witnessed
Men hung from telephone poles.

I remember my mother
Blindfolding me a lot.
She had a way of tucking my head
Suddenly under her overcoat.

In chess, too, the professor told me,
The masters play blindfolded,
The great ones on several boards
At the same time.

Charles Simic

da “Classic Ballroom Dances”, New York: George Braziller, 1980

Hotel Insonnia – Charles Simic

Foto di Bill Brandt

 

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere, però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo « Zingaro » che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Hotel Insomnia

I liked my little hole,
Its window facing a brick wall.
Next door there was a piano.
A few evenings a month
A crippled old man came to play
« My Blue Heaven ».

Mostly, though, it was quiet.
Each room with its spider in heavy overcoat
Catching his fly with a web
Of cigarette smoke and revery.
So dark,
I could not see my face in the shaving mirror.

At 5 A.M. the sound of bare feet upstairs.
The « Gypsy » fortuneteller,
Whose storefront is on the corner,
Going to pee after a night of love.
Once, too, the sound of a child sobbing.
So near it was, I thought
For a moment, I was sobbing myself.

Charles Simic

da “Hotel Insomnia”, Harcourt Brace Jovanovich, 1992

Poesia d’amore – Charles Simic

Foto di Anka Zhuravleva

 

Spolverino di piume.
Gabbia d’uccelli fatta di bisbigli.
Coda di un gatto nero.

Sono un bambino che corre
con le forbici aperte.
E con gli occhi bendati.

Tu sei un cuore che batte
nella selva oscura.
Sei l’urlo sulla ruota panoramica.

Proprio così, bruja
che batti il piede con le mani ai fianchi.

Notte sulla fiera.
Orchestra di legni.
Due borsaioli ciechi nella folla.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Love poem

Feather duster.
Birdcage made of whispers.
Tail of a black cat.

I’m a child running
With open scissors.
My eyes are bandaged.

You are a heart pounding
In a dark forest.
The shriek from the Ferris wheel.

That’s it, bruja
With arms akimbo
Stamping your foot.

Night at the fair.
Woodwind band.
Two blind pickpockets in the crowd.

Charles Simic

da “Jackstraws: Poems”, Houghton Mifflin Harcourt, 2000 

Sasso – Charles Simic

Càlati in un sasso,
io farei così.
Lascia che altri si facciano colomba
o digrignino i denti come tigri.
Mi basta essere un sasso.

All’esterno è un enigma:
nessuno sa come rispondere.
Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
Anche se una mucca lo calca col suo peso,
anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
il sasso affonda, lento, imperturbato,
fino al fondo,
dove i pesci bussano alla sua soglia
e vengono a origliare.

Ho visto scintille schizzar via
quando due sassi sono strofinati
forse là dentro non fa così buio;
forse c’è una luna che brilla
da chissà dove, spuntando magari dietro un colle —
un chiarore appena sufficiente a decifrare
quelle strane scritte, mappe stellari
sui muri interiori.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Stone

Go inside a stone
That would be my way.
Let somebody else become a dove
Or gnash with a tiger’s tooth.
I am happy to be a stone.

From the outside the stone is a riddle:
No one knows how to answer it.
Yet within, it must be cool and quiet
Even though a cow steps on it full weight,
Even though a child throws it in a river;
The stone sinks, slow, unperturbed
To the river bottom
Where the fishes come to knock on it
And listen.

I have seen sparks fly out
When two stones are rubbed,
So perhaps it is not dark inside after all;
Perhaps there is a moon shining
From somewhere, as though behind a hill —
Just enough light to make out
The strange writings, the star-charts
On the inner walls.

Charles Simic

da “Dismantling the Silence: Poems”, G. Braziller, 1971