La pietra perifrastica – Kikí Dimoulà

Kikí Dimoulà

 

 

 

 

 

 

 

 

Parla
Dì qualcosa, una qualsiasi.
Soltanto non stare come un’assenza d’acciaio
Scegli una parola almeno,
che possa legarti più forte con l’indefinito.
Dì “ingiustamente” “albero” “nudo”
Dì “vedremo”
«imponderabile»,
«peso».
Esistono così tante parole che sognano una veloce, libera, vita con la tua voce

Parla
Abbiamo così tanto mare davanti a noi
Dove noi finiamo inizia il mare
Dì qualcosa
Dì «onda», che non sta arretra
Dì «barca», che affonda se troppo la riempi con periodi
Dì «attimo»,
che urla aiuto affogo,
non lo salvare,
Dì, «non ho sentito»

Parla
Le parole hanno inimicizie,
hanno antagonismi
se una ti imprigiona,
l’altra ti libera.
Tira a sorte una parola dalla notte.
La notte intera a sorte
Non dire «intera»,
Dì «minima»,
che ti permette di fuggire.
Minima
sensazione,
tristezza
intera
di mia proprietà
Intera notte

Parla
Dì «astro», che si spegne
Non diminuisce il silenzio con una parola…
Dì «pietra»,
che è parola irriducibile
Così, almeno
che io possa mettere un titolo
a questa passeggiata lungomare.

Kikí Dimoulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

∗∗∗

Η Περιφραστική Πέτρα

Μίλα.
Πές ϰάτι, ὁτιδήποτε.
Μόνο μή στέϰεις σάν ἀτσάλινη ἀπουσία.
Διάλεξε ἔστω ϰάποια λέξη,
πού νά σέ δένει πιό σφιχτά
μέ τήν ἀοριστία.
Πές:
«ἄδιϰα»,
«δέντρο»,
«γυμνό».
Πές:
«θά δοῦμε»,
«ἀστάθμητο»,
«βάρος».
Ὑπάρχουν τόσες λέξεις πού ὀνειρεύονται
μιά σύντομη, ἄδετη, ζωή μέ τή φωνή σου.

Μίλα.
Ἔχουμε τόση θάλασσα μπροστά μας.
Ἐϰεῖ πού τελειώνουμε ἐμεῖς
ἀρχίζει ἡ θάλασσα.
Πές ϰάτι.
Πές «ϰῦμα», πού δέν στέϰεται.
Πές «βάρϰα», πού βουλιάζει
ἂν τήν παραφορτώσεις μέ προθέσεις.
Πές «στιγμή»,
πού φωνάζει βοήθεια ὅτι πνίγεται,
μήν τή σῴζεις,
πές
«δέν ἄϰουσα».

Μίλα.
Οἱ λέξεις ἔχουν ἔχθρες μεταξύ τους,
ἔχουν τούς ἀνταγωνισμούς:
ἂν ϰάποια ἀπ᾿ αὐτές σέ αἰχμαλωτίσει,
σ᾿ ἐλευθερώνει ἄλλη.
Τράβα μία λέξη ἀπ᾿ τή νύχτα
στήν τύχη.
Ὁλόϰληρη νύχτα στήν τύχη.
Μή λές «ὁλόϰληρη»,
πές «ἐλάχιστη»,
πού σ᾿ ἀφήνει νά φύγεις.
Ἐλάχιστη
αἴσθηση,
λύπη
ὁλόϰληρη
διϰή μου.
Ὁλόϰληρη νύχτα.

Μίλα.
Πές «ἀστέρι», πού σβήνει.
Δέν λιγοστεύει ἡ σιωπή μέ μιά λέξη.
Πές «πέτρα»,
πού εἶναι ἄσπαστη λέξη.
Ἔτσι, ἴσα ἴσα,
νά βάλω ἕναν τίτλο
σ᾿ αὐτή τή βόλτα τήν παραθαλάσσια.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο τοῦ ϰόσμου”, 1971

Canzonette mortali – Giovanni Raboni

Foto di René Groebli

 

Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro, di nient’altro
ho qualche volta nostalgia
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

*

Le volte che è con furia
che nel tuo ventre cerco la mia gioia
è perché, amore, so che piú di tanto
non avrà tempo il tempo
di scorrere equamente per noi due
e che solo in un sogno o dalla corsa
del tempo buttandomi giú prima
posso fare che un giorno tu non voglia
da un altro amore credere l’amore.

*

Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti – o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto…

*

Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma – e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per i tuoi capelli.

*

Meglio che tu non sappia
con che preghiere m’addormento, quali
parole borbottando
nel quarto muto della gola
per non farmi squartare un’altra volta
dall’avido sonno indovino.

*

Il cuore che non dorme
dice al cuore che dorme: Abbi paura.
Ma io non sono il mio cuore, non ascolto
né do la sorte, so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.

