Sulla ricchezza dei mondi abitati – Lars Gustafsson

Lars Gustafsson, foto di Renate von Mangoldt

 

In alcuni mondi si è confermata
la congettura di Riemann sui numeri primi

In alcuni mondi sono strappate
ad antichissimi funghi confessioni sommarie

In qualche mondo il buio piú profondo è illuminato
da meravigliose pietre parlanti

In parecchi mondi l’estate dura
un secolo, e quelli che hanno la sfortuna

di nascere nei secoli invernali
trascorrono la vita dormendo

rivoltati e rinvolti nelle pellicce
bozzoli grigio chiari

In alcuni mondi anche questa poesia
è già stata scritta e scartata

Lars Gustafsson

(Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

da “Sulla ricchezza dei mondi abitati”, Crocetti Editore, 2010

∗∗∗

Om de bebodda världarnas rikedom

I några världar har man bekräftat
Riemanns förmodan om primtalen

I några världar avtvingar man
uråldriga svampar utdragna bekännelser

I någon värld är det djupa mörkret
genomlyst av underbara talande stenar

I rätt inånga världar varar sommaren
ett århundrade, och de som har oturen

att födas i vintems sekler
tillbringar livet sovande

upphängda i på insidan pälsklädda
ljusgrå kokonger

I några våddar bar även denna dikt
redan skrivits och förkastats

Lars Gustafsson

da “Om begagnandet av elden”, 2010

Poesia più privata della morte – Z.D. Ainalìs

Nicolas Henri, Eternal, 2008

a Mirtò
I


a mezzogiorno della nostra agonia
scagliasti proiettili di urla bersagliando il silenzio
vedevo a uno a uno gli animali del nostro circo darsi alla fuga
abbandonare disordinatamente il tendone in ogni direzione
correre il grande elefante e la giraffa zoppa
i vecchi leoni impazziti vagare randagi
i miei occhi come insussistenti guardavano senza capire
un volto stravolto i tuoi occhi
labbra sconosciute, sconosciuti l’odio cerebrale
e i tuoi zigomi incavati.

Ora
chiunque ti percuoterà a destra etc. etc.
ma vieni, che l’anchilosi conta le ferite nel buio
e le mie mani sono straniere e il mio corpo spaiato
e la mia anima è un pozzo vuoto nell’oscurità.

Guardo il perimetro della tua assenza e non ti vedo
ti guardo negli occhi e non ti trovo
ascolto le tue parole e non ti sento
tocco le tue mani e non ti prendo
mi guardo nel cuore e mi perdo.

È sulla nostra tomba che di notte piangiamo.
E i nostri rimorsi sono un vuoto perché
è giunta l’ora di salpare verso qualche isola arida
per costruire là il Nuovo Partenone della nostra relazione
carcerieri l’uno dell’altro.

Dove si perde la fiducia?
Quando adulterano gli scafi?
Affondiamo per intero in acque ignote.

II

Ti ho amato per duemila anni circa
Ti amai in un anfiteatro romano quando nuda
ti perforavano i gladi dei legionari
e il tuo sangue scorreva vermiglio sulla sabbia dorata
e le folle dalle tribune urlavano impazzite il loro odio

Ti amai ad Alessandria quando ti chiamavano Ipazia
allorché i buoni cristiani sgherri di San Cirillo
ti spogliarono, ti trascinarono in chiesa sopra l’altare
e con cocci aguzzi ti straziarono

Ti amai in un mercato degli schiavi nell’Occidente prostrato
quando i soldati, dei Goti barbari, ti trascinarono vestita di stracci in catene per le strade
fra la sporcizia e gli escrementi degli animali in vendita

Ti amai durante la presa di una qualche città a caso
quando i pirati saraceni ti trascinavano
per i capelli verso qualche nave
e tu urlavi invano il tuo orrore al cielo

Ti amai un fine estate a Damasco e a Bagdad,
a Isfachan e a Kabul mentre ti guardavo di nascosto
chinata con dedizione in un giardino al tramonto
sugli scritti di Aristotele e di Ib Battuta

Ti amai quando giunsero i Crociati in Oriente
con la croce sul petto, l’avidità nello sguardo
e distrussero, bruciarono, massacrarono e rubarono
la virtù, il tuo uomo, te, i tuoi figli.

