Elegia – Nikos Gatsos

Foto di Herbert List

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel fuoco del tuo occhio un giorno avrà sorriso Dio
La primavera avrà chiuso là il suo cuore come perla di un’antica sponda.
Ora che dormi luminoso
Nei campi ghiacci dove le viti selvatiche
Son divenute ali imbalsamate colombe di marmo
Muti figli dell’attesa –
Volevo tu venissi una sera come una nube gonfia
Alito della roccia brina dell’ulivo
Perché sulla tua fronte pura
anch’io avrei visto un giorno
La neve delle pecore e dei gigli,
Ma sei passato nella vita come una lacrima del mare
Come un brillìo dell’estate ultima guazza del maggio
Sebbene un tempo anche tu fossi una sua onda azzurra
Un suo ciottolo amaro
Una sua piccola rondine in un bosco solitario
Senza campana all’alba senza lucerna a tarda sera
Con il tuo cuore caldo girato ad altre terre
Ai denti guasti dell’altra riva
Alle isole diroccate del ciliegio selvatico e della foca.

Nikos Gatsos

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Filologhikà Chronikà” 38-40, 1946; poi in Amorgo, 1969

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

ΕΛΕΓΕΙΟ

Στή φωτιά τοῦ ματιοῦ σου θά χαμογέλασε ϰάποτε ὁ Θεός
Θά ’ϰλεισε τήν ϰαρδιά της ἡ ἄνοιξη σά μιᾶς
ἀϰρχαίας ἀρογιαλιᾶς μαργαριτάρι.
Τώρα ϰαθώς ϰοιμᾶσαι λαμπερός
Στοὺς παγωμένους ϰάμπους ποὺ οἱ ἀγράμπελες
Γίναν βαλσαμωμένα φτερά μαρμάρινα περιστέρια
Βουβά παιδιά τῆς ἀπαντοχῆς –
Ἤθελα νά ’ρθεις μιά βραδιά σά βουρωμένο σύννεφο
Ἄχνη τῆς πέτρας πάχνη τῆς ἐλιᾶς
Γιατí στό ἁγνό σου μέτωπο
άποτε θά ’βλεπα ι ἐγώ
Τό χιόνι τῶν προβάτων ϰαí τῶν ϰρίνων
Μά πέρασες ἀπ’ τή ζωή σάν ἕνα δάϰρυ τῆς θάλασσας
Σά λαμπηδόνα ϰαλοαιριοῦ αí στερνοβρόχι τοῦ Μάη
Κι ἄς ἤσουν μιά φορά ϰι ἐσὺ ἕνα γεράνιο ϰύμα της
Ἓνα πιϰρό βότσαλό της
Ἓνα μιϰρό χελιδόνι της σ’ ἕνα πανέρημο δάσος
Χωρíς ϰαμπάνα τή χαραυγή χωρí ς λυχνάρι τό ἀπόβραδο
Μέ τή ζεστή σου αρδιά γυρισμένη στά ξένα
Στά χαλασμένα δόντια τῆς ἄλλης ἀρογιαλιᾶς
Στά γρεμισμένα νησιά τῆς ἀγριοερασιᾶς ϰαí τῆς φώϰιας.

Νίϰος Γϰάτσος

περ. «Φιλολογιά Χρονιά», τ. 38-40, 1946 [: Ἀμοργός, 1969]

da “Ἀμοργός”, 3.ª ed., Atenas, Ícaros, 1969

«Telefoni dall’autostrada domenica mattina» – Antonio Porta

Gérard Laurenceau, dalla serie A Langueur De Rues

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Telefoni dall’autostrada domenica mattina
per dirmi degli sprazzi di luce
la pioggia battente e passaggi rapidi
di nuvole cariche di blu poi ancora
sprazzi di luce e gli alberi s’infiammano
di nuovo scrosci di pioggia primoautunno
attraversano l’Italia Centrale
ma tu passi tra i bagliori dei temporali
e mi telefoni per dirlo: «non c’è
traffico, l’autostrada è quasi deserta,
sto arrivando non ci sono più ostacoli».

Antonio Porta

19.10.1986

da “Yellow”, “Lo Specchio” Mondadori, 2002

Sola… – Idea Vilariño

Donata Wenders “Studie XII”, Berlin 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sola
sola sotto l’acqua che cade e che cade.
I rumori ingrigiscono, la sera finisce
e sento che desidero o agogno qualcosa,
forse una lacrima che scende e che cade.

Sola sotto l’acqua che cade e che cade,
sola dinanzi a tutto il grigio della sera
pensando che desidero o agogno qualcosa,
forse una lacrima color della sera.

Sola sotto l’acqua,
sola dinanzi al lutto senza luce della sera,
sola al mondo, sola sotto l’aria.

Sola,
sola e triste, lontana da ogni anima,
da tutto ciò che è tenero, tutto ciò che è dolce.
Silenzio, tristezza, la morte più vicina
nella cornice triste e senza luce della sera.

