da «Sul Golfo del Bengala» – Giuseppe Conte

Roberto Nespola, Ostia, settembre 2016

NON SIAMO SIMILI
You, you are all unloving, loveless, you
D. H. Lawrence, The sea

Non siamo simili, mare,
né amici né fratelli,
tu ricco, profondo, infinito
tu il primo tra i sogni di Brahma
quando sognò la trama
della materia vivente
tu arido, rubescente, iniziale,
tu indifferente a tutto, ai lutti, ai naufragi
specchio del sole e della luna.
Io povero, io niente, una
creatura sottoposta alle leggi
della nascita e della mortalità,
uno di quelli che la vita ha
stremato con troppa gioia e troppo dolore.
Perché ho gioito, mare, a te lo posso dire,
anche sul Golfo del Bengala stasera.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Non ho conosciuto il mestiere
della colpa e della santità.
Sono come te, mare.
Mi sono sempre sentito innocente,
almeno in questo ti somiglio.
Sono stato per troppo tempo figlio
di una gioia senza nome
fatta sempre di meraviglia e amore
di alberi azzurri e di aurore.
E ho sofferto tanto per l’incolore
ansia che strangola e non sai perché
per i vortici di stravolte domande
su Dio, come posso toccarlo, dov’è?
Ero un bambino voluto, curato, amato,
nella casa di via Carducci 3
quando avevo paura di te, mare,
e vedevo la sera che veniva
mentre tornavo dal campo di gioco
e si accendevano le luci alle finestre
e le stelle sui tetti a poco a poco:
perché c’era la sera? c’era il cielo?
E tutto si nascondeva dentro il velo
di un senso che non capivo.
Per questo ancora adesso sono qui e scrivo.
Ma ora, mare, io mi fido
di te. Sono solo di fronte a te
e so che dai vita e distruzione
so che sei necessario, sei vero
e sei maya, illusione.
La vita mi ha punito.
Ha fatto di me uno zero.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, e mi perdo.

Sono solo più di tutti, mare, persino di te.
Tu sei arido, celibe, rude
ma sei ricco, profondo, infinito
io un fragile figlio di donna
una medusa spiaggiata, un ramo sfiorito.
Nessun potere, nessuna ricchezza
una meta ignota e cercata invano
come qualcuno che con la mano
volesse raccoglierti, mare,
e portarti con sé lontano.
Ininterrotte adolescenze amare.
Nessuna certezza, nessun colpo d’ala.
Solo, qui, sul Golfo del Bengala
a parlare con te come fanno i dementi
con te, mare, vincitore brutale
con te che schiumi ingravidato dai venti
e che non ami e non ricevi amore.
Io fragile figlio di donna,
perdente nato, sballottato, rifiuto.
Eppure ancora sempre innamorato.

TU MARE NON AMI
You are celibate and single, scorning a comrade even
D.H. Lawrence, The sea

Tu mare non ami nessuno
e io invece amo, amo lei,
lei, sempre lei, ne sono sicuro,
amare è la mia essenza
amare la mia ossessione
è questa la differenza
più inconciliabile tra noi.
Perché tu vai bene al di là
dell’amore com’è tra gli umani
tu te ne lavi le mani
sei calmo quando sei calmo
mosso quando sei mosso
solitario, sterile, puro
bastevole a te stesso.
Io cosa vuoi che sia
un povero essere umano
uno che vive scisso, di solitudine,
giorno per giorno come un’abitudine.
Eppure io amo, mare, amo lei
ne ho bisogno, ne sono sicuro,
amare è la mia essenza
e se tu non ci credi
mi dispiace per te.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Chi sei, essere oscuro, indifferente
alla grazia, all’amore, al perdono
chi sono queste donne che vanno e vengono
con vesti di luce, chi sono?

Parliamone qui stasera
in questo dicembre tropicale
dammi una risposta sincera
dimmi se faccio male:
io amo, al contrario di te,
io sono eternamente innamorato.
Per noi esseri umani
limitati per definizione
privi di coralli e correnti
privi di riflessi e di venti
per noi c’è questo abisso
più profondo dei tuoi, mare.
Il baratro, il precipizio
senza fondo dov’è l’io,
dov’è Dio, il sesso.
Questo cieco bisogno di amare,
di amare senza sapere
perché né chi, ma sempre
amare, anche adesso.

