Canto della mia nudità – Antonia Pozzi

 

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Antonia Pozzi

Palermo, 20 luglio 1929

da “Parole”, in “Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi”, Luca Sossella Editore, Bologna, 2010

Giovani di Sidone, 1970 – Manolis Anaghnostakis

Manolis Anaghnostakis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di regola non abbiamo motivo di lamentarci
Buona e cordiale la vostra compagnia, traboccante di giovinezza,
Ragazze fresche — giovani aitanti
Pieni di passione e d’amore per la vita e per l’azione.
Belle, significative e succose anche le vostre canzoni
Veramente molto umane e commosse,
Per i bambini che muoiono in un altro continente
Per gli eroi trucidati dei tempi passati,
Per i rivoluzionari Neri, Verdi e Giallastri,
Per il tormento dell’Uomo che soffre nell’universo.
Vi fa particolarmente onore questa partecipazione
Ai problemi e alle lotte del nostro tempo
Prestate una presenza spontanea e attiva – perciò
Voi avete, credo, tutte le ragioni
Di scherzare, di innamorarvi, a due a due, a tre a tre,
E di riposarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare prima del tempo, Ghiorgos, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

da “Il bersaglio”, in “Manolis Anaghnostakis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

***

Normalmente non ci possiamo lamentare
Bella e cordiale la vostra compagnia, tutta gioventù,
Fanciulle fresche – ragazzi aitanti
Pieni di passione e di amore per la vita e per l’azione.
Belle, con senso e sugo anche le vostre canzoni
Cosi tanto umane, ma cosi tanto, commosse,
Per i bambini che muoiono in un altro Continente
Per eroi uccisi in altre epoche,
Per rivoluzionari Neri, Verdi, Gialli,
Per l’angoscia dell’Uomo che soffre in generale.
Vi fa speciale onore questa partecipazione
Alla problematica e alle lotte del nostro tempo
Offrite una presenza diretta e attiva – quindi
Credo che con questo abbiate il diritto
A due a due, a tre a tre, di giocare, di innamorarvi
E di svagarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare Ghiorgos anzitempo, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il bersaglio, 1970)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

***
A rigore non possiamo lamentarci
Buona e cordiale la vostra compagnia, piena di giovinezza,
Ragazze fresche – giovani aitanti
Innamorati e appassionati della vita e dell’azione.
Belli, pieni di senso e succosi anche i vostri canti
Talmente umani e commossi,
Sui bambini che muoiono in un altro continente
Sugli eroi trucidati in altri tempi,
Sui rivoluzionari Neri, Verdi e Gialli,
Sull’angoscia dell’Uomo in genere che soffre.
Vi fa particolarmente onore la partecipazione
Ai problemi e alle lotte del nostro tempo
Offrite una presenza diretta e attiva – quindi
Credo che vi spetti pienamente il diritto
Di giocare, di innamorarvi, a due a due, a tre a tre,
E di svagarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare anzitempo, Ghiorgos, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Il bersaglio, 1970)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

Νέοι της Σιδώνος, 1970

Κανονιϰά δέν πρέπει νἄχουμε παράπονο
Καλή ϰι ἐγϰάρδια ἡ συντροφιά σας, ὅλο νιάτα,
Κορίτσια δροσερά- ἀρτιμελῆ ἀγόρια
Γεμάτα πάθος ϰι ἔρωτα γιά τή ζωή ϰαί γιά τή δράση.
Καλά, μέ νόημα ϰαί ζουμί ϰαί τά τραγούδια σας
Τόσο, μά τόσο ἀνθρώπινα, συγϰινημένα,
Γιά τά παιδάϰια πού πεθαίνουν σ᾿ ἄλλην Ἤπειρο
Γιά ἥρωες πού σϰοτωθῆϰαν σ᾿ ἄλλα χρόνια,
Γιά ἐπαναστάτες Μαύρους, Πράσινους, Κιτρινωπούς,
Γιά τόν ϰαημό τοῦ ἐν γένει πάσχοντος Ἀνθρώπου.
Ἰδιαιτέρως σᾶς τιμᾷ τούτη ἡ συμμετοχή
Στήν προβληματιϰή ϰαί στού ς ἀγῶνες τοῦ ϰαιροῦ μας
Δίνετε ἕνα ἄμεσο παρών ϰαί δραστιϰό- ϰατόπιν τούτου
Νομίζω διϰαιοῦσθε μέ τό παραπάνω
Δυό δυό, τρεῖς τρεῖς, νά παίξετε, νά ἐρωτευθεῖτε,
Καί νά ξεσϰάσετε, ἀδελφέ, μετά ἀπό τόση ϰούραση.
(Μᾶς γέρασαν προώρως Γιῶργο, τό ϰατάλαβες;)

Μανόλης Ἀναγνωστάϰης,

da “ Ὁ στόχος”, 1970, in “Τά Ποιήματα 1941-1971”, Εϰδότης ΝΕΦΕΛΗ, 2000

Janko il musicante – Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

Alla memoria di un caduto

 

3

Timido, giovane, appiccicoso verde foglia.
Che vorrei strappare, calpestare, ferire.
Per la sua spudoratezza – perché pulsa di luce,
perché l’attesa non l’ha mai provata.