Ti amai quando profuga prendesti di nuovo la strada per l’Occidente
e giungesti nelle corti principesche a Genova, a Venezia, a Firenze
e piangendo lavavi tu, principessa,
la biancheria dei loro figli bastardi

Ti amai quando ti vidi Pellerossa nel Novo mondo
piegarti ai piedi dei crudeli Conquistadores corazzati
mentre abbracciavi per proteggerli i tuoi figli e quelli a sgozzarli
e tu muta e quelli a ridere, a ridere

Ti amai a Tunisi, a Bari, a Livorno
nei bordelli mentre piangevi la tua natura femminile
mentre ti denudavi il pube per offrirti alla gente
e le monete picchiavano sul pavimento a mezzanotte, i rimorsi
Ti amai sanculotta nel 1793
quando urlavi ebbra di gioia davanti alla ghigliottina
mentre quella fottuta testa del sovrano
rotolava ai tuoi piedi inzuppandoti di sangue

Ti amai una sera al tramonto mentre uscivi dalla miniera
a Darham, a Newcastle, a Liegi, Zollern
volti neri, odio nero, mare nero, collera
e i tuoi figli a casa, affamati

Ti amai sulle barricate del ’48, del ’71, del ’36
Ti amai nei giorni luttuosi della Guerra Civile mentre imbracciavi un fucile
Ti amai nel maggio del ’68 con i cartelli in mano
Ti amai nei giorni della Facoltà di Giurisprudenza e del Politecnico

Ti amai studentessa a Parigi alla ricerca di te stessa
nel nuovo millennio, col coltello fra i denti, in un ruolo esclusivamente tuo 
mentre trascinavi la confusione paterna come un cane morto
e gli scheletri si rannicchiavano negli angoli bui

Ti amai per duemila anni circa
e ti amo ancora

III

Forse
forse non sopportammo il fiocco del tempo
forse non eravamo pronti per il raccapricciante canto
per l’incedere della Storia sui nostri cadaveri
a degradarci, un mucchio di uomini di tori di cavalli di lanterne.

Mi rifaccio gli occhi li modulo per ottundere
i contingentamenti angolari dell’orrore quotidiano
– il principio di realtà –
i poliedri che esplodono in centinaia di forme geometriche perfette
gli angoli che insistono a balzare fuori da ogni angolo
e quelle linee verticali che mi perforano
– lance di luce –
il petto.

Un bel campo di concentramento il tuo volto.

Sul tuo capo l’aureola ora si è ridotta a filo spinato
i tuoi occhi sono proiettori, le tue orecchie sono garitte
il tuo strano naso un soldato nemico
un mitragliatore la tua bocca proiettili le tue parole
che falciano meccanicamente il cadavere delle mie paure.

Di nascosto da te scrivo questi versi
guardando ogni tanto al di sopra della mia spalla
cimando i suoni come la lepre.

Tu siedi da sola in un denso nulla.
I tuoi occhi fumano nella notte
come l’esalazione di un’auto nel gelo.

I nostri sogni non sono nostri.

IV

Forse non hai mai saputo alla fine quanto ti amai
forse non posso comunicarti a parole
quel qualcosa di inesauribile che scorre nel petto
quella fede incrollabile come le contrafforti
della casa che non siamo mai riusciti a costruire
e che ora si spalancano verticali al tramonto sotto un sole nero
indicando con indifferenza quanti chilometri di silenzi,
e noi legati ai nostri posti
attraversiamo tutti i confini che s’innalzano davanti a noi
a ogni tornante della strada
– ricordi? –
quando dormivi nuda
acciambellata come una gatta sopra le lenzuola
e la luce cadeva come una traccia della lampada
su un segno acquisito sopra il ginocchio
tre-quattro eternità una palpazione un pungolo uno scorpione le chele
ed era una provocazione una ferita aperta,
                         Dio mio,
quanto lo amai
quanto ti amai
quanti sforzi per sincronizzare nelle nostre notti il mio respiro con il tuo

Ti amai come solo la Natura sa amare

Ti amai come il sole la brina che d’inverno si prostra sulle foglie
e il suolo brulica di animaletti
Ti amai come la terra ama la pioggia dopo la siccità
e il seme si spacca e germoglia dalla terra e cresce
Ti amai come il marinaio ama il mare che teme
come il gabbiano che si aggrappa in ottobre allo scoglio
nera infuria la tempesta nelle notti di gennaio
gocce fitte di pioggia a sferzare l’onda
Ti amai come la sabbia ama il diluvio:

                                                     con riconoscenza.

