Anelli del tempo – Margherita Guidacci

Frances Mortimer, Reflection, Paris, 1950s

 

Degli anelli del tempo, che si aggiungono
sempre nuovi, furono alcuni così stretti
che ne ricordo solo l’orrore di soffocare.
In altri, larghi e informi, vagai smarrita
senza un sostegno a cui aggrapparmi. I più,
pallidamente indifferenti, si ammucchiavano
gli uni sugli altri, subito saldandosi
senza nemmeno un segno di sutura.
Solo a pochi e per poco è tollerabile
riandare. Ma almeno questo, l’ultimo,
di cui oggi si chiude il cerchio, resta perfetto
nel mio cuore: cornice d’oro intorno
a uno specchio di gioia. Chiedo solo
di serbar quest’immagine. E che a te
uno stesso fulgore la riveli
e la circondi, allo scader dell’ora,
nel tuo specchio gemello.

Margherita Guidacci

da “Anelli del tempo”, Firenze, Città di Vita, 1992

«Lievi le mani della poesia» – Chandra Livia Candiani

André Kertész, “My Mother’s hands”, 1919

 

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

«Rimani dove sei, ti prego» – Mario Luzi

Leonid Osipovich Pasternak, Portrait of E. Levina, 1916

 

Rimani dove sei, ti prego,
                        così come ti vedo.
Non ritirarti da quella tua immagine,
non involarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d’azzurro, di turchese,
            d’oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
                                   e offerta alla pittura
                                   e all’adorazione,
non farne una derelitta plaga,
              primavera da cui manchi,
mancando così l’anima,
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
                                   diventi vaniloquio, colpa.

Mario Luzi

da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, Garzanti, 1994

Alta sorveglianza – Milo De Angelis

Milo De Angelis, foto di Viviana Nicodemo

Professore, forse un giorno riuscirò a parlarvi della mia giovane sposa e del mio delitto… forse ci riuscirò… forse a fine anno… nell’ultima pagina di un tema.
(alunno della terza di Opera, compito in classe)
Non ho mai visto un uomo
fissare con uno sguardo così assorto
quella sottile tenda azzurra
che i detenuti chiamano cielo.
………………………………………………….
Ognuno uccide ciò che ama.
(OSCAR WILDE, La ballata del carcere di Reading)
I

In carcere bisogna parlare
lo sanno anche i taciturni come te
il veleno si fa strada in ogni silenzio
la notte ti interroga ti interroga
e tu alla fine hai risposto
parlavi di lei corpo sposa tenaglia
lei come una grazia folgorata
nessuno nel vederla resta vivo
parlavi di lei oscura furia delle melograne
luce selvaggia al cadere di una veste
assoluto mescolato all’ora d’aria.

II

Quando hai cominciato l’opera
eri chiuso nel quadrilatero della tua voce
e ripetevi che le crepe sul muro, la luce
obliqua dei finestrini, i corridoi sbilenchi
tutto era pensiero
e questo pensiero era più forte di te,
si faceva materia, ti ingoiava.

III

Opera, sei dappertutto ma non so dove sei.
Voce del male sbarrato, forse sei qui, nella grigia
stalla di via Camporgnago quaranta, sei
tra le attenuanti e i narcisi del volontariato
sei qui e non sei qui ti trovo e ti perdo nel suono
della scheda magnetica o nel grido di una requisitoria
sei scomparso e sei dentro di noi che avanziamo
passo dopo passo verso un dolore
tanto più incerto quanto più sembrava prossimo.

IV

Hai visto franare la tua vita
tra codicilli, arbusti e demoni fangosi
hai sentito la potenza della cella
come un’ombra colpita
si oscurava l’armonia dei viventi
la giovane morta si incideva le braccia
si faceva eterno il tatuaggio.

V

Qui non è prevista
la stagione dei dodici raccolti
qui ogni mese può essere infinito
o mancare per sempre
dipende da un giro di sigarette
da una compravendita o da un agente
che non ha ricevuto la giusta adorazione
e compila un rapporto feroce
dove ogni ora d’aria è avvelenata
e ogni parola trova un movente.

