Janko il musicante – Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Alla memoria di un caduto

 

3

Timido, giovane, appiccicoso verde foglia.
Che vorrei strappare, calpestare, ferire.
Per la sua spudoratezza – perché pulsa di luce,
perché l’attesa non l’ha mai provata.

Ho nelle mani un odio che germoglia,
un nodo stretto in gola intriso d’ira.
Per la sua vita — effimera e vivace,
per la fugacità sua spensierata.

Creerò un’immensa torre di foglie
e darò fuoco ai suoi quattro lati.
Se arruffo il cielo ignoto in fumi alati –
s’avvereranno forse le mie voglie.

Pregherò per il tuo ritorno
tutti gli dèi del mondo.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Linda Del Sarto)

da “Canzone nera”, Adelphi Edizioni, 2022

***

JANKO MUZYKANT

3

Nieśmiała, młoda, lepka zieleń liści.
Chciałabym zrywać, deptać, ranić.
Za jej bezwstyd – że pulsuje słońcem,
źe nie wie co to jest czekanie.

Mam w rękach siłę nienawiści,
mam gniew zwęzlony w krtani.
Za jej życie – krótkie, musujące,
za jej beztroskie przemijanie.

Ułożę stos olbrzymi z liści,
podpalę jego cztery końce.
Gdy obce niebo dymem zmącę –
może się prośba moja ziści.

Będę się modlić o twój powrót
do wszystkich bogów świata.

Wisława Szymborska

da “Czarna piosenka”, Wydawnictwo Znak, 2014

Afrodite – José Saramago

Antonio Mora, Aphrodite, born of the waves

 

All’inizio, è un nulla. Un soffio appena,
un brivido di squame, la carezza dell’ombra
come nube marina che si sfrangia
nella medusa dalle braccia a raggi.
Non si dirà che il mare s’è turbato
e che l’onda prende forma da quel fremito.
Nel dondolio del mare danzano pesci
e le braccia delle alghe, serpentine,
le curva la corrente, come il vento
le messi della terra, il crine dei cavalli.
Tra due infiniti blu s’avanza l’onda,
tutta di sol coperta, risplendente,
liquido corpo, instabile, d’acqua cieca.
Accorre il vento da lontano e reca
il polline dei fiori e altri odori
della terra contigua, oscura e verde.
Tuonando, l’onda rotola, e feconda
si lancia verso il vento che l’attende
nel letto scuro di rocce che si increspano
di unghie appuntite e vite brulicanti.
Ancora in alto le acque si sospendono
nell’istante supremo di tanta gestazione.
E quando, in un’estasi di vita che comincia,
l’onda si frange e sfrangia sulle rocce,
le avvolge, le cinge, le stringe e poi vi scorre
– dalla spuma bianca, dal sole, dal vento che ha spirato,
dai pesci, dai fiori e da quel polline,
dalle tremule alghe, dal grano, dalle braccia della medusa,
dai crini dei cavalli, dal mare, dalla vita tutta,
Afrodite è nata, nasce il tuo corpo.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

***

Afrodite

Ao princípio, é nada. Um sopro apenas,
Um arrepio de escamas, o perpassar da sombra
Como nuvem marinha que se esgarça
Nos radiais tentáculos da medusa.
Não se dirá que o mar se comoveu
E que a onda vai formar-se deste frémito.
No embalo do mar oscilam peixes
E os braços das algas, serpentinos,
À corrente se dobram, como ao vento
As searas da terra, as crinas dos cavalos.
Entre dois infinitos de azul avança a onda,
Toda de sol coberta, rebrilhando,
Líquido corpo, instável, de água cega.
De longe acorre o vento, transportando
O pólen das flores e os mais perfumes
Da terra confrontada, escura e verde.
Trovejando, a vaga rola, e fecundada
Se lança para o vento à sua espera
No leito de rochas negras que se encrespam
De agudas unhas e vidas fervilhantes.
Ainda alto as águas se suspendem
No instante final da gestação sem par.
E quando, num rapto de vida que começa,
A onda se despedaça e rasga no rochedo,
O envolve, cinge, aperta e por ele escorre
—Da espuma branca, do sol, do vento que soprou,
Dos peixes, das flores e do seu pólen,
Das algas trémulas, do trigo, dos braços da medusa,
Das crinas dos cavalos, do mar, da vida toda,
Afrodite nasceu, nasce o teu corpo.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966

La pietra perifrastica – Kikí Dimoulà

Kikí Dimoulà

 

 

 

 

 

 

 

 

Parla
Dì qualcosa, una qualsiasi.
Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio
Scegli una parola almeno,
che possa legarti più forte con l’indefinito.
Dì “ingiustamente” “albero” “nudo”
Dì “vedremo”
«imponderabile»,
«peso».
Esistono così tante parole che sognano una veloce, libera, vita con la tua voce

Parla
Abbiamo così tanto mare davanti a noi
Dove noi finiamo inizia il mare
Dì qualcosa
Dì «onda», che non sta arretra
Dì «barca», che affonda se troppo la riempi con periodi
Dì «attimo»,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,
Dì, «non ho sentito»

Parla
Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte
Non dire «intera»,
Dì «minima»,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Intera notte

Parla
Dì «astro», che si spegne
Non diminuisce il silenzio con una parola…
Dì «pietra»,
che è parola irriducibile
Così, almeno
che io possa mettere un titolo
a questa passeggiata lungomare.

