Dedica, molti anni dopo – Gesualdo Bufalino

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

Queste parole di un uomo dal cuore debole,
sorta di macchine o giochi per soffrire di meno,
ad altri uomini dal cuore debole:
coscritti balbuzienti, spretati dagli occhi miopi,
guitti fischiati, collegiali alla gogna,
re in esilio invecchiati a un tavolo di caffè,
che un giorno finalmente un sicario pietoso
aiuta dietro un muro, con un coltello…
Queste parole di un moribondo di provincia
a chiunque abbia scelto di somigliargli,
col viso contro i vetri, fisso a guardare nell’orto
un albero di ciliegio teatralmente morire…
Queste parole scritte senza crederci,
e tuttavia piangendo,
a un me stesso bambino che uccisi o che s’uccise,
ma che talora, una due volte l’anno,
non so come fiocamente rinasce
e torna a recitarsele da solo…
Per poco ancora, per qualche giorno ancora:
finché giunga l’inverno nel suo mantello d’ussaro
e il fuoco le consumi e le consegni alla notte.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti» – Rainer Maria Rilke

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

34.

Prodighi d’astri, cieli traboccanti
splendono sull’affanno. Tu non piangere
tra i cuscini, ma verso l’alto. Qui
già dal tuo volto in lacrime, estenuato,
ha inizio e si propaga il rapinoso
spazio del mondo. Chi, se ti protendi
ad esso, chi interrompe la corrente?
Nessuno. Se non forse tu che a un tratto
lotti col flusso immenso di quegli astri
incontro a te. Respira il buio della terra,
respira e ancora alza lo sguardo! Ancora
leggera e senza volto la profondità posa
su te dall’alto. Il volto che la notte
contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio.

Rainer Maria Rilke

Parigi, aprile 1913

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

Dalle poesie alla notte.

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

34.

Überfließende Himmel verschwendeter Sterne
prachten über der Kümmernis. Statt in die Kissen,
weine hinauf. Hier, an dem weinenden schon,
an dem endenden Antlitz,
um sich greifend, beginnt der hin-
reißende Weltraum. Wer unterbricht,
wenn du dort hin drängst,
die Strömung? Keiner. Es sei denn,
dass du plötzlich ringst mit der gewaltigen Richtung
jener Gestirne nach dir. Atme.
Atme das Dunkel der Erde und wieder
aufschau! Wieder. Leicht und gesichtslos
lehnt sich von oben Tiefe dir an. Das gelöste
nachtenthaltne Gesicht giebt dem deinigen Raum.

Rainer Maria Rilke

Aus den Gedichten an die Nacht.

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

«Sei tornato stanotte a visitarmi» – Donatella Bisutti

Foto di Pierre Houcmant

 

Sei tornato stanotte a visitarmi
eri nel vento che mi accarezzava
eri nella pioggia che batteva triste
eri nella lingua della luna
che si insinuava fra le dita
eri nel ritmo della notte
nel vuoto della bocca
che tremava
nel tonfo del mio cuore che batteva
i suoi tamburi a lutto
eri nella prima luce dell’alba
terrea come la tua guancia di morto.
Il tuo fantasma camminava
nel corto intervallo del respiro
in braccia vuote mi cullava.

Donatella Bisutti

da “Planh”(Compianto), in “Donatella Bisutti, Rosa alchemica”, Crocetti Editore, 2011