Con riconoscenza ti accolsi
mentre mi preparavo ad aprire di nuovo il petto alla notte
e a soffocare il mondo nel mio sangue
a balzare fuori come un folletto che esulta sui cadaveri urlando di gioia
e balla da solo nella neve
vorticando come un turbine
vorticando nella mia fortezza
e attraverso la porta vidi il mio sosia sugli spalti
e come lo toccai e come lui toccò me
le nostre bocche fiorirono su uno sfondo rosso
e per un istante mi rannicchiai come il feto nell’utero

Abitai le selve oscure della tua carne
attendendo l’alba nelle tue fessure
il crepuscolo
cresceva il tuo fitto fogliame e mi copriva
e in esso come rugiada scintillava il tuo sudore
mi avvolgevi come un guanto col tuo respiro d’incendio
mentre io mi piegavo mi raggomitolavo mi facevo piccolo dentro di te
fino a diventare l’impercettibile carezza del vento sulle tue vette
           invisibile
il brivido sulle tue catene montuose nella tempesta di neve che fustigava le tue curve
                       lo spirito nascosto
il cavallo al galoppo nelle tue pianure acqua scura
il sangue sulle tue labbra lo spasmo
Ti amai selvaggiamente come il vento fischia fra le asole dei pini

Ti onorai come il lupo onora la sua preda,
vagando nelle notti senza luna, cercando, fiutando
qualche tua orma
ho riportato indietro sui miei passi la disperazione
il sangue delle tue ferite
e tra i filari mi inseguono i tuoi occhi
microscopici proiettori, cuore mio,
per atterrare
nelle notti in cui la rinuncia brulicava alla tempia
Ti amai come su tu non fossi mia
E non lo eri

Nel deserto del mio secolo
percorsi una dopo l’altra le parasanghe della mia inadeguatezza
per te, amore mio,
mi dissetai con le tue parole
quando la disperazione fustigava
con lo scudiscio del sole le mie membra impotenti
e le notti infinite
in cui il buio mi copriva gli occhi
mi avvolgevo riconoscente delle tue carezze
e i tuoi baci cancellavano i fremiti della mia angoscia
molti chilometri sotto la sabbia

Sprofondai nell’abisso della tua carne
mi opposi con forza alle tue onde
seguendo le correnti sottomarine
che mi chiamavano nei tuoi fondali
sempre più in profondità, più in fondo
nei miei polmoni l’aria si stava esaurendo
tastando con angoscia le fessure delle tue rocce mentre
sussurrava il mio nome il tuo grido oscuro
un bagliore
di luce occulta
nei tuoi più reconditi sacri penetrali
il mio seme nel tuo tempio
sacrificio e lode

Ti amai con il corpo del satiro
con la mente del martire
giurai sul tuo nome
in quella grande arena che è la mia terra
– dove scorre il sangue e le bocche cantano inni di vittoria –
nell’angustia che non contiene il mio cuore
la notte in cui cominciava la mia vedetta
e le mie dita si diramavano oscenamente
nella grande selva che è la mia solitudine
ti amai
quando eri e quando non eri là
devoto al fogliame che fioriva sulla mia spina dorsale
sulle piume delle mie ali

Ti amai come sa amare solo lo squillo della sconfitta
le stigmate sulle mie mani rifiorirono al tuo tocco
divennero fiori, preghiere e si moltiplicavano nei campi
fitti pergolati, ombre in estate
a coprire la nostra casa che vedevamo sullo sfondo

Ti amai
come il peccatore ama la redenzione
un giorno privo di sole
come la pioggia ostinata
sferza gli alberi
e bevevo, bevevo
come una sacra comunione le gocce sulla strada
scongiurando sulle tue labbra gli inverni venturi.

Ti amai come una remissione dei peccati.
Ti amai come una carezza.

E ti amo ancora.

