La traversata – Maurizio Cucchi

Foto di Luigi Ghirri

 

Arrivo al porto con l’ansia
e la gioia dell’avventura.
È stato difficile. Voglio dire venir fuori
per vivere. Star dentro
per non morire, e dire:
ventre, acqua, tetto, morbido
cuore, letto.

∗∗∗

Nell’attesa, per quei pochi minuti
mi accomodo sereno e vedo
come un film, per me, la sospensione,
il giorno che agisce fresco e scorre
nei gesti degli uomini.
Sento le cose ruvide
addosso, mie. Le cose
sporche e piene. Così
ci sono dentro. Anch’io.
Sarà la polvere nel vento
leggero, la barca sudicia e il rampone,
la cassetta, il guanto del pescatore,
le macchie d’olio, le cicche,
i saluti scomposti e le risate,
l’odore del cuoio che mi piace.

∗∗∗

L’insegnamento è sempre uguale:
succhiare questa sola radice di terra
con ansia, sfiorare questa macchia di morchia.
Se no perdiamo vita, presente e conoscenza.
Perdiamo conoscenza. L’incontro
dev’essere in attrito
diretto e fisico fino a farsi
abrasivo:
ruvido il mondo,
l’esperienza
abrasiva.
Far fruttare anche il minimo gesto.

∗∗∗

È tutto pieno nel suo passaggio,
vivo. Come l’aurora, il vento
o questo mediocre paesaggio
carico di memoria, affetti,
e quest’angoscia distratta.

∗∗∗

Guardo con attenzione, indugio
diligente e curioso. Non so.
Guardo il furgone azzurro, il risalto
granuloso di ruggine che mangia
materia, che mangia la materia.
L’autista che carica i bagagli,
le unghie cerchiate di nero,
le dita nere, sorridente,
la cicca tra le labbra, la camicia
appiccicata alla schiena.
Max e il camionista che al volo
si passano le casse pesantissime:
da fracassare i muscoli, i muscoli
che invece tengono.

∗∗∗

La traversata, così attesa. Il battello
screpolato, mezz’ora di avventura. Mi sposto,
guardo in alto la casa anche per me
intonacata di luce.
Scavalco la merce, le valigie
e l’operaio che si guarda le mani.
Ha toccato la catena e ha le dita
tutte macchiate di morchia.

∗∗∗

Seduto in fondo, rido per l’acqua
che arriva a schizzi sui sedili
sverniciati. Ho visto il volto terreo
dell’oste, il grande corpo
smangiato e d’improvviso, con un brivido,
il cranio rasato della dolce postina. Parlottavo,
leggero. Ma quando ho mosso lo sguardo
verso l’orizzonte
è sceso un cupo silenzio
e mi ha assorbito. Desideroso
di luce e terra l’orizzonte è una lama,
uno specchio che mi cancella.

∗∗∗

Oppure una linea sottile,
immaginaria, che si intreccia a cappio,
orlo di un precipizio, un Maelström,
che chissà cosa inghiotte e annulla,
divora eternamente; sul disco piatto
della terra, sotto il sole che va.
Una sabbia mobile o un invisibile
immenso borro
di un astro immenso collassato.

∗∗∗

Mi venivano in mente,
mentre guardavo gli amici malati,
certe strane idee.
Dio, anima: parole,
concetti remotissimi, inservibili,
bolle svuotate, strutture
di pensiero arcaico.

∗∗∗

Il marinaio scende nella botola
con uno straccio, fischiettando,
e dal fondo si alza subito un rumore
assordante di macchina. Poi ricompare,
si aggiusta il berretto sulla fronte
e guarda l’orizzonte, indifferente.
Sa già che presto si rivedrà il paese.
Ho sentito la mia voce che diceva:
«Tutto è materia, c’è un vorticare
di materia. Fuori, dentro di noi,
nel cosmo, in questo sasso
che sto gettando in mare, in quello
che tu chiami il vuoto, o che tu chiami
lo spazio. Aggregazioni varie di materia
orribili e mirabili. Campi e forze,
vibrazioni che creano
materia».

∗∗∗

Evapora poi lento, nel tempo
che non sappiamo, lento, in un crescendo
di luminosità, l’enorme
caverna materia, spaziale.
Inarrestabile
diventa allora lieve, evanescente
e il suo orizzonte
al confine estremo delle cose,
degli eventi, sembra dissolversi
e svanire
lasciandosi alle spalle il nulla.

Ma che cos’è
il nulla?

∗∗∗

Allora ho pensato a te,
che mi chiamavi e alzando
quel poco lo sguardo ho osservato
prima indistinta, come una suggestione,
infine quasi chiara, una forma
avanzare, oscillare. Come una nave,
o di sicuro una nave
che rompeva l’orizzonte arrivando
in una strana, confusa evanescenza.
Come un messaggio sbucava, come
un’informazione viva
o superstite, integra,
emersa da un nero immenso tutto.

∗∗∗

Infatti, sulla superficie vasta del deserto
d’ebano galleggiavano avanzi, rottami
rigettati dall’abbraccio del vortice, sottratti
al precipizio eterno.

