La Bellezza – Yves Bonnefoy

 

Sono bella, o mortali,
Come un sogno di pietra? No, non è
Questo triste assenso che mi aspetto da voi.
Il bambino piange sul sentiero e lo dimentico,

Sono la bellezza
Solo perché stuzzico il vostro sogno?
No, ho in fondo a me degli occhi spalancati,
Io sono nascosta, spaventata, sono pronta

A scagliarmi in avanti, a graffiare,
O a fare la morta se sento
Che la mia causa è persa nei vostri sguardi.

Chiedetemi di essere più del mondo.
Patite che io non sia che questo corpo inerte,
Curatemi con i vostri auspici, con i vostri ricordi.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

∗∗∗

La Beauté

Suis-je belle, ô mortels,
Comme un rêve de pierre? Non, ce n’est pas
Ce triste assentiment que j’attends de vous.
L’enfant pleure sur le chemin et je l’oublie,

Ne suis-je la beauté
Que parce que je flatte votre rêve?
Non, j’ai au fond de moi des yeux grand ouverts,
Je suis tapie, effrayée, je suis prête

À me jeter en avant, à griffer,
Ou à faire la morte si je sens
Que ma cause est perdue dans vos regards.

Demandez-moi d’être plus que le monde.
Souffrez que je ne sois que ce corps inerte,
Pansez-moi de vos vœux, de vos souvenirs.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Nel ricordo dell’aria – Alfonso Gatto

Foto di Carlo Solito

 

Al vento triste, gracile corallo,
piega la sera i lumi
e di deserto canto è vuoto il golfo:
a barche morte
l’ombra declina in quiete
come la luna serenata ai tetti
lentamente s’illumina, ed odore
freddo di stanza al chiaro inverno ride.

Notte di luna scende al pigro sonno
ed al ricordo imbianca
strade remote, nella calma s’apre
perduto il cielo.
Ai vetri d’aria
la riva tocca armoniose stanze
e sorge in nenie desolate al fondo
della notte marina.

Immagino odorosa morte al verde
e mormorato a sonno
il tepido oriente arena ad ore
calme nel mare.
Di rosea neve smorto
il golfo passa al fumo del vulcano
nel ricordo dell’aria e sembra suono
fioco dei vetri l’alba da lontano.

Alfonso Gatto

da “Morto ai paesi, 1933-1937”, in “Poesie, 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

In “Morto ai paesi”, Guanda, Modena, 1937, (dove la lirica è dedicata «a Carlo Bo»), il distico finale dice: «nel ricordo dell’aria: e sembra tono / fioco dei vetri l’alba chiusa al porto.».

Sempre lei – Vladimír Holan

Vladimír Holan, foto di Václav Chochola, 1970

 

Dove incontrarci? L’estate è fuggita
e non potrei gettarti una vipera in seno.

Da chi incontrarci? L’autunno
nella varietà dei suoi frutti
ha il motivo di rifiutare i doni.

Quando incontrarci? Tutte le ombre
degli elementi scatenati
non si diradano, se sull’amplesso nevica.

Perché incontrarci? La primavera c’era
prima che Adamo desse nome agli animali.

Fino a quando ci incontreremo? La morte è cieca:
sente il sesso, poi afferra…

Vladimír Holan

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

Dalla raccolta Na sotnách [In punto di morte], 1967

da “Una notte con Ofelia e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1983

Paura della morte – John Ashbery

Peter Marlow, Kingswear Castle, Devon, England, 1998

 

Cos’è che ho adesso
ed è come sono diventato?
Non esiste uno stato libero dalle linee di confine
del prima e del dopo? La finestra è aperta oggi

e l’aria vi si riversa con note di piano
tra le gonne, come a dire: “Guarda, John,
ti ho portato questi e quest’altri” – vale a dire
alcuni Beethoven, qualche Brahms,

alcune note del miglior Poulenc… Sì,
è di nuovo libera, l’aria, deve continuare a ripetersi
perché altro non sa fare.
Voglio stare con lei per la paura

che mi trattiene dal salire certe scale,
dal bussare a certe porte, la paura di diventare vecchio
in solitudine, e di non trovare nessuno nella sera alla fine
del sentiero tranne un altro me stesso

che accenna col capo un brusco saluto: “Be’, ce n’hai messo di tempo,
ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta.”
Aria sul mio cammino, questo lo potresti abbreviare,
ma il vento s’è spento, e il silenzio è l’ultima parola.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Fear of death

What is it now with me
And is it as I have become?
Is there no state free from the boundary lines
Of before and after? The window is open today

And the air pours in with piano notes
In its skirts, as though to say, “Look, John,
I’ve brought these and these”—that is,
A few Beethovens, some Brahmses,

A few choice Poulenc notes… Yes,
It is being free again, the air, it has to keep coming back
Because that’s all it’s good for.
I want to stay with it out of fear

That keeps me from walking up certain steps,
Knocking at certain doors, fear of growing old
Alone, and of finding no one at the evening end
Of the path except another myself

Nodding a curt greeting: “Well, you’ve been awhile
But now we’re back together, which is what counts.”
Air in my path, you could shorten this,
But the breeze has dropped, and silence is the last word.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Non so se è amor… – Fernando Pessoa

René Magritte, Les Amants, 1928

 

Non so se è amor che hai, o amor che fingi,
quello che mi dai. Dammelo. Così mi basta.
                Giacché per tempo giovane non sono,
                che lo sia almeno per errore.
Poco gli dèi ci danno, e il poco è falso.
Però, se ce lo danno, sebbene falso, l’offerta
                è vera. Accetto.
Chiudo gli occhi: è sufficiente.
                                Cosa voglio di più?

Fernando Pessoa

12.11.1930

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Ricardo Reis, Odi [1914-1933]”, in “Fernando Pessoa, Una sola moltitudine, II”, Adelphi Edizioni, 1984

∗∗∗

Não sei se é amor…

Não sei se é amor que tens, ou amor que finges,
O que me dás. Dás-mo. Tanto me basta.
                Já que o não sou por tempo,
                Seja eu jovem por erro.
Pouco os deuses nos dão, e o pouco é falso.
Porém, se o dão, falso que seja, a dadiva
                 É verdadeira. Aceito,
                 Cerro olhos: é bastante.
                                      Que mais quero?

Fernando Pessoa

da “Odes de Ricardo Reis”, Lisboa: Ática, 1946