Idea Vilariño

(Traduzione di Laura Pugno)

1937

da “Prime poesie”, in “Di rose che si aprono nell’acqua”, Bompiani, 2021

***
Sola…

Sola
sola bajo el agua que cae y que cae.
Los ruidos se agrisan, termina la tarde
y siento que añoro o deseo algo,
quizás una lagrima que rueda y que cae.

Sola bajo el agua que cae y que cae,
sola frente a todo lo gris de la tarde
pensando que añoro o deseo algo,
quizás una lágrima color de la tarde.

Sola bajo el agua,
sola frente al duelo sin luz de la tarde,
sola sobre el mundo, sola bajo el aire.

Sola,
sola y triste, lejo de todas las almas
de todo lo tierno, de todo lo suave.
Silencio, tristeza, la muerte más cerca
en el marco triste y sin luz de la tarde.

Idea Vilariño

1937

da “Primeros poemas”, in “Poesía completa”, Editorial Lumen, 2016

La materia non pesa – Pedro Salinas

Dipinto di Renzo Crociara

 

[XLV]

La materia non pesa.
Il tuo corpo ed il mio,
uniti, non sentono mai
schiavitú, sentono ali.
I baci che tu mi dài
sono sempre redenzioni:
tu baci verso l’alto,
e qualcosa di me porti a luce,
costretto prima
nel fondo oscuro.
Lo salvi, lo guardiamo
per vedere come ascende,
e vola, per l’impulso che gli dài,
verso il suo paradiso
dove ci aspetta.
No, non opprime la tua carne
e neppure la terra che calpesti
né il mio corpo che stringi.
Sento, quando mi abbracci,
che ho tenuto contro il petto
un lieve palpitare,
vicinissimo, di stella,
che viene da un’altra vita.
Il mondo materiale
nasce quando tu parti.
E sull’anima sento
quest’oppressione enorme
di ombre che hai lasciato,
di parole, senza labbra,
scritte su fogli di carta.
Restituito alla legge
del metallo, della roccia,
della carne. La tua forma
corporea,
il tuo dolce peso rosa,
è ciò che mi rendeva
il mondo piú lieve.
Ma ciò che non sopporto
e che mi schiaccia,
chiamandomi alla terra,
senza te per difendermi,
è la distanza,
è il vuoto del tuo corpo.

Sí, tu mai, tu mai:
il tuo ricordo, è materia.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

 da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XLV]

La materia no pesa.
Ni tu cuerpo ni el mío,
juntos, se sienten nunca
servidumbre, sí alas.
Los besos que me das
son siempre redenciones:
tú besas hacia arriba,
librando algo de mí,
que aún estaba sujeto
en los fondos oscuros.
Lo salvas, lo miramos
para ver cómo asciende,
volando, por tu impulso,
hacia su paraíso
donde ya nos espera.
No, tu carne no oprime
ni la tierra que pisas
ni mi cuerpo que estrechas.
Cuando me abrazas, siento
que tuve contra el pecho
un palpitar sin tacto,
cerquísima, de estrella,
que viene de otra vida.
El mundo material
nace cuando te marchas.
Y siento sobre el alma
esa opresión enorme
de sombras que dejaste,
de palabras, sin labios,
escritas en papeles.
Devuelto ya a la ley
del metal, de la roca,
de la carne. Tu forma
corporal,
tu dulce peso rosa,
es lo que me volvía
el mundo más ingrávido.
Pero lo insoportable,
lo que me está agobiando,
llamándome a la tierra,
sin ti que me defiendas,
es la distancia, es
el hueco de tu cuerpo.

Sí, tú nunca, tú nunca:
tu memoria es materia.

Pedro Salinas

 da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Every beat of my heart – Roberto Mussapi

Foto di Nicholas Buer

 

Non so vedere il Carro, da millenni,
vederlo come figura piena, intera,
come lo vide, ultimo, Platone sognando,
non sento il brivido del suo movimento nel cielo,
alto, lontano, irraggiungibile.
E non credo che mai le mie lacrime
possano svaporare in limpida rugiada,
né tramutarsi in perle i miei occhi,
né le mie labbra ritornare corallo.
Eppure qualcosa, sento, sta mutando
in me come nel tempo, indissolubili
l’uno dall’altro come la storia e il sangue.
Mi sono accorto all’improvviso che ogni giorno
io muoio e rinasco mille volte
ad ogni battito delle sue ciglia, il buio
eterno di quell’istante e la luce
gloriosa, piena del risveglio.
Io sto viaggiando sul Carro, nei suoi occhi,
il cielo da tempo canta nel volto.
Ora come in un sogno bianco del mattino
sento che il teschio di Yorik nella fossa
nell’incubo di Elsinore e dei suoi spalti
giaceva in attesa di risorgere.
E che il deserto forse fu creato
per rendere infallibile il miraggio.
Questo è un tempo di rinascita, io sento
in ogni battito del mio cuore un mutamento
in qualche cosa di inusitato e strano
che un giorno vidi nel Carro, poi nei suoi occhi.

Roberto Mussapi

da “La piuma del Simorgh”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016