Madre – Gottfried Benn

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Attesa, 1965

 

Ti porto come una ferita
sulla fronte che non si rimargina.
Non sempre duole. E il cuore
non ne muore dissanguato.
Solo talvolta sono di colpo accecato e sento
del sangue in bocca.

Gottfried Benn

(Traduzione di Paola Quadrelli)

La madre di G. Benn morì il 9 aprile 1912.

dalla rivista “Poesia”, Anno XV, Gennaio 2002, N. 157, Crocetti Editore

∗∗∗

Mutter

Ich trage dich wie eine Wunde
auf meiner Stirn, die sich nicht schließt.
Sie schmerzt nicht immer. Und es fließt
das Herz sich nicht draus tot.
Nur manchmal plötzlich bin ich blind und spüre
Blut im Munde.

Gottfried Benn

1913

da “Sämtliche Werke”, J.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger GmbH, Stuttgart, 1986

Ora azzurra – Gottfried Benn

Foto di Hervé Guibert

I.

Entro nell’ora dell’azzurro cupo¹ –
ecco l’andito, si salda la catena,
nella stanza c’è un rosso su una bocca,
un vaso, rose tarde – tu²!

Entrambi lo sappiamo, le parole
che tante volte ad altri abbiamo offerto
sono fra noi un nulla e un fuori luogo:
questo è tutto ed è l’ultima mossa.

Il tacere si è spinto cosí avanti,
riempie la stanza, si mura in un pensiero,
l’ora – nulla sperato né sofferto –
col suo vaso di rose tarde – tu.

II.

La tua testa si sfuoca, si ritrae, s’imbianca,
sulla tua bocca intanto si raduna
tutta la brama, la porpora e il germoglio
dalla corrente che monta dai tuoi avi.

Sei cosí bianca, forse ora ti sfasci
per troppa neve, troppo essere fiore,
rose bianche di morte, lembo a lembo –
coralli solo i labbri, una ferita.

Sei cosí morbida, che porti con te il senso
di una felicità di rischi e naufragi
in un’ora d’azzurro, azzurro cupo
che quand’è andata non sai piú se è stata.

III.

Io ti domando: tu appartieni a un altro,
cosa vieni da me con tarde rose?
Tu dici: i sogni vanno, le ore migrano,
e tutto che cos’è: lui, io, tu?

«Ciò che s’innalza vuole anche finire,
ciò che si prova – chi lo sa per certo?
Si salda la catena, qui le pareti mute,
là lo spazio, alto e azzurro cupo».

Gottfried Benn

Inizio 1950.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Inviata a Oelze il 19 febbraio 1950 col titolo Une heure bleue. Azzurro o blu è l’unico colore che in Problemi della lirica, la sua pubblica professione di poetica del 1951, Benn dichiari ammissibile in poesia, avendolo lui stesso usato a dismisura. È il colore onirico del «fiore azzurro», dell’infinito dei romantici tedeschi, e nella sua opera giovanile il colore del suo «complesso ligure», del sogno greco o mediterraneo.
²Rose tarde perché si tratta dell’amore di un vecchio per una giovane. In una lettera a Oelze del 4 luglio 1950 Benn dice che sua moglie (I. Kaul) gli ha vietato di usare ancora le rose in una poesia. Peccato, obietta lui, «rose» è una cosí bella parola. Peraltro, scriveva a Oelze il 17 febbraio 1949, «la mia attuale moglie non ama molto questo genere di lirica: tutto solo tomba e fine, perché non invento niente di nuovo? Ma le donne non hanno con la morte nessun altro rapporto diretto se non un breve spargimento di lacrime – poi la vita continua; ed è bene cosí, gli si confà, la vedova in lutto che cura le opere del marito morto… ne ho intorno diverse […] e la loro mancanza di misura e di lucidità di giudizio è sempre cosí penosa». (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Blaue Stunde

I.

Ich trete in die dunkelblaue Stunde –
da ist der Flur, die Kette schließt sich zu
und nun im Raum ein Rot auf einem Munde
und eine Schale später Rosen – du!