∗∗∗

Restava poco, pochissimo,
prima di mettere a terra il piede.
Sentivo il cibo covare attivo dentro,
caldo come un’eco di sapore
di calmo conforto silenzioso.
Il corpo-cibo della madre che ti scalda.
Pensavo anch’io: il grembo è tutto.

∗∗∗

Ecco le cose che ancora
sanno di noi, il semplice
che come nostro vive
nella mano e nel gesto,
negli occhi e nel cuore.
Le cose felici, perché nostre,
perché di noi ricolme.
Pierre vide il soldato,
l’ometto nei suoi gesti tondi,
accurati, sciogliersi le cordicelle
della gamba, appendere a un uncino
le scarpe, mettersi a posto gli abiti
che odoravano di lui.
Tutto il male, pensava, non viene
dalla mancanza delle cose,
ma dal loro superfluo.

∗∗∗

Perché l’eccesso – dico io – distrae,
rende discreto, occasionale,
il tuo attrito vivo con le cose
e ti sottrae, così, vita, valore.

∗∗∗

Ho chiuso in tasca il temperino
come inchiodando la freccia del tempo.
Sono qui, nel presente ablativo,
mio

e mettendo già il piede sul suolo
mi fingo a me stesso più goffo
per darmi certezza del felice attrito
col mondo, con la materia
che mi accoglie e accarezza.
Che dolcemente mi azzera.

Maurizio Cucchi

da “Vite pulviscolari”, Lo Specchio Mondadori, 2009

La traversata: vi ricorrono, per confronto o coincidenza, elementi del celebre racconto di E.A. Poe Una discesa nel Maelström e da suggestioni tratti da testi di astrofisica come Buchi neri evanescenti, Stephen Hawking e la scommessa perduta (Nottetempo, Roma 2005) di Monica Colpi.
intonacata di luce: è di Attilio Bertolucci, in Verso le sorgenti del Cinghio.
Pierre: di Guerra e pace.

Abbandoni – Maurizio Cucchi

Josef Sudek, Forgotten Hat, 1955

 

Un cappello chiaro, un panama
elegante appeso su una giacca
stropicciata di lino beige
è il primo avvio, l’immagine
primaria di un felice abbandono.

Felice?
Segue, poi, nel giardino dei gatti,
la sedia a dondolo di vimini
consunta, scolorita, sbucciata,
in mezzo all’erba e alle lumache.
Sedile solitario e appoggio
rapido per merli e tortore.

È bene che ogni cosa venga a noi
nella pienezza fisica della sua natura
come lenta conquista frugale.
Come conquista frugale.

∗∗∗

Eppure Jarl,  discendente di eroi e di re, era un marinaio solitario e senza amici, fedele alle sue origini soltanto per quella sua vita marinara. Ma così è, e sarà  sempre così. […] Abbiamo  tutti come antenati monarchi e saggi, anzi, angeli e arcangeli come cugini, perché nei giorni antidiluviani i figli di  Dio si sono uniti con le nostre madri, le affascinanti figlie di Eva. Così tutte le generazioni si fondono.
Herman Melville

(Sono talmente infisso nel passato che la mia ansia arretra fino al buio senza memoria. Risalgo così a quel flusso ininterrotto di moltitudini, e di invisibili emergenze catalogate poi nell’enfasi della storia. Scavo a ritroso, sono una talpa, io stesso l’esito di un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari. Scendo a vite come nel legno, piano piano e paziente, ma regolarmente.)

Il mondo aveva muri
corrosi, sudici e sfrisati,
sbucciati in graffi dalle mani
e dai panni dell’uomo, percorsi,
verso una lentissima estinzione,
da minimi abitatori,
metamateria muta,
come i bellissimi poggioli,
i fregi e i tabernacoli.

Niente era asettico, traslucido
di vacuità, inodore e vanamente
laccato, leccato, come qui.

E io mi infilo,
mi insinuo zampettando
per leggere e indagare, eterna,
l’umiltà dei secoli.

∗∗∗

   Manitou Group

Noi animali amiamo
spargere tracce del nostro
irrilevante passaggio, imprimere
il nostro odore, marcare, appunto,
il territorio di gestione. Carrelli
elevatori e telescopici, taniche
gialle, assi e lamiere, ganci, attrezzi
di metallo, lattine, stracci
in mostra sotto la tettoia, sotto
le arcate della biblioteca
e d’improvviso, come una beffa,
la scritta rossa sulla macchina,
nome del grande spirito,
nostra invenzione manichea,
patetica ed eroica.

∗∗∗

Il y eut un temps, un long temps, où les hommes et les femmes ne laissaient sur la terre que des excréments, du gaz carbonique, un peu d’eau, quelques images et l’empreinte de leurs pieds.
                                          Pascal Quignard

Tracce sensibili sparse
di lavoro dell’umana specie
così nobilmente anonimo,
così indifeso e polveroso.

Noi animali amiamo poi
concederci un riposo, godere
momenti di ricreazione sospesa,
momenti di serenità contemplativa,
così, in abbandono negligente,
prima che torni a masticarci l’ombra
di un già avvenuto distacco.

