In piedi sui confini – Nika Turbina

 

In piedi sui confini
dove perdi il contatto
con il mondo.
Si gettano quei ponti innanzi
quando scocca mezzanotte:
inflessibile è il tempo.

In piedi sui confini:
solo un passo ancora,
avanti!, verso l’immortalità.

Se mi volto, scopro dietro me
quei giorni che mi han dato tanta luce.

E non so decidermi
a quel passo,
ma mi mette fretta il tempo.
Con il far del giorno
si oscura la mia stella,
la linea si richiude in un istante.

Nika Turbina

[1983]

(Traduzione di Federico Federici)

da “Sono pesi queste mie poesie e altre liriche”, Via del Vento Edizioni, 2008

∗∗∗

[Я стою у черты]

Я стою у черты,
Где кончается
Связь со Вселенной.
Здесь разводят мосты
Ровно в полночь –
То время бессменно.

Я стою у черты –
Ну, шагни,
И окажешься сразу бессмертна.

Оглянулась – за мною дни,
Что дарили мне столько света.

И я
Сделать последний шаг
Не могу.
Но торопит время.
Утром меркнет моя звезда
И черта обернулась мгновеньем.

Ника Турбина

[1983]

da “Черновик: первая книга стихов”, M: Молодая гвардия, 1984

Anniversario – Gesualdo Bufalino

Edward Weston, Tina Modotti, 1923

 

La festa abbaglia ancora i tuoi balconi
e il mare, sale una rosa di luce
antica sul tuo viso, ogni bengala
nel giro negro e veloce degli occhi
ti si ripete, e la musica fiera
degli spari: chissà se tu ripensi
il tuo cuore d’altranno, e le parole
che ci gridammo d’amore, sospesi
sui colori violenti della folla,
chissà se tu rammenti la mia voce.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, in “Gesualdo Bufalino, Opere 1981 – 1988”, Bompiani, 2006

Mia lingua fedele – Czesław Miłosz

Foto di Tomasz Tomaszewski

 

Mia lingua fedele,
ti ho ser­vito.
Ogni notte ti met­tevo davanti le sco­del­line dei colori,
per­ché tu avessi e la betulla e la caval­letta e il ciuf­fo­lotto
con­ser­vati nella mia memoria.

È stato così per molti anni.
Sei stata la mia patria per­ché un’altra è man­cata.
Pen­savo che avre­sti fatto da inter­me­dia­ria
fra me e le per­sone buone,
non fos­sero che venti, dieci,
o ancora doves­sero nascere.

Ora rico­no­sco di dubi­tare.
Ci sono momenti in cui mi sem­bra di aver sciu­pato la vita.
Per­ché tu sei la lin­gua degli umi­liati,
la lin­gua degli insen­sati e di coloro che odiano
se stessi forse ancor più degli altri popoli,
la lin­gua dei con­fi­denti,
la lin­gua dei con­fusi,
malati della pro­pria innocenza.

Ma senza di te chi sono.
Solo un pedante in qual­che paese lon­tano,
un suc­cess senza paura e umi­lia­zioni.
Be’ sì, chi sono senza di te.
Un filo­sofo come tutti.

Capi­sco, que­sta deve essere la mia edu­ca­zione:
la glo­ria all’individualità sot­tratta,
al Pec­ca­tore d’una Mora­lità
il Gran Borioso stende sotto il tap­peto rosso,
men­tre la lan­terna magica
getta sulla tela imma­gini di umana e divina sofferenza.

Mia lin­gua fedele,
eppure forse io ti devo sal­vare.
Con­ti­nuerò per­ciò a met­terti davanti sco­del­line di colori
chiari e puliti se pos­si­bile,
per­ché nell’infelicità occorre una qual­che armo­nia e bellezza.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1968

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Città senza nome”, in “Czesław Miłosz, Poesie”, Adelphi, 1983

∗∗∗

Moja wierna mowo

Moja wierna mowo,
służyłem tobie.
Co noc stawiałem przed tobą miseczki z kolorami,
żebyś miała i brzozę i konika polnego i gila
zachowanych w mojej pamięci.

