«Oh, i camini» – Nelly Sachs

E quando questa mia pelle sarà dilaniata contemplerò Dio senza la mia carne.                                                                                       Il libro di Giobbe

Oh, i camini
sulle ingegnose dimore della morte,
quando il corpo di Israele si disperse in fumo
per l’aria –
e lo avvolse, spazzacamino, una stella
che divenne nera
o era forse un raggio di sole?

Oh, i camini!
Vie di libertà per la polvere di Job e Geremia –
chi vi ha inventato e, pietra su pietra, ha costruito
la via per i fuggiaschi di fumo?

Oh, le dimore della morte,
invitanti per la padrona di casa
altrimenti ospite –
Oh, dita
che posate la soglia
come un coltello tra la vita e la morte –

Oh, camini,
oh, dita,
e il corpo d’Israele in fumo per l’aria!

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

Und wenn diese meine Haut zerschlagen sein wird,
so werde ich ohne mein Fleisch Gott schauen.
                                                                                                         Hiob

O die Schornsteine
Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes,
Als Israels Leib zog aufgelöst in Rauch
Durch die Luft –
Als Essenkehrer ihn ein Stern empfing
Der schwarz wurde
Oder war cs ein Sonnenstrahl?

O die Schornsteine!
Freiheitswege für Jeremias und Hiobs Staub –
Wer erdachte euch und baute Stein auf Stein
Den Weg für Flüchtlinge aus Rauch?

O die Wohnungen des Todes,
Einladend hcrgcrichtet
Für den Wirt des Hauses, des sonst Gast war–
O ihr Finger,
Die Eingangsschwelle legend
Wie ein Messer zwischen Leben und Tod –

O ihr Schornsteine,
O ihr Finger,
Und Israels Leib im Rauch durch die Luft!

Nelly Sachs

da “In den Wohnungen des Todes”, Berlin, Aufbau-Verlag, 1947

Brina – Gottfried Benn

Foto di Josef Sudek

 

Qualcosa si è dissolto
dalle arie nebulose e di notte
è cresciuto come un’ombra bianca
lungo l’abete, l’albero, il bosso.

E risplendeva come il morbido
bianco che cade delle nubi,
e redimeva in silenzio un mondo buio
tramutandolo in pallida bellezza.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

∗∗∗

Rauhreif

Etwas aus den nebelsatten
Lüften löste sich und wuchs
über Nacht als weißer Schatten
eng um Tanne, Baum und Buchs.

Und erglänzte wie das Weiche
Weiße, das aus Wolken fällt,
und erlöste stumm in bleiche
Schönheit eine dunkle Welt.

Gottfried Benn

da “Gesammelte Werke in vier Bänden: Bd. Gedichte”, Limes Verlag, 1960

Nero di re – Paul Celan

 

Lascia solo la notte parlare avanti agli occhi:
solo la foglia che ascolta dove è ancora vento;
solo la voce nella voliera.

Esse, esse sole.
Tu però calpéstati e di’ a te stesso: abbi coraggio,
merita la pietra che ti ricopre,
rimani amico delle barbe dei morti,
giungi fiore a verme,
issa la vela sulle casse da morto
prendi a bordo gli scarabei dai suoli piú fondi,
dài notizia ai turbati.

Dài loro annunzio duplice:
di te e di te,

dei due piatti della bilancia,
del buio, che chiede di entrare,
del buio, che consente di entrare.

Dài annunzio agli scarabei,
dài annunzio ai turbati,
giungi fiore a verme,
issa la tua vela sulle casse da morto,
poni a capo del letto il tuo cuore.

Paul Celan

(1948, probabilmente dopo il mese di luglio)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

Königsschwarz

Nur die Nacht vor den Augen laß reden:
nur das Blatt, das hört, wo noch Wind ist;
nur die Stimme im Vogelbauer.

Nur sie, nur sie allein.
Dich aber tritt mit dem Fuß und sprich zu dir selber: Sei tapfer,
sei würdig des Steins über dir,
bleib Freund mit den Bärten der Toten,
füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
nimm die Käfer der unteren Fluren an Bord,
gib Kunde den Trüben.

Gib ihnen zwiefache Kunde:
von dir und von dir,
von beiden Tellern der Waage,
vom Dunkel, das Einlaß begehrt,
vom Dunkel, das Einlaß gewährt.

Gib Kunde den Käfern,
gib Kunde den Trüben,

füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
bette dein Herz dir zu Häupten.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Le querce – Friedrich Hölderlin

Asher B. Durand, Landscape (Birch and Oaks), Brooklyn Museum

2.

      Io vengo dai giardini in mezzo a voi,
figlie della montagna! Dai giardini,
ove Natura paziente vive
una vita domestica, raccolta
in fra gli uomini industri; e ne ricambia
con sollecite cure, ella, le cure.
Ma voi, divine, voi, qui soggiornate
in piú placido mondo: e sembra un popolo
di rubesti Titani, il vostro aspetto.
Vostre, voi siete. E della Terra madre,
che vi espresse da sé: dell’almo Cielo,
che vi nutrí perché cresceste in lui.