Charis 1944 – Manolis Anaghnostakis

Herbert List, Ragazzi che leggono, 1950

Herbert List, Ragazzi che leggono, 1950

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eravamo tutti assieme e dipanavamo instancabilmente le nostre ore
Cantavamo sommessamente dei giorni che incombevano carichi di policrome visioni
Lui cantava, noi tacevamo, la sua voce destava piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che bruciavano la nostra gioventú
Giorno e notte giocava a nascondino con la morte in ogni angolo in ogni vicolo
Dimenticando il proprio corpo bramava donare agli altri una Primavera.
Eravamo tutti insieme ma avresti detto che lui era tutti.
Un giorno qualcuno ci sibilò all’orecchio: “Charis è morto”
“L’hanno ucciso” o qualcosa del genere. Parole che sentiamo ogni giorno.
Nessuno lo vide. Era il crepuscolo. Avrà avuto i pugni serrati come sempre
Nei suoi occhi s’incise inestinguibile la gioia della nostra nuova vita
Ma tutto questo era semplice e il tempo è poco. Nessuno fa in tempo.
… Non siamo piú tutti insieme. Due o tre sono emigrati
Un altro è partito lontano con un comportamento ambiguo e Charis è morto

Sono andati via anche gli altri, sono venuti dei nuovi, le strade si sono riempite
La folla si riversa incontenibile, di nuovo sventolano bandiere
Il vento sferza gli stendardi. Nella confusione ondeggiano canzoni.
Se tra le voci che la sera perforano impietose i muri
Ne hai distinta una, è la sua. Appicca piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che bruciano la nostra gioventú indomita
È sua la voce che rimbomba tutto intorno nella folla come un sole
Che abbraccia il mondo come un sole che sciabola le amarezze come un sole
Che ci indica come un sole luminoso le città dorate
Che si aprono dinanzi a noi madide di Verità e di limpida luce.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

                                                            (da Stagioni, 1945)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Charis 1944

Eravamo tutti assieme e dispiegavamo instancabili le ore
Cantavamo piano per i giorni che sarebbero venuti, carichi di visioni multicolori
Lui cantava, tacevamo, la sua voce destava piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che accendevano la nostra giovinezza
Giorno e notte giocava a nascondino con la morte in ogni angolo e vicolo
Dimentico del proprio corpo era ansioso di donare agli altri una Primavera.
Eravamo tutti assieme, ma avresti detto che lui era tutti noi.
Un giorno qualcuno ci bisbigliò all’orecchio: “Charis è morto”.
“È stato ucciso” o qualcosa di simile. Parole che sentiamo ogni giorno.
Nessuno lo vide. Era sul far della sera. Di certo avrà avuto le mani serrate, come sempre
Nei suoi occhi indelebilmente incisa la gioia della nostra nuova vita
Ma tutto ciò era semplice e il tempo è breve. Nessuno mai fa in tempo.
… Non siamo più tutti assieme. Due o tre sono emigrati
Un altro se n’è andato lontano con un contegno indefinibile e Charis è stato ucciso
Sono andati via anche altri, è arrivata gente nuova, si sono riempite le strade
La folla incontenibile dilaga, sventolano di nuovo le bandiere
Il vento sferza gli stendardi. In mezzo al caos ondeggiano canzoni.
Se tra le voci che di sera trapassano inesorabili i muri
Ne distingui una: È la sua. Accende piccoli incendi
Migliaia di piccoli incendi che ardono la nostra indomita giovinezza
È la sua voce che nella folla intorno risuona come un sole
Che come un sole abbraccia il mondo, come un sole trafigge le amarezze
Come un fulgido sole ci mostra le città dorate
Dischiuse innanzi a noi, inondate di verità e di limpida luce.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

da “Stagioni”, in “Manolis Anaghnostakis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

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Χάρης 1944

Ἤμασταν ὅλοι μαζί ϰαί ξεδιπλώναμε ἀϰούραστα τί ς ὧρες μας
Τραγουδούσαμε σιγά γιά τί ς μέρες πού θά ῾ρχόντανε
φορτωμένες πολύχρωμα ὁράματα
Αὐτός τραγουδοῦσε, σωπαίναμε, ἡ φωνή του
ξυπνοῦσε μιϰρές πυρϰαγιές
Χιλιάδες μιϰρές πυρϰαγιές πού πυρπολοῦσαν τή νιότη μας
Μερόνυχτα ἔπαιζε τό ϰρυφτό μέ τό θάνατο
σέ ϰάθε γωνιά ϰαί σοϰάϰι
Λαχταροῦσε ξεχνώντας τό διϰό του ϰορμί νά χαρίσει
στούς ἄλλους μίαν Ἄνοιξη.