VI

Ma le mura le avevamo già dentro
le notti curvilinee ci tornavano addosso
aprivo al mattino gli occhi lapidati
nasceva una prossimità violenta
si formava l’assedio.

VII

Qui sciamano preti operosi
hanno labbra gonfie
si aggirano nel loro terreno di caccia
si nutrono con le croste di ogni colpa
benedicono tutto indifferenti
indifferenti preparano la deportazione.

VIII

Sei un’ansia che non ha luce, dicevano,
sei nell’ateismo
di ogni battito cardiaco, reclusione, reclusione.

IX

Allora hai risposto, gentilmente, che sei tornato
dall’aldilà, hai risposto che dio non esiste
ma le anime sì: alcune sono rinchiuse in grandi pollai
dove tutti camminano lentamente
avanti e indietro, con un vestito marroncino
come questo, guardate, proprio come questo.

X

Stiamo in punta di piedi per questo spettacolo
dell’aldilà: vediamo le donne momentanee
e il disegno sacro dell’edera, vediamo
grappoli maturi, nell’ora della giusta previsione,
finché lei si toglie la veste morta e divampa
il suo graffito sul muro della cella.

XI

Con la sua fiamma ossidrica, il dolore
ci raggiunge, perfora il ferro dei nostri
quattro punti cardinali,
tocca il nervo indifeso, indugia, insiste
lo fa prigioniero, lo trapana
fino al nucleo dell’urlo, fino all’istante crollato
in se stesso, mentre intorno si allunga
il corridoio delle mille anime vaganti.

XII

Nella punta di questa matita
c’è il tuo destino, vedi, nella punta
aguzza e fragile che scrive sul foglio
l’ombra di ogni frase e scrive
le mura cieche, l’attenuante e il soliloquio
il tuo destino è proprio qui, in questo
immobile trasloco, in questo impercettibile
sorriso che un uomo offre
al mondo prima di sparire.

XIII

Questo destino che nessun diario
raccoglie, nessun giornale, cronaca
o storia, vive nel sibilo
di un ricordo, nel suono
della giovinezza: il frutteto fantastico
e un fruscio negli abbaini,
e poi qualche grammo, il pigolio
del giudice di sorveglianza,
un’edicola notturna, una retata.

XIV

Era l’aggravarsi
di ogni atto nel buio di se stesso,
la cieca evasione, l’indulto
che ha potuto liberarci
per una notte sola,
per una sola notte sterminata.

XV

“Ascolti,
professore, ora parlerò di lei
parlerò della viola naufraga,
del petto martire, della valanga:
parlerò di lei, l’ultimata”

XVI

“Lei donna di sedici anni diadema del sangue
codice lunare nelle guglie della sera
fervore di ceneri via lattea”

XVII

“Ieri in cielo ho visto Sirio, amico mio,
e ho pensato che quello era il mio soprannome,
il nome di un ragazzo solitario
che additava un piumaggio di nuvole
e chiedeva quando torneranno, quando
tornerà quel visibilio di viole e di fiaccole.
Non devi amarla – risposero – non devi
amarla più”

XVIII

“Profezie sottomarine
dicevano la catastrofe
ma io ho accettato ma io ho voluto
ridurmi a questo muso duro
che nei corridoi contratta con gli infami
l’orario delle visite. E ogni giorno
nell’orbita tremante cresce l’uragano
della donna sterminata”

XIX

“Superati i confini della grotta,
tutto ritornò musicale
ritornò l’attimo del grande incantamento
come una festa dell’essere,
lei sorrise!”

XX

“Sorrise, aprì la porta, scherzò nella luce
azzurrina della sua ultima stanza, aprì
allora la porta in un silenzio
fatato e violento. Il suo regno
era l’attimo, la scintilla, il rossore.
Ma quella gonna viola troppo corta
quel luccichio sconosciuto nella pelle!”