*

Ti muovi nel sonno. Non girarti,
non vedermi vicino e senza luce!
Occhio per occhio, parola per parola,
sto ripassando la parte della vita.

*

Penso se avrò il coraggio
di tacere, sorridere, guardarti
che mi guardi morire.

*

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto tu mi sei cara, leggero.

*

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

Giovanni Raboni

(1983)

da “Canzonette mortali”, (1981-1983), in “Tutte le poesie, 1949-2004”, Einaudi, Torino, 2014

«Un giorno, dondolando sull’orlo» – Bella Achatovna Achmadulina

Foto di Mario Nunes Vais, 1910

 

Un giorno, dondolando sull’orlo
di tutto ciò che è, avvertii nel corpo
la presenza di un’ombra irreparabile
che spingeva altrove la mia vita.

Nessuno lo sapeva, solo il quaderno
bianco si era accorto che avevo spento
le candele, accese per crear parole:
senza di loro non mi dispiaceva morire.

Soffrivo tanto! Tanto m’avvicinai
alla fine dei tormenti! Non dissi una parola.
Era l’anima, ancora debole,
che cercava un’altra età.

Mi misi a vivere, e vivrò a lungo.
Da quel giorno chiamo tormento
terreno solo ciò che non ho cantato;
il resto lo chiamo beatitudine.

Bella Achatovna Achmadulina

Anni settanta

(Traduzione di Daniela Gatti)

da “Bella Achmadulina, Poesia”, Spirali, 1998

∗∗∗

«Однажды, покачнувшись на краю…»

Однажды, покачнувшись на краю
всего, что есть, я ощутила в теле
присутствие непоправимой тени,
куда-то прочь теснившей жизнь мою.

Никто не знал, лишь белая тетрадь
заметила, что я задула свечи,
зажженные для сотворенья речи, –
без них я не желала умирать.

Так мучилась! Так близко подошла
к скончанью мук! Не молвила ни слова.
А это просто возраста иного
искала неокрепшая душа.

Я стала жить и долго прожилу –
Но с той поры я мукою земною
зову лишь то, что не воспето мною,
все прочее – блаженством я зову.

Белла Ахатовна Ахмадулина

da “Свеча”, Сов.Россия, 1977

Dedica, molti anni dopo – Gesualdo Bufalino

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

Queste parole di un uomo dal cuore debole,
sorta di macchine o giochi per soffrire di meno,
ad altri uomini dal cuore debole:
coscritti balbuzienti, spretati dagli occhi miopi,
guitti fischiati, collegiali alla gogna,
re in esilio invecchiati a un tavolo di caffè,
che un giorno finalmente un sicario pietoso
aiuta dietro un muro, con un coltello…
Queste parole di un moribondo di provincia
a chiunque abbia scelto di somigliargli,
col viso contro i vetri, fisso a guardare nell’orto
un albero di ciliegio teatralmente morire…
Queste parole scritte senza crederci,
e tuttavia piangendo,
a un me stesso bambino che uccisi o che s’uccise,
ma che talora, una due volte l’anno,
non so come fiocamente rinasce
e torna a recitarsele da solo…
Per poco ancora, per qualche giorno ancora:
finché giunga l’inverno nel suo mantello d’ussaro
e il fuoco le consumi e le consegni alla notte.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

«Prodighi d’astri, cieli traboccanti» – Rainer Maria Rilke

Wilhelm Kotarbiński, Evening Star, c.1900

34.

Prodighi d’astri, cieli traboccanti
splendono sull’affanno. Tu non piangere
tra i cuscini, ma verso l’alto. Qui
già dal tuo volto in lacrime, estenuato,
ha inizio e si propaga il rapinoso
spazio del mondo. Chi, se ti protendi
ad esso, chi interrompe la corrente?
Nessuno. Se non forse tu che a un tratto
lotti col flusso immenso di quegli astri
incontro a te. Respira il buio della terra,
respira e ancora alza lo sguardo! Ancora
leggera e senza volto la profondità posa
su te dall’alto. Il volto che la notte
contiene in sé disciolto, al tuo dà spazio.

Rainer Maria Rilke

Parigi, aprile 1913

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

Dalle poesie alla notte.

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

34.

Überfließende Himmel verschwendeter Sterne
prachten über der Kümmernis. Statt in die Kissen,
weine hinauf. Hier, an dem weinenden schon,
an dem endenden Antlitz,
um sich greifend, beginnt der hin-
reißende Weltraum. Wer unterbricht,
wenn du dort hin drängst,
die Strömung? Keiner. Es sei denn,
dass du plötzlich ringst mit der gewaltigen Richtung
jener Gestirne nach dir. Atme.
Atme das Dunkel der Erde und wieder
aufschau! Wieder. Leicht und gesichtslos
lehnt sich von oben Tiefe dir an. Das gelöste
nachtenthaltne Gesicht giebt dem deinigen Raum.

Rainer Maria Rilke

Aus den Gedichten an die Nacht.

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.