Ho nelle mani un odio che germoglia,
un nodo stretto in gola intriso d’ira.
Per la sua vita — effimera e vivace,
per la fugacità sua spensierata.

Creerò un’immensa torre di foglie
e darò fuoco ai suoi quattro lati.
Se arruffo il cielo ignoto in fumi alati –
s’avvereranno forse le mie voglie.

Pregherò per il tuo ritorno
tutti gli dèi del mondo.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Linda Del Sarto)

da “Canzone nera”, Adelphi Edizioni, 2022

***

JANKO MUZYKANT

3

Nieśmiała, młoda, lepka zieleń liści.
Chciałabym zrywać, deptać, ranić.
Za jej bezwstyd – że pulsuje słońcem,
źe nie wie co to jest czekanie.

Mam w rękach siłę nienawiści,
mam gniew zwęzlony w krtani.
Za jej życie – krótkie, musujące,
za jej beztroskie przemijanie.

Ułożę stos olbrzymi z liści,
podpalę jego cztery końce.
Gdy obce niebo dymem zmącę –
może się prośba moja ziści.

Będę się modlić o twój powrót
do wszystkich bogów świata.

Wisława Szymborska

da “Czarna piosenka”, Wydawnictwo Znak, 2014

Lettera – Nikiforos Vrettakos

Karen Hollingswort painting

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Thermos Amurghis

Non ho una foglia dei vecchi alberi verdi.

Ti scrivo la mia pena su questa carta
tanto lieve che te la porti il vento
tanto buona e tenera che non se ne sorprenda il sole,
gentile come il silenzio che incede sull’erba
di notte. Semplice e pura come l’acqua che scorre
e non indovini che la generò la tempesta di ieri.

Molti sono stati uccisi. Molti viviamo. Tutti quanti siamo
feriti. È grave di dolore il mondo.
Col silenzio del mare riceverai la mia pena.
Ti mando questo mio eterno “non ti scordar di me”, è una
luce avvolta entro una piccola nubicina.

Ti mando questa pecorella, poiché sei vicino a Dio
perché tu la guidi ad un suo verde giardino.
Ti mando questo infante col piedino schiacciato.
Alzalo alla finestra con la stella del mattino,
vicino al mondo, vicino al sogno.
Vicino alla tua bontà che è calda come alito di madre.
Vicino al camino dove sogni con la mano alla fronte
la felicità dell’affamato, del soldato, dell’infermo.
Mettilo vicino alla verde bandiera. Vicino al rosso
cavallo. A tua madre accanto che attorniata
dai passeri di gennaio fila la speranza.
Mettilo vicino al lamento dell’amicizia. Vicino, vicino.
Mettilo a sedere e aprigli come un riso la finestra
perché veda il mondo.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Il Taigeto e il silenzio”, 1949, in “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