Wir wissen beide, jene Worte,
die jeder oft zu anderen sprach und trug,
sind zwischen uns wie nichts und fehl am Orte:
dies ist das Ganze und der letzte Zug.

Das Schweigende ist so weit vorgeschritten
und füllt den Raum und denkt sich selber zu
die Stunde – nichts gehofft und nichts gelitten –
mit ihrer Schale später Rosen – du.

II.

Dein Haupt verfließt, ist weiß und will sich hüten,
indessen sammelt sich auf deinem Mund
die ganze Lust, der Purpur und die Blüten
aus deinem angeströmten Ahnengrund.

Du bist so weiß, man denkt, du wirst zerfallen
vor lauter Schnee, vor lauter Blütenlos,
todweiße Rosen Glied für Glied – Korallen
nur auf den Lippen, schwer und wundengroß.

Du bist so weich, du gibst von etwas Kunde,
von einem Glück aus Sinken und Gefahr
in einer blauen, dunkelblauen Stunde
und wenn sie ging, weiß keiner, ob sie war.

III.

Ich frage dich, du bist doch eines andern,
was trägst du mir die späten Rosen zu?
Du sagst, die Träume gehn, die Stunden wandern,
was ist das alles: er und ich und du?

«Was sich erhebt, das will auch wieder enden,
was sich erlebt – wer weiß denn das genau,
die Kette schließt, man schweigt in diesen Wänden
und dort die Weite, hoch und dunkelblau».

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Non vedi piú il tuo insieme – Gottfried Benn

Foto di Christian Coigny

 

Non vedi piú il tuo insieme?
L’inizio è dimenticato,
il centro mai posseduto,
e la fine fatica a venire.

Cosa fanno queste ghirlande,
che vuole l’onda del pianoforte,
cosa ronzano il jazz e le bande¹
ora che tutte le sere
approdano a te cosí in pezzi?

Ancora una volta potresti
andare in estasi, in fiamme, volare,
potresti: perché hai da parte
ancora un paio di torni
e un po’ di creta nell’orcio.

Ma nella creta vedi solo gli sparsi,
i cocci, la cenere in volo –
che sia vino, sia olio, sian rose,
o un vaso, un’urna un orcio.

Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹La musica nei locali pubblici, cui il vecchio poeta oppone, nelle strofe 2 e 3, la sua antica, solitaria arte di vasaio e il pensiero della morte (cenere, urne). (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Du übersiehst dich nicht mehr –

Du übersiehst dich nicht mehr?
Der Anfang ist vergessen,
die Mitte wie nie besessen,
und das Ende kommt schwer.

Was hängen nun die Girlanden,
was strömt nun das Klavier,
was zischen die Jazz und die Banden,
wenn alle Abende landen
so abgebrochen in dir?

Du könntest dich nochmals treiben
mit Rausch und Flammen und Flug,
du könntest –: das heißt, es bleiben
noch einige Töpferscheiben
und etwas Ton im Krug.

Doch du siehst im Ton nur die losen,
die Scherben, den Aschenflug –
ob Wein, ob Öl, ob Rosen,
ob Vase, Urne und Krug.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986 

Celati – Gottfried Benn

Foto di Stephania Dapolla

 

Cela te stesso con maschere e con trucchi¹,
stringi gli occhi come chi vede male,
che dal tuo volto mai si distingua
dove sono il tuo essere, il tuo crollo.

Ultime luci, lungo bui giardini,
il cielo un rovinio di notti e incendi –
celati: dove lacrimi o resisti,
la carne ove ciò si compie non si veda.

Le scissioni, la crepa ed i passaggi,
il nocciolo dentro cui vieni annientato
celali, come se i tuoi canti di lontano
venissero da una gondola vicina.

Gottfried Benn

Inizio 1951.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Una netta separazione s’impone fra vita e arte, la dolente umanità dell’artista e la sua produzione, che non aspira tuttavia al sublime: è una canzone di gondoliere. Vedi gli spirituals negri e le Ave Maria di Frammenti. (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Verhülle dich –

Verhülle dich mit Masken und mit Schminken,
auch blinzle wie gestörten Augenlichts,
laß nie erblicken, wie dein Sein, dein Sinken
sich abhebt von dem Rund des Angesichts.

