A media luz – Gesualdo Bufalino

Dipinto di Jack Vettriano

 

Non è che festa di ventagli e tanghi
sulla rotonda dove langue il cielo.

Nacchere pigre, perfido metronomo
che assilla un poco il sangue e un po’ l’assonna.

Come ci brucia in quest’ora le labbra
l’amaro miele della giovinezza;

e come affonda in un livore d’acque
la minuscola stella che ci piacque…

Ma tu grandiosa ti levi e sorridi
alle nere magnolie della notte.

Volubili fiumane ti gremiscono
le tempie e impugni una spada di luce.

Un grido solo proclama il tuo nome.
Amarti è come un’incoronazione.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Vita privata – Giuseppe Conte

Jack Vettriano, Days of wine and roses

 

E spesso, quando si fìniva di parlare
di libri e fotografia, Herlinde mi chiedeva
«com’è la tua vita privata, your private
life». Mi era sempre difficile rispondere.
Da dove cominciare? Perché non bere
ancora il vino bianco secco ghiacciato
che a lei piaceva tanto? «La mia vita
privata, deprived, senza senso, tagliata,
priva di dei e di demoni, vuoi dire,
senza sostanza e saldezza: un’ombra,
che non sa chi amare, e cosa».
Ma non mi venivano così le parole.
E ridevamo tantissimo insieme, come suole
chi non è innamorato.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Lo Specchio” Mondadori, 1992

All’àncora da ieri – Franco Buffoni

Foto di Stanley Kubrick

 

Le scarpe si sono stancate di portarla
In giro a tutti i costi, i tacchi
Perforano l’asfalto…
Le piaceva l’odore di lago di laguna
Di erba tagliata di fieno
Il profumo di miele del fieno
Quando “farà temporale da qualche parte
Qui non lo fa mai”.
All’àncora da ieri invece per gli eventi
Da lei ormai io posso avere
Solo lati di piccole
Parole fiere.

Franco Buffoni

da “Jucci”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

E guarderemo – Franco Fortini

Michael Kenna, Branik Station, Prague, Czechoslovakia, 1992

 

E guarderemo dai vetri ancora i fanali e gli scali
Di una stazione di notte dove una folla tace
Di dormenti e di morti d’altri inverni.

La mano ha perduto la mano e la fronte è caduta.
Il cuore ha lasciato il cuore inerte. Passano
Sulla neve, ripassano, le sentinelle.

Lasciaci gli occhi, sonno, e il loro male nel buio
Finché non cresca il giorno a riscuotere i visi
E a riconoscere i morti quel giorno non gridi
E fiamma e pianto invada la mano gelata.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1967

Amori – Valerio Magrelli

Ingrid Bergman e Humphrey Bogart in “Casablanca”, di Michael Curtiz, 1942

 

Ogni volto fotografato
è un’immagine bellica,
il punto di tangenza
tra l’aereo nemico e la nave
nell’attimo che precede l’esplosione.
Fermo nell’istantanea,
nel contatto flagrante tra due sguardi
immolato, ripreso
mentre le fiamme covano già
nella fusoliera crescendo
dentro i suoi tratti, vive
soltanto il tempo necessario
a compiere la missione del ricordo.

Che cosa sono i gessi di Pompei,
calchi, prototipi o statue?
Forse piante,
le piante ruderali,
che sorgono dalla rovina di una forma
e scelgono una curva,
un invaso di pietra
come luogo della loro fioritura.

Fibonacci

Osservo il panorama della fronte
nella sua piena nudità,
nel numero, lo stesso, che produce
la crescita dei rami,
la facciata leggera di una chiesa,
le spire della chiocciola,
le foglie.

Appena modellato,
la tornitura delle cinque dita,
la foglia dell’orecchio,
l’incocca delle braccia,
l’edificio del piede.
Come fosse la forma delle forme,
l’abisso morfologico nel quale
anche l’aberrazione trova posto,
il misurato orrore del capello
la cui punta si duplica.

Ha braccia di corrente trasparente
e tersa, lunga e pallida sul greto
delle gambe. È un ruscello
dove nuotano i pesci delle orecchie
dolci, lenti, gemelli,
sotto la superficie fibrata del suo sguardo.

Uno vicino all’altro dopo il pasto
stanno i bicchieri degli sposi, congiunti
in una adiacenza nuziale.
Ovunque, contagiando
vestiti e suppellettili
la coppia tradisce il suo passaggio
e lascia dietro sé
cose abbinate, pari, toccantisi
tra loro, testimoni,
paia del mondo.

Ho spesso immaginato che gli sguardi
sopravvivano all’atto del vedere
come fossero aste,
tragitti misurati, lance
in una battaglia.
Allora penso che dentro una stanza
appena abbandonata
simili tratti debbano restare
qualche tempo sospesi ed incrociati
nell’equilibrio del loro disegno
intatti e sovrapposti come i legni
dello shangai.

La terra fuori è bella, bianca, verde e rossa ma dentro è di colore nero, piú scura della morte.
Walther von der Vogelweide

Dalla notte anatomica sale
la nudità.
Férmati sulla soglia, guardala
luccicare, la moneta,
liscia, polita,
sopra cui distingui
il volto lavorato a sbalzo,
la lega morbida dell’incarnato.
Il profilo sta fermo, non supera
la linea che gli viene assegnata,
miracolosamente trattenuto
trattiene a sé l’immagine,
la chiude nel cerchio del suo prezzo,
nella suprema decapitazione.

Valerio Magrelli

da “Nature e venature”, “Lo Specchio” Mondadori, 1987