Z.D. Ainalìs

(Traduzione di Massimo Cazzulo)

da “Viaggio nella poesia greca contemporanea”, ETPbooks, 2020

Hai mostrato come… – Marcello Comitini

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Hai mostrato come si può essere felici
con il sorriso innocente sulle labbra
e come il dolore si schiude puro
nel silenzio dell’anima
o si estingue facendosi musica.
Sei fuggita nel tuo sogno
e dalla stanza buia dove un’ombra
vaga tra le mura deserte
apre e chiude nel vuoto cassetti e armadi
si guarda disadorna le mani.
E ancora allo specchio
dimenticato al muro una luce tenue
conserva la tua immagine
traccia le note della sua armonia.
Gli alberi intorno
mossi dal vento ascoltano e fremono
ad ogni nota che dimora nell’aria
quasi un turbamento
un preludio dopo il senso di vuoto.
Cosa ne farai di questo ricordo?
La vetrata ampia della stanza specchia
il riflesso degli alberi scossi dal vento.
È il verde opaco di una giornata di pioggia
che ti dice: vedi io resisto
e sembra aggiungere “Non avrà mai fine”
nella musica la tua anima.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Entro in questo amore come in una cattedrale» – Maria Luisa Spaziani

Maria Luisa Spaziani

 

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

Attenzione – Philip Schultz

Edward Hopper, Cape Cod Evening, 1939

 

Il più delle volte mia moglie ne merita più
di quanta gliene possa dare, un atto di equilibrio
su quando essere visibile, data l’importanza di lei
nella nostra vita complessa. I miei figli, crescendo,
ne hanno meno bisogno, uno sempre meno dell’altro.
Gli amici, invecchiando, ne hanno più bisogno.
Specialmente i morti. Il nostro cane, anche mentre dorme,
ne vuole un po’, chiama con la coda. La casa,
più gliene diamo, più ne vuole. Le pareti hanno bisogno
di essere ringraziate per la loro pazienza e lealtà,
i pavimenti perché sostengono il peso della nostra indifferenza.
Io cerco di non sentirmi troppo in colpa con i miei studenti.
La colpa è essenziale nel nostro rapporto, colpa,
ostinazione e una buona dose di calma. Le mie poesie
saccheggiano quasi tutto, timori, progetti,
congetture e stupori, cercano prove
di infedeltà, frammenti di ispirazione. Indifferenti alla
sofferenza che descrivono, odiano tutto quello
che amo, credono solo nella loro insularità. La mia
carriera, prima quasi inesistente, non ne ha mai
richiesta molta. Ora, sotto forma di lettere,
email, telefonate, non mi permette di dimenticare che esiste,
una nuova amica il cui unico scopo è di mostrarsi
inevitabile. C’è la nostra città, la sua politica, scandali
e impegni, e tutti i bei privilegi ineludibili
della cittadinanza, un’idea che nessuno più comprende.
E poi le guerre, naturalmente, coi loro soliti eccessi
graffianti ipocriti ingigantiti. E c’è anche
la mia felicità, la sua testarda perversa fragilità
che cerca di non farsi notare. A volte
a notte fonda ci abbandoniamo ai ricordi, io e la mia felicità,
nemici di una vita che si godono la reciproca compagnia.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Attention

More often than not, my wife deserves more
than I can give her, a balancing act of knowing
when to be visible, given her importance
to our complexity. My sons need less as they
grow older, one always less than the other.
My friends need more as they grow older.
The dead ones, especially. Even while asleep,
our dog needs some, tail beckoning. The more
our house gets, the more it needs. The walls
need to be thanked for their loyalty and patience,
the floors for suffering the weight of our indifference.
I try not to feel too bad about my students.
Guilt is essential to our relationship, guilt,
persistence and a great serenity. My poems
poach nearly everything, my fears, schemes,
conjectures and astonishments, after evidence
of infidelity, scraps of inspiration. Indifferent to
the suffering they describe, they dislike everything
I love, believe only in their insularity. Because
I never really had one before, my career never
used to ask for much. Now, disguised as letters,
emails, phone calls, it never lets me forget it’s there,
a new best friend whose only purpose is to prove
its inevitability. There’s our town, its politics, scandals
and obligations, and all the fine, inescapable privileges
of citizenship in an idea no one understands anymore.
And, yes, the wars, of course, their constant scraping
fork-tongued self-aggrandizing exaggerations. Also,
my happiness, its stubborn, perverse vulnerability
that tries not to call attention to itself. Sometimes,
late at night, we, my happiness and I, reminisce,
lifelong antagonists enjoying each other’s company.

Philip Schultz

da “The God of Loneliness. Selected and New Poems”, Houghton Mifflin Harcourt, 2010