Ricongiungimento – Antonia Pozzi

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

 

Se io capissi
quel che vuole dire
− non vederti piú −
credo che la mia vita
qui − finirebbe.

Ma per me la terra
è soltanto la zolla che calpesto
e l’altra
che calpesti tu:
il resto
è aria
in cui − zattere sciolte − navighiamo
a incontrarci.

Nel cielo limpido infatti
sorgono a volte piccole nubi
fili di lana
o piume − distanti −
e chi guarda di lí a pochi istanti
vede una nuvola sola
che si allontana.

Antonia Pozzi

17 settembre 1933

da “La vita sognata”, in “Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi”, Luca Sossella Editore, 2010

Arte poetica – Franco Fortini

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

Tu occhi di carta tu labbra di creta
tu dalla prima saliva malfatto
anima di strazio e ridicolo
di allori finti e gesti

tu di allarmi e rossori
tu di debole cervello
ladro di parole cieche
uomo da dimenticare

dichiara che il canto vero
è oltre il tuo sonno fondo
e i vertici bianchi del mondo
per altre pupille avvenire.

Scrivi che i veri uomini amici
parlano oltre i tuoi giorni che presto
saranno disfatti. E già li attendi. E questo
solo ancora è il tuo onore.

E voi parole mio odio e ribrezzo,
se non vi so liberare
tra le mie mani ancora
non vi spezzate.

Franco Fortini

1948-50

da “Poesia ed errore”, Feltrinelli, Milano, 1959 

Versi scritti sul muro – Gesualdo Bufalino

Stephanie Ludwig, Kätzchen (Kitten), 1901

 

Piú lontano mi sei, piú Ti risento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Piú sei lontano e piú Ti porto addosso,
fra l’abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.

Gesualdo Bufalino

da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Abbandoni – Maurizio Cucchi

Josef Sudek, Forgotten Hat, 1955

 

Un cappello chiaro, un panama
elegante appeso su una giacca
stropicciata di lino beige
è il primo avvio, l’immagine
primaria di un felice abbandono.

Felice?
Segue, poi, nel giardino dei gatti,
la sedia a dondolo di vimini
consunta, scolorita, sbucciata,
in mezzo all’erba e alle lumache.
Sedile solitario e appoggio
rapido per merli e tortore.

È bene che ogni cosa venga a noi
nella pienezza fisica della sua natura
come lenta conquista frugale.
Come conquista frugale.

∗∗∗

Eppure Jarl,  discendente di eroi e di re, era un marinaio solitario e senza amici, fedele alle sue origini soltanto per quella sua vita marinara. Ma così è, e sarà  sempre così. […] Abbiamo  tutti come antenati monarchi e saggi, anzi, angeli e arcangeli come cugini, perché nei giorni antidiluviani i figli di  Dio si sono uniti con le nostre madri, le affascinanti figlie di Eva. Così tutte le generazioni si fondono.
Herman Melville

(Sono talmente infisso nel passato che la mia ansia arretra fino al buio senza memoria. Risalgo così a quel flusso ininterrotto di moltitudini, e di invisibili emergenze catalogate poi nell’enfasi della storia. Scavo a ritroso, sono una talpa, io stesso l’esito di un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari. Scendo a vite come nel legno, piano piano e paziente, ma regolarmente.)

Il mondo aveva muri
corrosi, sudici e sfrisati,
sbucciati in graffi dalle mani
e dai panni dell’uomo, percorsi,
verso una lentissima estinzione,
da minimi abitatori,
metamateria muta,
come i bellissimi poggioli,
i fregi e i tabernacoli.

Niente era asettico, traslucido
di vacuità, inodore e vanamente
laccato, leccato, come qui.

E io mi infilo,
mi insinuo zampettando
per leggere e indagare, eterna,
l’umiltà dei secoli.

∗∗∗

   Manitou Group

Noi animali amiamo
spargere tracce del nostro
irrilevante passaggio, imprimere
il nostro odore, marcare, appunto,
il territorio di gestione. Carrelli
elevatori e telescopici, taniche
gialle, assi e lamiere, ganci, attrezzi
di metallo, lattine, stracci
in mostra sotto la tettoia, sotto
le arcate della biblioteca
e d’improvviso, come una beffa,
la scritta rossa sulla macchina,
nome del grande spirito,
nostra invenzione manichea,
patetica ed eroica.

∗∗∗

Il y eut un temps, un long temps, où les hommes et les femmes ne laissaient sur la terre que des excréments, du gaz carbonique, un peu d’eau, quelques images et l’empreinte de leurs pieds.
                                          Pascal Quignard

Tracce sensibili sparse
di lavoro dell’umana specie
così nobilmente anonimo,
così indifeso e polveroso.

Noi animali amiamo poi
concederci un riposo, godere
momenti di ricreazione sospesa,
momenti di serenità contemplativa,
così, in abbandono negligente,
prima che torni a masticarci l’ombra
di un già avvenuto distacco.

∗∗∗

Oltre la rete e il gelsomino,
sterpaglie nere e sassi sparsi,
ciuffi d’erbaccia e un grande vaso
vuoto, nell’incuria domestica
e nel disordine pacifico, ordinario,
nell’abbandono degli assenti.
Il tavolino sporco, le sedie
da cucina, i resti della tortora
sbranata viva, le sue piume.

Così era stato il giorno
di vacanza, prima dell’insinuarsi
improvviso come un richiamo
che ti dà i brividi nella schiena di notte,
e ti risveglia, un richiamo che è
memoria della morte.

∗∗∗

Non so perché rimango fermo,
attratto da queste placide immagini
multiple di micromondi in abbandono,
senza presenza umana, dove ogni cosa,
ogni dettaglio è oggetto, è specchio,
specchio di noi, del nostro
esserci, del nostro transito ignoto,
gioioso sforzo o lamento. Intanto

mando a memoria tra armonia e disagio
queste parole del cosmologo lucente
tra buio e spazio: «Noi siamo solo
una varietà evoluta di scimmie
su un pianeta secondario di una stella
insignificante. Ma siamo in grado
di capire l’universo, e questo
ci rende molto, molto speciali».

Maurizio Cucchi

da “Malaspina”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

Come un pupazzo di Schlemmer – Angelo Maria Ripellino

Oskar Schlemmer, Triadisches Ballett, 1922

 

Non ho mai detto d’essere solo
come un pupazzo di Schlemmer.
Le case come vecchine
coi fazzoletti delle persiane sugli occhi
mi ripetono sempre parole cordiali.

Non ho mai detto di soffrire
come un pezzo di legno sotto una pialla.
Ma le stelle sempre si nascondono,
quando cerco un briciolo di luce.

Non ho mai detto d’essere triste
come una bottiglia vuota,
perché so già da tempo
che l’acqua svanisce dalle fontane,
quando ho bisogno di bere.

Non ho mai detto d’essere felice
come una spalliera di peonie,
perché non so catturare la gioia,
che mi sfiora talvolta con piume di cigno.

Non ho mai detto nulla, ma ciascuno
comprende che adoro la vita.

Angelo Maria Ripellino

da “Non un giorno ma adesso”, Roma, Grafica, 1960