«Da quanti anni, da sempre» – Leonardo Sinisgalli

Foto di Ferdinando Scianna

 

Da quanti anni, da sempre
Sul finire del giorno
Lungo il muro il tuo passo ritorna
La tua mano mi tocca
Delusa: Leonardo, mi dici a bocca
Chiusa. Il vento leggera ti scioglie.
Io ti sento partire dal mio fianco
Nella brezza delle foglie.
La tua voce è una carezza
Che brucia più l’ora si attarda:
Io non so dove mi conduce.

Leonardo Sinisgalli

da “Il cacciatore indifferente”, (1939-1942), in “Tutte le poesie”, Mondadori, Milano, 2020

La verità non ha bisogno della nostra ignoranza – Piero Bigongiari

Massimo Margagnoni, White Aurora Borealis

 

Quello che tu non sai, anche l’ignora
la via che ti accompagna e ti disvia
nel sole occiduo, e forse anche l’aurora
che si lagna col lieve pigolio
degli implumi nel nido, col deciduo
uggiolio di chi deve sfamarli.

                                                       Io affido
a questa oscura scienza anche le briciole
di quello che non so, forse anche il raggio
che non sa ove posarsi. Nel coraggio
o nella tua viltà? Forse è il mestiere
di una tale evidenza sconosciuta
versare a quando a quando nell’essenza
della vita la sua segreta musica.
Talora anche la musa è generosa
della sua voce ascosa. Cosa canta
al tuo orecchio? È il canto della sposa?
Da quale Oriente viene, in quale Libano
trattiene ancora quelle sue carezze?
Troppo lievi le ebbrezze, o inenarrabili?
Troppo abili sono le stranezze
con cui i sogni si accostano al vero.
Si dice che il pensiero vola. Dove
vola? Dove ignora anche se stesso
nel sogno stesso d’essere parola,
e forse parola dell’accesso?

Il fatto è che in ogni imminenza
della tua vita non puoi fare senza
di quel sottile strazio che t’invita
a non sentirti sazio di te stesso,
ma piuttosto a sperare nell’eccesso
di ogni misura nell’incontenibile.
In ciò che versa, in ciò che non contiene,
le lacrime e le pene si confortano
a vicenda. Tutto è già leggenda.
Devi sperare, se non si trattiene
di te nel canto – e forse nell’oblio,
magari a tua insaputa, si è già espanto –
ciò che tramuta in luce anche il pianto.

Forse con quelle briciole io ne nutro
o almeno ne titillo il desiderio
che il canto ha di quella mia carenza
onde trovarvi un senso pronto al troppo
che è in ogni verità, forse per sciogliervi
il groppo misterioso del suo pianto
mescolato all’incanto di un sorriso
che non so a chi appartiene.

Piero Bigongiari

14-16 aprile 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

Elegia per Ela – Angelo Maria Ripellino

Foto di Josef Sudek

 

Quando riappare la tiepida luna
tra ramo e ramo, le sere d’aprile,
si posano le mosche insonnolite
sugli orologi di vecchie stazioni.

Prima di sera, sul tender del treno
sbocciano fiori che il vento travolge,
tu esci dalle quinte dell’inverno 
tra le frange di luce del fogliame.

Mentre la musica dei fiumi
fa vibrare gli orli delle ombre,
lungo le curve sponde della notte
corre il treno con l’astrolabio d’aprile.

Ed io prendo la Bibbia e ricordo:
fu l’anno passato che nacque Michaela,
il sole danzava come le streghe sull’acqua
e i treni sorbivano il tè dietro il bosco.

E in questi giorni io mi chiedo se il fumo 
avvolga ancora di veli bianchi la luna,
se dallo scalo ti giunga l’odore dei treni.

Sempre a quest’ora Bauci e Filemone
tritano salmi nella capanna sciancata.
E scroscia il fiume davanti al mulino,
crescono i giunchi,
la luna come buccia di fanghiglia.

Quando ritorni, la notte, col treno,
e le chitarre ronzano come zanzare,
schiere d’alberi crollano sui finestrini,
e nel fiato gèlido d’aprile
ti senti frusciare sul viso
tutta l’erba del mondo che riluce
dietro una lanterna gialla.

Angelo Maria Ripellino

da “Poesie prime e ultime”, Torino, Aragno, 2006

Elegia per Ela. Datt. (con correzioni mss.) 1947. Inedito. Il v. 23, che corregge l’originario «i giunchi alti e le nostre ombre sui giunchi», rimane irrisolto. Dopo «crescono i giunchi» si legge infatti una «S» che fa pensare a un tentativo di prosecuzione non condotto a termine. (Antonio Pane)

Se volessi un’altra volta… – Franco Fortini

 

Se volessi un’altra volta queste minime parole
sulla carta allineare (sulla carta che non duole)
            il dolore che le ossa già comportano
si farebbe troppo acuto, troppo simile all’acuto
degli uccelli che al mattino tutto chiuso, tutto muto
            sull’altissima magnolia si contendono.
Ecco scrivo, cari piccoli. Non ho tendine né osso
che non dica in nota acuta: «Più non posso».
           Grande fosforo imperiale, fanne cenere.

Franco Fortini

da “Composita solvantur”, Einaudi, Torino, 1994

Entrano i rumori e l’abbaiare di un cane – Pierluigi Cappello

 

Entrano i rumori e l’abbaiare di un cane
dalla finestra aperta; con una brezza che passa
sulle tue braccia nude, sulla fronte.
Se chiudi gli occhi la senti sulle palpebre
e sembra la mano di chi ti vuole bene
a passare e tutto il male del mondo va via
con gli occhi chiusi mentre passa la mano.
E sei tu e il tuo respiro dentro alla brezza
e stai fermo e ti fidi come una pace
appena nata.

Pierluigi Cappello

Cassacco, agosto 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018