XXI

“Tagliata alla radice,
l’ombra ha compiuto il crimine
una disarmonia senza riposo
un figlio creato che impazzisce e trema
nel giardino dei corpi,
una mano screpolata, una semplice
mano premuta sul ferro”

XXII

“Riappare quel giorno immobile
sul sentiero dell’estinzione
e noi siamo la forma destinata
a quel gesto magistrale:
ricordo solo il bacio
che diventò strage cieca e senza tempo”

XXIII

“Campane mute e capovolte
ora circondano il corpo
intorno al collo un filo di perline
aveva l’ansia di una daina
aveva intuito e provò a fuggire
ma il piede in corsa mosse una valanga
e iniziò il minuto esteso
della morte”

XXIV

“Una donna così si uccide solo con il coltello
si uccide corpo a corpo in una vicinanza
che zittisce le melodie del suo respiro
e l’ho colpita l’ho colpita con una certezza
vicina all’oblio… poi l’estate
precipitò nella notte
e mi nascosi lì, colpevole e tremante…
… per un intero minuto
l’ho colpita”

Milo De Angelis

da “Incontri e agguati”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

Era pudico il piede – Piero Bigongiari

Orazio Gentileschi, Riposo dalla fuga in Egitto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Era pudico il piede, e fu sua somma
impudicizia credere che appoggiandosi
senza malizia, balbuziente, sulla
terra patema quella fosse un luogo
di conquista alla propria tenerezza,
l’alterità di una carezza attesa
come si attende inoltrarsi una brezza
in una strana azzurrità infinita.
L’infinito apparteneva alla vita,
alla voglia infinita di vedere
e di toccare ciò che non ha senso
lasciando senza senso il suo sapere.

Poi ciò che non ha nome cominciò
a parlare chiedendo «Quale è
il tuo nome?» e aggiungendo «Perché
tu sei qui?». Il fanciullo rispose
«Sono io, ma il mio nome non è
il mio nome, e il mio luogo è altrove.
Tutto somiglia a ciò ch’io non conosco,
eppure questo è il mio posto».

                                                   Fu
la parola che come il mosto fece
diventare vino la sua ebrietà,
guardando il divino addormentato
come sotto la pergola i figli
vi sorpresero il padre inebriato
Tutto non è come sembra, ma anche
ciò che sembra altro, è quello che è.
La prole di Noè rimembra ancora
in sé la propria ebbrezza un dì paterna?

La parola vi alterna senso e contro-
senso. Parola o passo che si eterna
grazie alla stessa voluttà salvifica
della propria illusione inebriata
di andare incontro alla stessa visione,
d’essere la sua intoccabile missione,
il fendente che ti entra nella carne
per una più sottile guarigione.
Era troppo alto sulla madia il vaso
fìttile istoriato d’azzurro smalto
o era ancora vile la tua mano?
Era pudico il passo o aprico il suolo
che lo accoglieva, fosse esso il piede
dell’infante o quello del mendico
che vanno incontro allo stesso istante,
del passo erede che diviene volo
dell’angelo che crede in quel che vede.

Questa terra è la mia, già celeste
laddove il ventolino ancora freddo
dell’alba più la punge e vi disserra
coi petali dei fiori anche le palpebre
dei suoi dolori ancora assonnati.
Anche laddove mancano le tracce
i prati calpestati e le bisacce
dei pellegrini poggiate alle porte
chiuse ti dicono che i confini
ambigui tra il qui e il suo altrove
sono già superati. Troppo esigui
sono i rapporti tra i mèzzi e i fini,
ma già mézzi di lacrime
sono i suoi miracolosi acquitrini.
Non aspettare l’urlo delle sirene
dei battelli che salpano lì intorno
dai porti oleosi di Livorno.

Ma tu prega per me se la tua fede
si chiama ancora amore, ancora crede.
È in un’ombra che dura nella mente
la luce che arrovella il mio destino,
una perla perduta nel cammino
che ad altro, sempre ad altro, acconsente
di essere il diverso nel medesimo
nel grido sussurrato «Apriti, Sesamo».

Piero Bigongiari

1°-14 settembre 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003