Ἤμασταν ὅλοι μαζί μά θαρρεῖς πῶς αὐτός ἦταν ὅλοι.

Μιά μέρα μᾶς σφύριξε ϰάποιος στ᾿ ἀφτί: «Πέθανε ὁ Χάρης»
«Σϰοτώθηϰε» ἢ ϰάτι τέτοιο. Λέξεις πού τί ς ἀϰοῦμε ϰάθε μέρα.
Κανεί ς δέν τόν εἶδε. Ἦταν σούρουπο.
Θά ῾χε σφιγμένα τά χέρια ὅπως πάντα
Στά μάτια του χαράχτηϰεν ἄσβηστα ἡ χαρά
τῆς ϰαινούριας ζωῆς μας
Μά ὅλα αὐτά ἦταν ἁπλά ϰι ὁ ϰαιρός εἶναι λίγος.
Κανεί ς δέν προφταίνει.

…Δέν εἴμαστε ὅλοι μαζί. Δυό τρεῖς ξενιτεύτηϰαν
Τράβηξεν ὁ ἄλλος μαϰριά μ᾿ ἕνα φέρσιμο ἀόριστο
ϰι ὁ Χάρης σϰοτώθηϰε
Φύγανε ϰι ἄλλοι, μᾶς ἦρθαν ϰαινούριοι, γεμίσαν οἱ δρόμοι
Τό πλῆθος ξεχύνεται ἀβάσταχτο, ἀνεμίζουνε πάλι σημαῖες
Μαστιγώνει ὁ ἀγέρας τά λάβαρα.
Μές στό χάος ϰυματίζουν τραγούδια.

Ἂν μές στί ς φωνές πού τά βράδια τρυποῦνε ἀνελέητα τά τείχη
Ξεχώρισες μία: Εἶν᾿ ἡ διϰή του. Ἀνάβει μιϰρές πυρϰαγιές
Χιλιάδες μιϰρές πυρϰαγιές πού πυρπολοῦν
τήν ἀτίθαση νιότη μας
Εἶν᾿ ἡ διϰή του φωνή πού βουίζει στό πλῆθος
τριγύρω σάν ἥλιος
Π᾿ ἀγϰαλιάζει τόν ϰόσμο σάν ἥλιος
πού σπαθίζει τί ς πίϰρες σάν ἥλιος
Πού μᾶς δείχνει σάν ἥλιος λαμπρός τί ς χρυσές πολιτεῖες
Πού ξανοίγονται μπρός μας λουσμένες
στήν Ἀλήθεια ϰαί στό αἴθριο τό φῶς.

Μανόλης Ἀναγνωστάκης

da “ Ἐποχές 3”, 1945, in “Τα Ποιήματα (1941 – 1971)”, Νεφέλη, 2000

miti mi guardano i tuoi occhi… – John Berryman

Clarence H. White, Julia McCune reading by window, 1896

3.

miti mi guardano i tuoi occhi. Di grano ed aria
è fatto il tuo corpo, muove. Lo evoco, vedi,
d’oltre i secoli.
Penso non resterai. Come indugiamo,
sminuiti, nell’aria fra chi ci ama, implausibilmente
visibili, per chi, un anno, anni, ad intervalli
di tempo: o no; per uno
a lungo estraneo: o no; baluginiamo, e scompariamo.

John Berryman

(Traduzione di Sergio Perosa)

da “Omaggio a Mistress Bradstreet”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

3.

thy eyes look to me mild. Out of maize & air
your body’s made, and moves: I summon, see,
from the centuries it.
I think you won’t stay. How do we
linger, diminished, in our lover’s air,
implausibly visible, to whom, a year, years, over interims; or not;
to a long stranger; or not; shimmer & disappear.

John Berryman

da “Homage to Mistress Bradstreet”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 1956