∗∗∗

Oltre la rete e il gelsomino,
sterpaglie nere e sassi sparsi,
ciuffi d’erbaccia e un grande vaso
vuoto, nell’incuria domestica
e nel disordine pacifico, ordinario,
nell’abbandono degli assenti.
Il tavolino sporco, le sedie
da cucina, i resti della tortora
sbranata viva, le sue piume.

Così era stato il giorno
di vacanza, prima dell’insinuarsi
improvviso come un richiamo
che ti dà i brividi nella schiena di notte,
e ti risveglia, un richiamo che è
memoria della morte.

∗∗∗

Non so perché rimango fermo,
attratto da queste placide immagini
multiple di micromondi in abbandono,
senza presenza umana, dove ogni cosa,
ogni dettaglio è oggetto, è specchio,
specchio di noi, del nostro
esserci, del nostro transito ignoto,
gioioso sforzo o lamento. Intanto

mando a memoria tra armonia e disagio
queste parole del cosmologo lucente
tra buio e spazio: «Noi siamo solo
una varietà evoluta di scimmie
su un pianeta secondario di una stella
insignificante. Ma siamo in grado
di capire l’universo, e questo
ci rende molto, molto speciali».

Maurizio Cucchi

da “Malaspina”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

«La memoria insiste» – Maurizio Cucchi

Giorgio Morandi, Natura morta, 1960

a Sandro Martini

La memoria insiste
sul legno abraso e opaco
dove la mano, nel tempo,
briciola su briciola, minima, invisibile,
ha eroso d’affetto il suo colore, il rosso,
il rosso umano dell’attrezzo.
In queste fruste teche barocche,
resiste l’attrezzo antico, povero
come la mano attiva. Povero e enorme
come la macchina meccanica
nobile e astrusa, cieco ordigno
che ruota e lavora la piazza.
Le cose, vedi, si nutrono di noi, ci assorbono
nelle crepe e nei cunicoli
sfaldati del colore, nelle ditate
che macchiano un po’ l’impugnatura,
la vernice. Ci assorbono, le cose,
nei pori pazienti. Ma oggi
di meno, sempre meno, perché
siamo altrove, schermati. Ricordi
il cordaio di Roma, il vasaio del Nilo?
L’oggetto, avvilito,
non ha più da noi il suo nome,
né senso di terra e di cuore.
Ci è accanto remoto. Così,
senza traccia né attrito, ci siamo
estraniati, ci siamo un po’ persi
in questa identità pulviscolare.

Maurizio Cucchi

da “Vite pulviscolari”, “Lo Specchio” Mondadori, 2009

«Quanta mitezza inconsapevole» – Maurizio Cucchi

Lillian Bassman, New York, 1950

 

Quanta mitezza inconsapevole
nutriamo sempre in noi.
La rassegnazione e la semplicità
la mancanza di ansia.

Solo bruciando bruciando
tutto il superfluo sarà possibile
un passo a ritroso.

Non pettinarti senza che un ricciolo
ti scappi via. Ne avrei paura.

Maurizio Cucchi

da “Paradossalmente e con affanno”, Einaudi, Torino, 2017

Bosco d’isola – Maurizio Cucchi

Mimmo Jodice, Natura n. 11, 2007

 

Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro per i corpi
umidi e leggeri sul terrazzo
nelle tracce feriali di una pigra incuria.

Ascolto di qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge i nostri passi
quando il tempo non ha più direzione:

nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.

∗∗∗

Fritz mi aveva detto un po’ sfuggente
che c’era vita notturna sull’isola.
Pensavo a quei piccoli scoscendimenti,
e labirinti, a quei tronchi sottili, a un solitario
infognarsi nelle tenebre e gustare
l’ansia gratuita, lo smarrimento, i brividi,
la terra.
Ricorrevo a infantili immagini prealpine,
ai ciclamini, all’umido, ai profumi,
per inoltrarmi anch’io
tra i bei sentieri coperti di notte.
Ma quei tipi che bussavano,
nelle ore buie di vento e temporale,
alla nostra casetta e ci svegliavano,
avevano misteri più modesti nelle scarpe
e così il folto li avrebbe masticati
oppure qualche biscia nel silenzio
con dolcezza li avrebbe accarezzati.

∗∗∗

Siamo tutti individui distinti
come i sassi nell’acciottolato.

Sono un’ampolla, una vescica
e trasudo me del mio stesso essere.

∗∗∗

La vacanza ci apre un dolce vuoto
di sospensione piena e alla partenza
ci agita e respira infinita.
Amo la gente del mese d’agosto,
che galleggia nell’aria
e nel tempo assopito.
Amo la folla anonima,
che esplora i viali quieta
e ride al mare in un caffè all’aperto.

Col cappellaccio in testa,
sono già qui che aspetto la corriera.
Mi volto sempre indietro,
negli occhi ho la salita,
ma intanto l’isola è sparita.

Maurizio Cucchi

da “L’ultimo viaggio di Glenn”, “Lo Specchio” Mondadori, 1999