Trwało to dużo lat.
Byłaś moją ojczyzną bo zabrakło innej.
Myślałem że będziesz także pośredniczką
pomiędzy mną i dobrymi ludźmi,
choćby ich było dwudziestu, dziesięciu,
albo nie urodzili się jeszcze.

Teraz przyznaję się do zwątpienia.
Są chwile kiedy wydaje się, że zmarnowałem życie.
Bo ty jesteś mową upodlonych,
mową nierozumnych i nienawidzących
siebie bardziej może od innych narodów,
mową konfidentów,
mową pomieszanych,
chorych na własną niewinność.

Ale bez ciebie kim jestem.
Tylko szkolarzem gdzieś w odległym kraju,
a success, bez lęku i poniżeń.
No tak, kim jestem bez ciebie.
Filozofem takim jak każdy.

Rozumiem, to ma być moje wychowanie:
gloria indywidualności odjęta,
Grzesznikowi z moralitetu
czerwony dywan podścieła Wielki Chwał,
a w tym samym czasie latarnia magiczna
rzuca na płótno obrazy ludzkiej i boskiej udręki.

Moja wierna mowo,
może to jednak ja muszę ciebie ratować.
Więc będę dalej stawiać przed tobą miseczki z kolorami
jasnymi i czystymi jeżeli to możliwe,
bo w nieszczęściu potrzebny jakiś ład czy piękno.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1968

da “Miasto bez imienia”, Instytut Literacki, Paryż, 1969

Dolore – Giovanni Raboni

Foto di Florence Henri

 

Tu e le tue fissazioni! mi vien voglia
di rinfacciarti le mie piaghe,
quelle sí cancrenose, immedicabili…
Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l’erede
d’una sacra penuria,
te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo.
C’è piú tristezza nel tuo lutto
per un gioco perduto, per una bambola squartata
che nel mio per il novero dei morti
che colleziono da una vita.
È piú giusta, ha piú stoffa la tua pena.
E intanto non riesco a consolarti,
mio affamato, tremante, altero amore!
Non rispondi, mi guardi
come, ma sí, come un nemico di classe
se cerco di distrarti,
se ti ricatto con la tenerezza…
Ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo
l’osso del tuo dolore.

Giovanni Raboni

da “A tanto caro sangue”, (1956-1987), in “Tutte le poesie”, Einaudi, Torino, 2014

Romanza – Angelo Maria Ripellino

Foto di Josef Sudek

 

Su Kampa bisbigliava quella notte
il salice dei sogni; all’altra riva
i vecchi tram sul lungofiume Masaryk
guizzavano in un bosco di fanali.

«Addio, – dicevi al vento della notte –
prima che fugga il mio amore lontano,
vorrò cantare Tu červenou sukynku,
in questa luce di lilla e di neve».

Come in un bianco ghiacciaio, sullo specchio
del fiume vacillavano i gabbiani.
Quei gabbiani che via dal lago Máchovo
volano dentro la luna d’aprile.

Nei giorni del distacco, l’illusione
su una tastiera batteva di neve;
sulla bocca del tempo aveva nido
un vento amaro come l’atropina.

Sono spavalde sempre le promesse,
come la prima pioggia dei sobborghi,
e i presagi sul falso davanzale
cadono come neve dentro un orcio.

Era la notte, un pàlpito di favole,
erano infusi in un freddo sciroppo
ponti, gabbiani, tremolìo di salici,
e le speranze, e il nulla, e il nostro sangue.

Dai lembi della notte apparve l’alba,
come una febbre, e il guscio della luna
cadde nel fiume, mentre tu cantavi
in una luce di lilla e di làcrime.

Angelo Maria Ripellino

da “Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006