Dire qualcosa – Carol Ann Duffy

Foto di René Groebli

 

Le cose assumono le tue sembianze; vestiti smessi, un telo inumidito 
nel bagno, mani vuote. Non è immaginazione. È
la materia calda e semplice dell’amore. In cuor mio lo do per scontato.

Ci svegliamo. Il nostro linguaggio privato dà inizio alla giornata.
Ci muoviamo per la casa come al solito. I sogni che
non sappiamo parafrasare ci sfumano tra le dita.

Ho sognato di non essere con te. Vagavo per una città
dove tu non abitavi, scrutavo gli sconosciuti, in cerca
di una parola per farli diventare te. Al risveglio eri accanto a me.

Tesoro, dico. Le parole banali del giorno raschiano
superfici piú buie. La tua assenza mi lascia con lo spettro
dell’amore, tazze di caffè o lenzuola che si raffreddano, i baci piú delicati.

Torno a casa a piedi, ti vedo accendere le luci. Entro
dentro, ti chiamo, dico qualcosa.

Carol Ann Duffy

(Traduzione di Floriana Marinzuli e Bernardino Nera) 

da “Lo splendore del tempio”, Crocetti Editore, 2012

∗∗∗

Saying Something

Things assume your shape; discarded clothes, a damp shroud
in the bathroom, vacant hands. This is not fiction. This is
the plain and warm material of love. My heart assumes it.

We wake. Our private language starts the day. We make
familiar movements through the house. The dreams we have
no phrases for slip through our fingers into smoke.

I dreamed I was not with you. Wandering in a city
where you did not live, I stared at strangers, searching
for a word to make them you. I woke beside you.

Sweetheart, I say. Pedestrian daylight terms scratch
darker surfaces. Your absence leaves me with the ghost
of love; half-warm coffee cups or sheets, the gentlest kiss.

Walking home, I see you turning on the lights. I come in
from outside calling your name, saying something.

Carol Ann Duffy

da “Standing Female Nude”, Anvil Press Poetry, 1985

Crepuscolo – Georg Trakl

Foto di Cristina Venedict

 

Nel cortile stregato da lattiginosa sera
Molli vanno gli infermi per l’abbrunato autunno.
Con sguardi cerei e tondi pensano tempi d’oro,
Colmi di fantasie, di pace e vino.

Spettrale si rinserra il loro morbo.
Le stelle spargono una tristezza bianca.
Nel grigio, folto d’inganno e di rintocchi,
Guarda come orrendi si disperdono.

Caricature informi sgusciano, si acquattano
E vagano per vie nerocrociate.
Oh, lugubri ombre sulle mura.

Fuggono gli altri per arcate oscure;
E precipitano a notte, menadi infuriate,
Da rosse raffiche di vento astrale.

Georg Trakl

(Traduzione di Ida Porena)

da “Georg Trakl, Poesie”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

Dämmerung

Im Hof, verhext von milchigem Dämmerschein,
Durch Herbstgebräuntes weiche Kranke gleiten.
Ihr wächsern-runder Blick sinnt goldner Zeiten,
Erfüllt von Träumerei und Ruh und Wein.
 
Ihr Siechtum schließt geisterhaft sich ein.
Die Sterne weiße Traurigkeit verbreiten.
Im Grau, erfüllt von Täuschung und Geläuten,
Sieh, wie die Schrecklichen sich wirr zerstreun.
 
Formlose Spottgestalten huschen, kauern
Und flattern sie auf schwarz-gekreuzten Pfaden.
O! trauervolle Schatten an den Mauern.
 
Die andern fliehn durch dunkelnde Arkaden;
Und nächtens stürzen sie aus roten Schauern
Des Sternenwinds, gleich rasenden Mänaden.