MARE NON HAI CHIESE
Antes que el sueño (o el terror) tejiera
Mitologías y cosmogonías,
Antes que el tiempo se acuñara en días,
El mar, el siempre mar, ya estaba y era.
J.L. Borges, El mar

Tu mare non hai chiese
non hai sacerdoti, sacramenti,
non hai preghiere, monumenti
né riti né elemosine,
e non hai mai avuto pietà.
Eppure sei sacro, divino.
Ti somigliano certe cattedrali al mattino
in Liguria, tutte riflessi azzurri
mobili per i soffi dei tuoi venti
ti somigliano le moschee
con i loro minareti e i lamenti
ondeggianti dei muezzin,
ti assomiglia Jama Masjid
dal cortile sconfinato, assolato
colore di un tappeto di alghe
e di porpora
che milioni di piedi hanno calpestato
ti assomigliano i templi dei sikh
come quello di Guru Sahib
dalle cupole d’oro, dai porticati bianchi.
Ma più di tutti ti assomigliano
i gopuram dei templi indù
con la loro rincorsa trapezoidale
verso l’alto del cielo, lo zenit,
simile alla tua rincorsa quando un temporale
un vento di libeccio o di levante
ti scuote in mille onde
che si alzano frementi.
E ti ricorda che la tua culla
fu lo spazio infinito
e ti protendi verso il nulla
che noi uomini non possiamo
reggere, mare, e non lo puoi
neppure tu
tanto che dobbiamo pregare,
insieme scalare il cielo,
credere nelle ombre
di Shiva e di Visnu.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Chi sei, essere oscuro, indifferente
alla grazia, all’amore, al perdono?
Chi sono queste donne che vanno e vengono
con vesti di luce, chi sono?

Giuseppe Conte

Pondichery, New Delhi, dicembre 2011

da “Inediti”, in Giuseppe Conte, Poesie (1983-2015)”, Mondadori, 2015

Le tre poesie qui riportate (Non siamo simili, Tu mare non ami, Mare non hai chiese) fanno parte di una suite più lunga scritta fra New Delhi e Pondichery dove ero invitato per tenere conferenze e letture dall’Institut Français nel dicembre del 2011. (Giuseppe Conte)

«Ho tanta fede in te» – Eugenio Montale

Foto di Anja Bührer

a C.

Ho tanta fede in te
che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha un senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.

Eugenio Montale

da “Altri versi e poesie disperse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

Prigione – Margherita Guidacci

Patty Maher, She Whispers to the Wind, 2007

 

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Margherita Guidacci

da “Neurosuite”, Neri Pozza, Vicenza, 1970

«I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose» – Amelia Rosselli

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose
la tua vigliacca pelle fanno di me il più forte
degli schiavi d’amore. Impertinente fu la mia
vita finché si scontrò con la tua lussuria, tetto
coniugale con tutte le carte in ordine. Il disordine
della mia passione attirò il tuo petto di brace
le mie sconvolgenti frasi d’imploro commossero
i tuoi occhi pieni di lacrime, cibo preferito
degli dei scanzonati. Una canzone avvolse la
mia mira nella tua rete; tu la rompesti,
avvolgendola nel tuo cuore di uomo con tutte le
carte in un disordine tipico del tuo cuore senza
amore. Amare frasi andai ripetendo finché non ti
rintracciai sul tuo trono di viande e disperazioni.
Due azioni mi portarono vicino a te: la tua frase
ignorante e il tuo cuore di tufo, seppellito
oramai nelle mie lunghe braccia trionfanti
d’amore e di lussuria regina della notte e delle
stelle.

Amelia Rosselli

da “Variazioni belliche”, 1964, in “Amelia Rosselli, Le poesie”, Garzanti, 1977

«Mi piacerebbe di me dimenticarmi» – Franco Loi

Brassaï, Paulette et André, 1949

 

Mi piacerebbe di me dimenticarmi,
e camminare, e respirare per te,
essere come i ragazzi che quando li prende il sole
si lasciano seminare dove lui vuole,
e mai ritrovarsi, e non piú capire di me stesso,
ma essere gioioso dell’aria che mi attira
là dove la vita si pensa vivere.

Franco Loi

da “Lünn”, Firenze, Il Ponte, 1982

∗∗∗

Me piasaríss de mí desmentegâss,
e camenà, e respirà per tí,
vèss cume i fjö che quand je branca el sû
se làssen sumenà due el vör lü,
e mai truâss, e pü capí de mí,
ma vèss giuius de l’aria che me tira
due che la vita la se pensa vîv.