La piuma del Simorgh – Roberto Mussapi

Minor White, Hexagram (Chichi) Water over Fire, 1958

 

La luce non si attenua mai, si spegne.
Come l’uccello che conosciamo, per rinascere.
È un inganno credere che qualcosa passi dal tempo
in cui fu pieno, a una senescenza.
Non c’è intervallo nel fuoco, c’è spegnimento
perché le braci si riaccendano, tu ti riaccendi.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
l’attenuazione della fiamma, il crepuscolo.
Non esiste un tempo intermedio,
tu passi e affoghi per rinascere,
questo è già scritto, nel fondo del mare,
impresso nelle cifre del corallo.
La vita che ti fece fu ambigua, e generosa,
tu le appartieni, sei tu che la fai vivere.
Ora che sta piovendo i passi si allontanano,
i tram sferragliano e sembra pioverà sempre,
ma c’è una porta, mai vista o spalancata di colpo.
Tu credi che il buio si avvicini, ma già incombe
la notte e il sogno che ti prende e abbraccia.
Ognuno si culla in un sogno spesso debole e incerto
per la paura del mattino, del canto del gallo
quando le ombre cadono e tu viva
stai conducendo il globo al suo risveglio.
Non era quello che avevo appreso un tempo,
il lento divenire e la trasformazione del giorno
in una quiete muta, priva di stelle.
C’è solo, tu l’hai svelato, un incessante fuoco che rigenera.

Roberto Mussapi

da “La piuma del Simorgh”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

As tears go by, Ofelia – Roberto Mussapi

Cristina Robles, Ophelia

                                                                       (A Marianne Faithfull)

Poi furono sillabe quelle che erano state parole
e versi che mi straziavano la gola,
pezzi, grumi di vocesangue
di ogni immagine che un tempo era stata,
ora persa nel fondo sotto sabbia vetrata.
E introvabile come chi è muto
di colpo e con la voce il suo sguardo è perduto
per un dolore che puoi solo intuire
in quella cornea all’improvviso vuota,
o come di colpo ai centosessanta in galleria
col piede in ipnosi sull’acceleratore
e io, io lingua franta, io affogata.

Ho recitato Ofelia, conosco la pazzia,
e so che ti colpisce per eccesso d’amore,
quando i tuoi occhi non reggono una sedia
se vedi nella sua paglia le trame d’oro,
e l’aura di quello scranno e la sua luce,
e i beati che si posarono in inconscia preghiera,
se tremi per una persona che si siede
e si avvicina al centro del fango e dei grandi fiumi,
e so che cosa significa eccesso d’amore,
quando colui che ami dilegua e tace,
o non riesce a risponderti, e tu muori,
per estinzione, disidratata in pietra.
Io sono affogata nello stagno e risalita
tra foglie cadute in morte e semprevive
dal fondo melmoso risalenti alla luce,
dal fondo ho ritrovato genesi e amore,
ora che torna mia, in me, la mia voce,
niente da chiedere, risalire adagio
come la linfa dal calamo al fiore
dopo che fu strozzata dall’inverno e dal gelo
tra foglie marcite, e il rito umorale
ascende ai campi e all’oro dei covoni
tra casa e casa, tra le luci e le strade.
Conosco la pazzia e sono affogata,
e adesso so che era soltanto amore.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

La tuffatrice – Roberto Mussapi

Edward Steichen, Katherine Rawls, 1931

 

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.
Ho avuto paura, una volta. Le scalette
erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempia e tempia, la mia meta
oscura, il fondo, ho avuto paura.
Si sgretolava la scalinata ferma, la lenta ascesa marmorea,
tutto ridiventava inconsistente,
non come pareva, ai lati vuoti,
ma nelle due rampe che dovevo ascendere
per arrivare a dieci metri al fondo vasca.
Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.
Non era un viaggio ma un ritorno, mi allontanavo
non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
sfiorando il fondo, bruciando me stessa.
Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.
Non so che cosa cercavo, ferma col busto,
spingendo in alto, forte con le braccia,
allora, ascoltami, vedevo me stessa
che si perdeva nell’avvitamento.
Ascoltami, volevo solo spostare il tempo,
fuori di me e fuori da voi tutti.
Sognavo di ritrovarci.
Non conoscevo niente del mio viaggio,
attesa immobile, su uno sgabello.
Tutto era già avvenuto e lo attendevo.
Non il responso, il giudizio, l’evento
trasumanato in numero e astratto
da quella che ero e sono, dal mio corpo
solo, infinitamente, lontano ormai
dal vostro mondo e dalla piattaforma.
E tutto era accaduto in tre secondi.
Dall’aria allo schiaffo dell’acqua, da quel volo
sognato un tempo al fulmineo ritorno.
E tutto era già accaduto, era già stato,
dalla spinta iniziale durante la partenza
tutto già definito e fatto per sempre.
Difficile non sbagliare tra terra e acqua,
e impossibile il volo quand’anche perfetto,
scendevo a te, a voi, nel fondo,
per voi l’ascesa e il vuoto e l’angoscia della pedana,
ma non lo sapevo allora, credevo
che fosse solo il volo d’angelo,
credevo fosse solo me stessa e non qualcosa
che tu volevi e io dovevo darti
fuori di te e di me, in quell’attimo.