Georg Trakl

da “Gedichte”, Leipzig: Kurt Wolff Verlag, 1913

Elegia del ricordo impossibile – Jorge Luis Borges

 

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “La moneta di ferro”, Adelphi, 2008

***

Elegía del recuerdo imposible

Qué no daría yo por la memoria
de una calle de tierra con tapias bajas
y de un alto jinete llenando el alba
(largo y raído el poncho)
en uno de los días de la llanura,
en un día sin fecha.
Qué no daría yo por la memoria
de mi madre mirando la mañana
en la estancia de Santa Irene,
sin saber que su nombre iba a ser Borges.
Qué no daría yo por la memoria
de haber combatido en Cepeda
y de haber visto a Estanislao del Campo
saludando la primer bala
con la alegría del coraje.
Qué no daría yo por la memoria
de un portón de quinta secreta
que mi padre empujaba cada noche
antes de perderse en el sueño
y que empujó por última vez
el 14 de febrero del 38.
Qué no daría yo por la memoria
de las barcas de Hengist,
zarpando de la arena de Dinamarca
para debelar una isla
que aún no era Inglaterra.
Qué no daría yo por la memoria
(la tuve y la he perdido)
de una tela de oro de Turner,
vasta como la música.
Qué no daría yo por la memoria
de haber oído a Sócrates
que, en la tarde de la cicuta,
examinó serenamente el problema
de la inmortalidad,
alternando los mitos y las razones
mientras la muerte azul iba subiendo
desde los pies ya fríos.
Qué no daría yo por la memoria
de que me hubieras dicho que me querías
y de no haber dormido hasta la aurora,
desgarrado y feliz.

Jorge Luis Borges

da “La moneta de hierro”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1996

La riunione ristretta – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

La scrittura da alterare
o aggiungere in un libro bollato non vale
i suoi mesi di prigione: un buon inchiostro
invecchia presto: restano i sospiri
dei soci torturati dalle tasse, i sorrisi
all’impiegato complice… Si vede
che anche in queste equazioni marginali e
poco protocollari (e a prima vista
piú sordide) s’annida un plusvalore
negativo. Ma davvero, chi è l’ucciso
da vendicare? se poi restiamo soli
a mangiarci con gli occhi: il consigliere
delegato, l’amico, il direttore
delle imposte indirette… noi tre soli
a non sapere, a chiederci chi siamo,
persone separate o una: un coniglio,
un topo che condizionato a certi
riflessi verifica il sistema.

Giovanni Raboni

da “Le case della Vetra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

Viaggio a Venezia – Jaroslav Seifert

Foto di Michael Kenna

 

Si può dire forse cosí:
l’amore va e va e va
               e non v’è angolo
dove non sia a casa sua.
E i baci si allungano veloci
come a primavera le giornate.

E per questo ci siamo una volta destati
solo nell’amoroso silenzio di un quadro
dove c’erano soltanto due colonne rosa
e un pezzetto di mare.

I palazzi stavano infilzati nel mare
come pèttini antichi
              con perle e bruscoli d’oro,
ma nelle lagune era sporco e limo.

E il gondoliere
              con riso cattivo
pescò col remo davanti a noi
ciò che lí al mattino gettano dalla finestra
i dormienti d’amor prudente
perché non hanno stufe.

E tu subito strappasti le dita
dalla mia mano!
              Ridammi la mano!
Sarebbe triste, nella bella città
dalla quale è cosí duro partire.
              E repentina
dalla piazza risonò la lusinga
di una musica dolce.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La cometa di Halley” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

Cesta do Benátek

Snad je to možno tak říci:
láska jde a jde a jde
              a není kout,
kde nebyla by doma.
A polibky se rychle prodlužují
jak na jaře dny.

A proto jsme se jednou probudili
až v milostném tichu obrazu,
kde byly jen dva růžové sloupy
a kousek moře.

Paláce byly vetknuty do moře
jako staré hřebeny
              s perlami a zbytky zlata,
ale v lagunách byly špína a kal.
A gondoliér
s ošklivým smíchem
vylovil před námi veslem,
co tam házejí patrně z okna k ránu
spáči opatrné lásky,
protože tam nemají kamna.

A tys hned prudce vytrhla své prsty
z mojí dlaně!
              Dej mi zas ruku!
Bylo by smutno v krásném městě,
odkud se tak těžko odchází.
              A vzápětí
z náměstí před námi zazněla lichotně
sladká hudba.

Jaroslav Seifert

da “Halleyova kometa”, Albatros, Praha, 1969