Im letzten Licht, vorbei an trüben Gärten,
der Himmel ein Geröll aus Brand und Nacht –
verhülle dich, die Tränen und die Härten,
das Fleisch darf man nicht sehn, das dies vollbracht.

Die Spaltungen, den Riß, die Übergänge,
den Kern, wo die Zerstörung dir geschieht,
verhülle, tu, als ob die Ferngesänge
aus einer Gondel gehn, die jeder sieht.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Frammenti – Gottfried Benn

Saul Leiter, Untitled, New York, 1950

 

Frammenti,
espurghi dell’anima,
coaguli di sangue del ventesimo secolo –

cicatrici – disturbo circolatorio della creazione ai primordi,
in rovina le religioni storiche di cinque secoli,
la scienza: crepe nel Partenone,
Planck con la sua teoria dei quanti andava
confuso a confluire con Keplero e con Kierkegaard¹ –
ma sere c’erano² che avevano i colori
di Dio padre, morbidi, a lunghe onde,
irrefutabili nel loro silenzio
d’azzurro fluente,
il colore degli introversi,
allora ci si riuniva,
le mani posate sui ginocchi
alla buona, fra contadini,
a bere in silenzio, concentrati,
coi garzoni che suonavano l’armonica –

e altre sere invece³
tormentate da circonvoluzioni interiori,
da impulsi ad arcuarsi,
da compressioni anelanti allo stile
o da cacce all’amore.

Crisi d’espressione e accessi erotici:
questo è l’uomo d’oggi,
l’interno vuoto,
la continuità della persona
garantita dagli abiti
che se di buona stoffa durano dieci anni.

Il resto frammenti,
suoni a metà,
accenni di melodie da case vicine,
spirituals negri
o ave marie.

Gottfried Benn

Giugno 1950

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹M. Planck (1858-1947), fisico tedesco autore della rivoluzionaria «teoria dei quanti», confluisce con Keplero (1571-1630) e S. Kierkegaard (1813-55) il filosofo danese della fede assoluta e dell’abisso fra uomo e Dio: i tre sono tutt’uno, il progresso scientifico non esiste e la storia è solo una catastrofe indifferenziata. Sui manoscritti il testo aveva delle varianti (Schuster, Gedichte I, p. 486): al posto di Kierkegaard troviamo Pascal, e «Planck diventò Keplero».
²Siamo a Sellin, il villaggio contadino dove Benn è cresciuto.
³Sere artificiali nella nevrosi della metropoli. (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Fragmente

Fragmente,
Seelenauswürfe,
Blutgerinnsel des zwanzigsten Jahrhunderts –

Narben – gestörter Kreislauf der Schöpfungsfrühe,
die historischen Religionen von fünf Jahrhunderten zertrümmert,
die Wissenschaft: Risse im Parthenon,
Planck rann mit seiner Quantentheorie
zu Kepler und Kierkegaard neu getrübt zusammen –

aber Abende gab es, die gingen in den Farben
des Allvaters, lockeren, weitwallenden,
unumstößlich in ihrem Schweigen
geströmten Blaus,
Farbe der Introvertierten,
da sammelte man sich
die Hände auf das Knie gestützt
bäuerlich, einfach

und stillem Trunk ergeben
bei den Harmonikas der Knechte –
und andere
gehetzt von inneren Konvoluten,
Wölbungsdrängen,
Stilbaukompressionen
oder Jagden nach Liebe.

Ausdruckskrisen und Anfälle von Erotik:
das ist der Mensch von heute,
das Innere ein Vakuum,
die Kontinuität der Persönlichkeit
wird gewahrt von den Anzügen,
die bei gutem Stoff zehn Jahre halten.

Der Rest Fragmente,
halbe Laute,
Melodienansätze aus Nachbarhäusern,
Negerspirituals
oder Ave Marias.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986