Roberto Mussapi

da “La piuma del Simorgh”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

«Il fiore di geranio che dal davanzale» – Roberto Mussapi

Donata Wenders, Zora, Paris, France, 2002

 

Il fiore di geranio che dal davanzale
entrò in lei una mattina di sole, mentre si vestiva
come i tulipani a Van Gogh, un grido
di luce nella gola e uscendo dalla soglia,
tra i disegni delle portine e gli angoli delle case
scese come piena di fuoco in metropolitana, vide
le are dischiudersi a figure lontane e le anime
salire sulla vettura, alcune serene altre
con gli occhi cupi e le mani sudate
e poi allontanarsi lungo la scia buia
portata dal silenzio delle gallerie, scrutata
dai video che salivano alla regione del cielo
e dopo schiudendo gli occhi ritornare alla luce
fedele al grido rosso di quel mattino, al ronzio
del metrò che la seguiva nel sole come il suono
del mare, la propria immagine
attraversare il cristallo della portineria di riflessi
verdacquei, il sibilo costante dei terminali
come un’energia elettrica che unisse le vene
i volti netti inquadrati nelle finestre segate
nei muri, d’alluminio chiaro. A sera
sentì l’amato penetrarla come una spada
di fuoco e pianse stringendo il suo capo
come dovesse annullarsi e sparire
rientrare nel fiore di geranio che al ritorno
dormiva. Passerà secoli di viaggio nel cunicolo
buio guardando le ombre transitorie come d’oblio
di chi le ha conosciute ed amate
proverà un brivido strano nella portineria
e guarderà l’amato all’improvviso alle spalle
chiunque sarà, quel fuoco transitorio
e perenne che un giorno fu in lei
nel fiore di geranio come nei tulipani
in Van Gogh, lei non ricorderà,
lei non saprà, lei tornerà nei cunicoli
tra i fratelli addolorati e ignari,
ma il suo cuore non cambierà più ragione
e i suoi occhi guarderanno per sempre con un altro
inconsapevole, sovrano amore.

Roberto Mussapi

da “Luce frontale”, Jaca Book, 1998

La risposta del poeta ad Harun al Rashid – Roberto Mussapi

Foto di Patty Maher

 

Una notte in cui l’azzurro era più intenso
tra lo stormire delle fronde Harun decise
e guardando lontano, oltre le dune, gli chiese direttamente,
«Perché piangi, Omar? quando siamo in viaggio,
perché intoni le tue rime a un lamento di passero
quando guardi l’alone della luna e brillano le torce,
ed è ancora lontana la data del ritorno,
a Bassora, dove lei ti attende?
Io posso piangere, perché lei lontana mi è assente
e la sua immagine sfuma nel calore del deserto
scivolando dalle mie dita come sabbia,
e con l’immagine si dilegua la sua anima,
viva solo nel desiderio e nella distanza,
ma tu che fai vivere la tua donna nel canto,
che in questo istante la evochi nella voce e nel volto
oltre la finestra da cui guarda e ti aspetta,
oltre il succedersi delle notti nel deserto,
in una luce chiara e costante?
Tu puoi rendere presente adesso il suo respiro e il suo volto,
molto più del mago col genio della lampada,
perché tu evochi una persona vivente,
e non annulli la realtà ma la distanza,
e amore, non meraviglia genera il tuo miracolo».
«Come sbagli, mio signore,
a non sospettare che sia lo stesso
per te e per me, la separazione, intendo.
La separazione e basta, perché per il resto io sto peggio:
lei assente da te, muta, non ti frequenta,
ma solo attende il tempo del tuo ritorno.
Non è così per me, perché io ho in me la sua forma,
e la parola e le forze suscitanti,
e la tecnica di quello che tu chiami il mio miracolo,
ma anche il segreto di tutto questo,
incluso nella sua voce, materia prima,
la luce, la fonte,
così la mia arte è uno spasimo senza oggetto
una preghiera disertata dalla grazia,
forze in tensione che attendono un cenno.
A te, lontano da lei, manca una donna,
a me, se lei non c’è, manca me stesso.»

Roberto Mussapi

da “La polvere e il fuoco”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997