Kikí Dimoulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Η Περιφραστική Πέτρα

Μίλα.
Πές ϰάτι, ὁτιδήποτε.
Μόνο μή στέϰεις σάν ἀτσάλινη ἀπουσία.
Διάλεξε ἔστω ϰάποια λέξη,
πού νά σέ δένει πιό σφιχτά
μέ τήν ἀοριστία.
Πές:
«ἄδιϰα»,
«δέντρο»,
«γυμνό».
Πές:
«θά δοῦμε»,
«ἀστάθμητο»,
«βάρος».
Ὑπάρχουν τόσες λέξεις πού ὀνειρεύονται
μιά σύντομη, ἄδετη, ζωή μέ τή φωνή σου.

Μίλα.
Ἔχουμε τόση θάλασσα μπροστά μας.
Ἐϰεῖ πού τελειώνουμε ἐμεῖς
ἀρχίζει ἡ θάλασσα.
Πές ϰάτι.
Πές «ϰῦμα», πού δέν στέϰεται.
Πές «βάρϰα», πού βουλιάζει
ἂν τήν παραφορτώσεις μέ προθέσεις.
Πές «στιγμή»,
πού φωνάζει βοήθεια ὅτι πνίγεται,
μήν τή σῴζεις,
πές
«δέν ἄϰουσα».

Μίλα.
Οἱ λέξεις ἔχουν ἔχθρες μεταξύ τους,
ἔχουν τούς ἀνταγωνισμούς:
ἂν ϰάποια ἀπ᾿ αὐτές σέ αἰχμαλωτίσει,
σ᾿ ἐλευθερώνει ἄλλη.
Τράβα μία λέξη ἀπ᾿ τή νύχτα
στήν τύχη.
Ὁλόϰληρη νύχτα στήν τύχη.
Μή λές «ὁλόϰληρη»,
πές «ἐλάχιστη»,
πού σ᾿ ἀφήνει νά φύγεις.
Ἐλάχιστη
αἴσθηση,
λύπη
ὁλόϰληρη
διϰή μου.
Ὁλόϰληρη νύχτα.

Μίλα.
Πές «ἀστέρι», πού σβήνει.
Δέν λιγοστεύει ἡ σιωπή μέ μιά λέξη.
Πές «πέτρα»,
πού εἶναι ἄσπαστη λέξη.
Ἔτσι, ἴσα ἴσα,
νά βάλω ἕναν τίτλο
σ᾿ αὐτή τή βόλτα τήν παραθαλάσσια.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο τοῦ ϰόσμου”, 1971

Canzonette mortali – Giovanni Raboni

Foto di René Groebli

 

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

*

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che piú di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giú prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

*

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…

*

Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per i tuoi capelli.

*

Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.

*

Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.

*

Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.

*

Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

*

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

*

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Giovanni Raboni

(1983)

da “Canzonette mortali”, (1981-1983), in “Tutte le poesie, 1949-2004”, Einaudi, Torino, 2014

«Un giorno, dondolando sull’orlo» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Mario Nunes Vais, 1910

 

Un giorno, dondolando sull’orlo
di tutto ciò che è, avvertii nel corpo
la presenza di un’ombra irreparabile
che spingeva altrove la mia vita.

Nessuno lo sapeva, solo il quaderno
bianco si era accorto che avevo spento
le candele, accese per crear parole:
senza di loro non mi dispiaceva morire.

Soffrivo tanto! Tanto m’avvicinai
alla fine dei tormenti! Non dissi una parola.
Era l’anima, ancora debole,
che cercava un’altra età.

Mi misi a vivere, e vivrò a lungo.
Da quel giorno chiamo tormento
terreno solo ciò che non ho cantato;
il resto lo chiamo beatitudine.

Bella Achatovna Achmadulina

Anni settanta

(Traduzione di Daniela Gatti)

da “Bella Achmadulina, Poesia”, Spirali, 1998

∗∗∗

«Однажды, покачнувшись на краю…»

Однажды, покачнувшись на краю
всего, что есть, я ощутила в теле
присутствие непоправимой тени,
куда-то прочь теснившей жизнь мою.

Никто не знал, лишь белая тетрадь
заметила, что я задула свечи,
зажженные для сотворенья речи, –
без них я не желала умирать.

Так мучилась! Так близко подошла
к скончанью мук! Не молвила ни слова.
А это просто возраста иного
искала неокрепшая душа.

Я стала жить и долго прожилу –
Но с той поры я мукою земною
зову лишь то, что не воспето мною,
все прочее – блаженством я зову.

Белла Ахатовна Ахмадулина

da “Свеча”, Сов.Россия, 1977