Lo scandalo del contraddirmi… – Pier Paolo Pasolini

Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini

                                               

                                    IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;

del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore

degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione

la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più

io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia…

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto

ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante

dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:

ma a che serve la luce?

Pier Paolo Pasolini

1954

da “Le ceneri di Gramsci”, Garzanti, Milano, 1957

«Scruto la tua fronte» – Jaroslav Seifert

Mimmo Jodice, Elena, 1966

 

Scruto la tua fronte
come un pilota il pannello degli strumenti
quando vola nella tempesta.
Ti ho incontrata così tardi
e così all’improvviso.

Lo so, stavi nascosta
nel profondo nevaio dei tuoi capelli.
Risplendevano anche al buio,
ma ti ho cercato invano.
Sulle unghie mi è rimasta
solo la polvere d’oro.

Poi mi sei sfuggita per lo steccato delle ciglia
dentro il tuo riso.
E giugno, vestito a festa,
lanciava gelsomino nelle finestre.

Infine sei scomparsa per sempre
nella neve del tuo silenzio.
Come potevo anche solo scorgerti
in quella lontananza?
Faceva freddo, era l’imbrunire.

Puoi strappare i miei versi,
strappati gettarli al vento.
Puoi sgualcire le mie lettere,
sgualcite bruciarle nel fuoco.

Ma cosa farai con la mia testa,
fusa nel brumoso metallo,
che ti ha sempre guardata
mentre t’apprestavi al sonno,
e all’alba ti pettinavi?
Quel busto lo devi almeno
portare alla pattumiera.

Così una volta ancora, l’ultima,
terrai la mia testa
fra le tue mani.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

 da “La colonna della peste”, in “Jaroslav Seifert, Le opere”, UTET, 1987

Un’apparizione – Giancarlo Pontiggia

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

È notte, sei
tra le cose del mondo, le cose
solide, vaganti, che si sfanno
in altre cose: cose
su cose, nell’imo che fermenta,
e sprofondi
nella vita che è, nel tutto
che s’invasa in uno, prima
di sfarsi nel crivello della mente

stridi, becchi, blaterii
buchi di lingua, suoni
che si torcono, stipano,
si ammaccano
ed è lì, lei, fa un cenno
l’ombra funesta, troppo amata,
fa freddo, com’è troppa la stagione,
con che tenaglie stride, si torce, scuote

le lusinghe del mondo, «dov’è che sei?»
le chiedo, nel gelo
di biglia delle cose
«sei cosa o altro?», mentre delira
in delirio il mondo, si sfarina, ed io
«non ho tempo per questo
struggimento stupido, doloroso, di’

soltanto se sei o no»
ma lei: «di’ tu, piuttosto, di’
qualcosa che valga
per me, per noi, che ti guardiamo», e va
per una strada che non conosco, va, dove non è
altro che lei, che loro, lì, nella gran fossa

del firmamento algido, stipato
di roba ultima, vagante, «di’, se sai, qualcosa
che valga la pena», continua
stridendo come una stupida
ferraglia

e fa cenno, nel non so dove del sonno, nel
ben maturato senno della mente
a qualcosa che si cela, s’infima
in brividi, in onde

di niente, di poco – cosa
che si fa cosa, verbo
che s’intana

in una lingua di troppo gelo,
di solo, forse,

vuoto?

Giancarlo Pontiggia

da “Il moto delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

Lo scorso settembre… – Philip Schultz

Foto di William Gedney

QUATTRO
11.

Lo scorso settembre
il dott. O. mi chiese se
non sarebbe meglio essere
un po’ meno fissato
a contemplare l’esodo
di formiche idiote che attraversano
lente il voluttuoso
deserto della
mia coscienza…
a non essere invitato
così spesso allo spettacolo
di Dio da sempre in scena,
Erranti senza ali.
Non so come andare avanti,
dissi, non l’ho mai saputo
perché
fa molto male.
Sì, rispose, lo so,
sì, è così.

Philip Schultz

(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli e Paola Splendore)

da “Erranti senza ali”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2016

∗∗∗

FOUR
11.

Last September
Dr. O. asked if I
wouldn’t prefer to be
a tad less obsessed
with watching an exodus
of imbecile ants inch
across the voluptuous
wilderness of
my consciousness…
with not being called
quite so often to God’s
longest-running spectacle,
The Wandering Wingless?
I don’t know how to proceed,
I said, I never knew
because
it hurts so bad.
Yes, it does, he said,
Yes, indeed.

Philip Schultz

da “The Wandering Wingless”, in “Failure”, Harcourt Books, 2007

Scavalcamento ventrale – Milo De Angelis

Milo De Angelis, foto di Viviana Nicodemo

Abbandona quest’eco di giustizia, cedi alla sproporzione.
                                    Piero Bigongiari

L’ho riconosciuta da lontano, dalla rincorsa
a nove passi, dalla maglietta rossa
e prestigiosa che le donò Stepanenko, nel 1961.
L’ho riconosciuta da lontano. E poi Milano
è rinchiusa nell’ovale del Pirelli, nella sua
breve pedana, che sbuca su un’asticella
bianca e nera, sugli infiniti corpi che ha sfiorato.

Mi viene incontro e all’improvviso
la sua voce incide una lesione, non so quale,
un nulla temporale, un sortilegio
di vetri e macerie, mentre il cielo
di febbraio troppo forte portava via gli asciugamani,
apriva tutte le porte, spopolava le tribune.
Non so quale dio ferito a morte
urlava dentro lei, quale oscura
sorte l’atterriva, quale dentro la gola
guerriera e sbarrata da un filo di silenzio: l’attimo
è contato eppure si dilunga,
si conficca dentro il prato e il pensiero
vortica intorno. Così il creato è solo un’unghia
e ciascuno può cambiare la sua nascita,
le statue camminare e, sorridendo,
avvertirci che hanno un’ombra. Di lei
ignoravo proprio quest’ombra.
Trascorre un istante
di questo millennio. Non conoscerò il suo respiro
di saltatrice immacolata, il volo dove è stata
felice, il fazzoletto
dei secondi essenziali, il tendersi perfetto
dei dorsali, che una goccia di sudore ha benedetto:
quelle ciglia
in cui brillava un ventaglio di grazia,
si apersero imploranti,
un battito di incanti animò la pista
e la sua luce calcinata, entrò nelle docce, nella conquista
dei giochi studenteschi, delle supreme
alleanze, dei blocchi di partenza, degli affreschi
dove ognuno getta il seme di se stesso,
dove prima, dove adesso ognuno resta insieme
a quest’odore di carbonella e spogliatoi
e forma il luogo intero, il codice terrestre, il vero
prodigio materiale e celeste, la disciplina
dei corpi che trovano dimora, l’amore che confina
con la sua suprema ombra, i forti
battiti di una falcata sulla pista, l’ora
delle nostre prime morti.
Non conoscerò quel respiro
di acrobata lucente, il volo che sprigiona
quella forza in piena luce… la chiarezza
del suo corpo di amazzone fanciulla
l’ho desiderata, come a volte si desidera, tra i luoghi,
il più visibile.
«Ma non sarà questo minuto, non sarò io…
… sarà un’antica promessa, un saluto, forse sarà Dio
ad amare ciò che non hai voluto di te stessa».

Milo De Angelis

da “Biografia sommaria”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998