***

Γράμμα

Στον Θέρμο Αμούργη

Δἐν ἔχω ἕνα φύλλο ἀπ᾿ τά παλιά πράσινα δέντρα.
Σοῦ γράφω τή λύπη μου σ᾿ αὐτό, τό, χαρτί.
τόσο ἐλαφριά πού νά στή φέρει ὁ ἄνεμος,
τόσο αλή αί τρυφερή πού νά μή παραξενευτεῖ ὁ ἥλιος,
εὐγενιή σάν τή σιωπή πού περπατεῖ στό, χορτάρι
τή νύχτα, ἁπλή αί αθαρή σάν τό, νεράι πού τρέχει
αί δἐ μαντεύεις πὼς τό, γέννησε ἡ χτεσινή αταιγίδα.
Πολλοί σοτώθηαν. Πολλοί ζοῦμε. Ὅλοι μας εἴμαστε
λαβωμένοι. Εἶναι βαρύς ἀπό, τό,ν πόνο μας ὁ όσμος.
Μἐ τή σιωπή τῆς θάλασσας θά λάβεις τή λύπη μου.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, αἰώνιό μου Μή με λησμόνει!
Εἶναι ἕνα φῶς διπλωμένο ἀνάμεσα σ᾿ ἕνα μιρό, συννεφάι.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, ἀρνάι, μιά ᾿ εἶσαι οντά στό, θεό,
νά τ᾿ ὁδηγήσεις σ᾿ ἕνα πράσινο ῆπο του.
Σοῦ στέλνω αὐτό, τό, βρέφος μἐ τό, τσαισμένο ποδαράι.
Ἀνεβασέ το στό, παράθυρο μἐ τό,ν αὐγερινό,
οντά στό,ν όσμο, οντά στό, ὄνειρο,
οντά στήν αλοσύνη σου,πού εἶναι ζεστή σά μιά ἀνάσα μητέρας,
οντά στό, τζάι πού ὀνειρεύεσαι μἐ τό, χέρι στό, μέτωπο
τήν εὐτυχία τοῦ πεινασμένου, τοῦ στρατιώτη, τοῦ ἄρρωστου.
Βάλτο οντά στήν πράσινη σημαία. οντά στό, όινο
ἄλογο. Στή μητέρα σου πλάι, πού τριγυρισμένη
ἀπ᾿ τοῦ Γενάρη τούς σπουργῖτες, γνέθει τήν ἐλπίδα.
ἄλτο οντά στό, στεναγμό, τῆς φιλίας. οντά-οντά.
Βάλτο νά άτσει, ι ἄνοιχτου σάν ἕνα γέλιο τό, παράθυρο
νά ἰδεῖ τό,ν όσμο.

Νιηφόρος Βρεττάος

da “Ο Ταΰγετος αι η σιωπή”, Εδόσεις: ΤΑ ΠΕΙΡΑΪΑ ΧΡΟΝΙΑ, 1949

 

Afrodite – José Saramago

Antonio Mora, Aphrodite, born of the waves

 

All’inizio, è un nulla. Un soffio appena,
un brivido di squame, la carezza dell’ombra
come nube marina che si sfrangia
nella medusa dalle braccia a raggi.
Non si dirà che il mare s’è turbato
e che l’onda prende forma da quel fremito.
Nel dondolio del mare danzano pesci
e le braccia delle alghe, serpentine,
le curva la corrente, come il vento
le messi della terra, il crine dei cavalli.
Tra due infiniti blu s’avanza l’onda,
tutta di sol coperta, risplendente,
liquido corpo, instabile, d’acqua cieca.
Accorre il vento da lontano e reca
il polline dei fiori e altri odori
della terra contigua, oscura e verde.
Tuonando, l’onda rotola, e feconda
si lancia verso il vento che l’attende
nel letto scuro di rocce che si increspano
di unghie appuntite e vite brulicanti.
Ancora in alto le acque si sospendono
nell’istante supremo di tanta gestazione.
E quando, in un’estasi di vita che comincia,
l’onda si frange e sfrangia sulle rocce,
le avvolge, le cinge, le stringe e poi vi scorre
– dalla spuma bianca, dal sole, dal vento che ha spirato,
dai pesci, dai fiori e da quel polline,
dalle tremule alghe, dal grano, dalle braccia della medusa,
dai crini dei cavalli, dal mare, dalla vita tutta,
Afrodite è nata, nasce il tuo corpo.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

***

Afrodite

Ao princípio, é nada. Um sopro apenas,
Um arrepio de escamas, o perpassar da sombra
Como nuvem marinha que se esgarça
Nos radiais tentáculos da medusa.
Não se dirá que o mar se comoveu
E que a onda vai formar-se deste frémito.
No embalo do mar oscilam peixes
E os braços das algas, serpentinos,
À corrente se dobram, como ao vento
As searas da terra, as crinas dos cavalos.
Entre dois infinitos de azul avança a onda,
Toda de sol coberta, rebrilhando,
Líquido corpo, instável, de água cega.
De longe acorre o vento, transportando
O pólen das flores e os mais perfumes
Da terra confrontada, escura e verde.
Trovejando, a vaga rola, e fecundada
Se lança para o vento à sua espera
No leito de rochas negras que se encrespam
De agudas unhas e vidas fervilhantes.
Ainda alto as águas se suspendem
No instante final da gestação sem par.
E quando, num rapto de vida que começa,
A onda se despedaça e rasga no rochedo,
O envolve, cinge, aperta e por ele escorre
—Da espuma branca, do sol, do vento que soprou,
Dos peixes, das flores e do seu pólen,
Das algas trémulas, do trigo, dos braços da medusa,
Das crinas dos cavalos, do mar, da vida toda,
Afrodite nasceu, nasce o teu corpo.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966