     Niuna di voi si sottomise ancóra
alla saccente volontà dell’uomo.
Vi sollevate libere e gioconde
da potenti radici, ecco, nell’aria
a ghermire, com’aquila la preda,
con forti braccia il prodigioso spazio.
E di contro alle nubi, ampia raggiante,
dritta vi s’erge l’assolata chioma.
Ed è, ciascuna, un mondo. E come gli astri,
vivete voi. Ciascuno, un Dio: che esiste
libero-avvinto all’altre stelle tutte.

     Se piegarmi potessi a viver schiavo,
querce silvestri, io non saprei l’invidia,
che mi prende di voi. Mi adatterei
fra gli uomini, contento… Oh, se d’un tratto
non mi avvincesse piú questo mio cuore,
che d’amar non si sazia, agli altri umani,
come felice abiterei per sempre,
figlie della montagna, in mezzo a voi!

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche della natura”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

Die Eichbäume

Aus den Gärten komm’ ich zu euch, ihr Söhne des Berges!
Aus den Gärten, da lebt die Natur geduldig und häuslich,
Pflegend und wieder gepflegt mit dem fleißigen Menschen zusammen.
Aber ihr, ihr Herrlichen! steht, wie ein Volk von Titanen
In der zahmeren Welt und gehört nur euch und dem Himmel,
Der euch nährt’ und erzog, und der Erde, die euch geboren.
Keiner von euch ist noch in die Schule der Menschen gegangen,
Und ihr drängt euch fröhlich und frei, aus der kräftigen Wurzel,
Unter einander herauf und ergreift, wie der Adler die Beute,
Mit gewaltigem Arme den Raum, und gegen die Wolken
Ist euch heiter und groß die sonnige Krone gerichtet.
Eine Welt ist jeder von euch, wie die Sterne des Himmels
Lebt ihr, jeder ein Gott, in freiem Bunde zusammen.
Könnt ich die Knechtschaft nur erdulden, ich neidete nimmer
Diesen Wald und schmiegte mich gern ans gesellige Leben.
Fesselte nur nicht mehr ans gesellige Leben das Herz mich,
Das von Liebe nicht läßt, wie gern würd ich unter euch wohnen!

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

«Tu dagli occhi di lucherino, dagli occhi di viola» – Yvan Goll

Foto di Paul Apal’kin

 

Tu dagli occhi di lucherino, dagli occhi di viola
Come debbo interpretare i tuoi pensieri?
Dalla tua bocca parla la fonte
Per le tue vene va errando
Il tuo popolo senza rive
Banchettano re alla tua tavola
E la loro saggezza ti fa sempre piú pallida

Ma i piccoli mandorli rosa
Ti crescono dal cuore
E i tuoi occhi di lodola e lampone cinguettano

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

«Du mit den Zeisigaugen, mit den Veilchenaugen»

Du mit den Zeisigaugen, mit den Veilchenaugen
Wie soll ich nur deine Gedanken deuten?
Aus deinem Munde spricht die Quelle
Durch deine Adern wandert
Dein uferloses Volk
Es schmausen Könige an deiner Tafel
Und ihre Weisheit macht dich blaß und blasser

Aber die rosa Mandelbäumchen
Sie wachsen aus dem Herzen dir
Und deine Lerchen- deine Himbeeraugen zwitschern

Yvan Goll

 da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

 

Ora, vicino alla morte, credo di essermi avvicinato per la prima volta al mistero della parola nelle poesie di Traumkraut.
Mi accade come al maestro della silografia a colori giapponese Hatsushika Hokusai, che a novantanni, sul letto di morte, sospirò: « Se mi fossero concessi ancora dieci, anche solo cinque anni di vita, diventerei un artista perfetto! »
Già prima Hokusai aveva scritto: « Fino al mio cinquantesimo anno di vita ho fatto una quantità di disegni che non mi soddisfano. Solo all’età di settantatré anni ho compreso approssimativamente la vera figura e natura di uccelli, pesci, insetti e piante, e questo mi ha permesso di sperare che fino a ottant’anni avrei fatto ancora grandi progressi. A novant’anni penetrerò nell’essenza piú intima di tutte le cose e a cento m’innalzerò certo a una perfezione superiore.
Questo scrissi all’età di settantacinque anni io, Hokusai, detto Gwakiyo-Rojin, il vecchio pazzo per il disegno ».
Chi non conosce il «Poeta ebbro» di Hokusai, che – inebriato di versi – sparge i fogli al vento?
Questo poeta ebbro sono io, Yvan Goll, che la morte attende davanti alla porta. ¹
Yvan Goll
¹ Alcune frasi, ricostruite dalla breve prefazione di Traumkraut perduta o strappata da Yvan Goll, che egli lesse insieme con le poesie, sedici giorni prima della morte, ad Alfred Döblin e a sua moglie, a Marcel Mihailovici e a me, seduti al suo capezzale nell’Ospedale americano di Parigi. [C. G.].