Quadernetto alla polvere – Leonardo Sinisgalli

Foto di Galina Kurlat

 

Nella mia stanza come sopra un atlante
ho cercato i tuoi mari e tuoi monti.
T’ho attratta con un crine,
t’ho estinta con un soffio.
Ho resistito ai tuoi vortici, alle piene
improvvise, ai letargici inganni.
Per lungo giro di anni
tra le rughe e gli specchi,
nella spoglia di un fiore,
sul lobo di un orecchio,
dove esita la sfera
dove il filo si spezza.

 

Appena visibile incolore impalpabile,
senza apici, senza figura,
innocua come la serpe di cui si conosce il rifugio,
più elusiva dell’ombra, pungente più della luce,
dove ti posi fai intima ogni cosa.
Così silente scorri ma non trabocchi,
ti accumuli ma non dirocchi.

 

Qui nel quartiere sotto la collina
trascorro le mie ore al riparo dal vento
come il mangiatore di fiamme copre col sasso
le fragili monete del suo altarino.
Amo questi meriggi corti così cangianti,
l’aria friabile, l’anitra che farnetica nella corte.
Nella vasta penombra non spiga la Città.
Fu prato in altra età.
Annaspo nel buio semicieco
verso il cerchio di fuoco
che brilla nel campo dei monelli.

 

O sostanza retrattile,
spuma incongrua di un mare di tedio,
o superbo ipogeo della Piuma e della Pulce
che cosa chiude la tua secchezza,
che cosa riflette il tuo guscio?
Quale seme, qual polline, qual germe
nasconde il tuo nocciolo,
un diadema, una rotula, un verme,
quel che si accoglie o quel che si rifiuta,
l’uovo guasto o la macchina inutile?

 

Forse il fuoco del giorno è restituito
da questo lume che attira sfinita
una falena, da un grano marcito
che nutre l’uovo di un’ape nel seno.

 

Con quale assillo prepara la Sposa
per anni la coltre del letto nuziale,
e il Re che da vivo conta i sassi
della Piramide sepolcrale,
il Guardiano che fa coi secchi
il censimento delle foglie del viale…
(Selva fitta ove il Tempo
nasconde le sue trappole,
immola le sue vittime.)

 

Ti porterò la mia testa vacante
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.

 

Quando la foglia cade
dagli alberi invisibili
e la forma si estenua
e la forza si esaurisce,
quando anche la dura pietra
e il ferro tenace
vestono di gemme il tuo fantasma,
quando il gallo irato si ostina
ad afferrare il tuo Principio,
e non sa che il tuo capo è nel buio
la tua coda è l’oblio,
noi ci chiniamo a guardarti
come una biscia morta ai nostri piedi.

 

Fenice del nostro risveglio
devasta i vani orditi,
rinfranca il cuore con le tue alluvioni,
porta il limo sui vecchi triangoli
e le tempeste sulle carte siccitose!

 

Da te, consumati tutti i segni,
sciolti i nodi, rotti i patti,
distrutte le scorie,
rinasceremo alla stasi eterna,
lastre senza gemiti, specchi senza memoria.

Leonardo Sinisgalli

da “La vigna vecchia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1956

«Mi ricorderò di questo autunno» – Leonardo Sinisgalli

Vincent van Gogh, The Red Vineyard, 1888, Pushkin Museum

 

Mi ricorderò di questo autunno
Splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
Curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura,
E mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
Farò la storia di questi giorni di ventura,
Di mio padre che a pestar l’uva
S’era fatti i piedi rossi,
Di mia madre timorosa
Che porta un uovo caldo nella mano
Ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
Piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
Quest’anno non ha avuto fioritura,
E sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
Al quarto di luna. La luna coi corni
Rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
I solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
Scoppiare il seme nel suo cuore,
Io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
La conca spigata.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943

Tre poesie d’amore – Leonardo Sinisgalli

Romel de la Torre, Drawing with charcoal and pastel on paper

I

Chi ama non riconosce, non ricorda,
trova oscuro ogni pensiero,
è straniero a ogni evento.
Mi sono accorto più tardi
di tutti gli anni che l’aria
sul colle è già più leggera,
l’erba è tiepida di fermenti.
Dovevo arrivare così tardi
a non sentire più spaventi,
pestare aride stoppie, raspare
secche murate, coprire la noia
come uno specchio col fiato.
Sono un uccello prigioniero
in una gabbia d’oro. La selva
variopinta è senza colore per me.
L’anima s’è trovata la sua stanza
intorno a te.

2

Ci piace l’aria sfatta
la derelitta quiete sulla plaga
il volo basso degli uccelli migranti
tra cespi di alghe, lacere
spoglie di velieri.
                                                           Oltre il labile
vespero qui sostano gli amanti pellegrini,
dove ogni sera una fioca
speranza li trascina di là
dai ponti a una riva di acquitrini,
passeggeri sospinti senza requie
sulle arene impassibili.

3

Si fatica per anni
a sciogliere i nodi,
a dare un’immagine
favolosa a una ciocca
illeggibile di segni perduti.

Leonardo Sinisgalli

1944

da “I nuovi Campi Elisi”, 1942-1947, in “Poesie di ieri”, 1931-1956, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

Via Velasca – Leonardo Sinisgalli

Herbert List, Goldfish Bowl, Santorini, 1937

 

Il calpestìo di tanti anni
L’ha quasi affondata, la via
Incredibilmente si è stretta.
Questa è l’ora mia, la mia ora diletta.
Io, ricordo la sera che alla fioca
Luce si spense ogni rumore, un grido
Disse il mio nome come in sogno e sparve.
La via s’incurva, sgocciola
Il giorno dalle cime dei tetti:
Quest’ora dolce suona nel petto.
Non è che una larva restìa
La luce, un barlume: entro la boccia
Di vetro un pesce s’illumina.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943

I tuoi segni – Leonardo Sinisgalli

Florence Henri, Portrait composition n°8, 1938

 

Riguardo quando non ci sei
gli scartafacci toccati dalle tue dita,
i fogli con le impronte dei giorni
bui, delle ferite dolenti.
Guardo le carte miracolosamente
riavute (gli editori sono a caccia
di farfalle sui lungotevere),
draghi gioiosi, tronchi
capelluti, meteore fiammanti, e
mi esalto e mi dispero
perché è morta la tua mano.

Leonardo Sinisgalli

da “Dimenticatoio”, “Lo Specchio” Mondadori, 1978